Teologia del corpo. I rapporti occasionali e il significato sponsale dell’atto sessuale

Kaspars Grinvalds on Canva Business

Spesso si sente dire: “Non faccio male a nessuno. Sono single. Siamo entrambi d’accordo.” È una giustificazione molto comune, soprattutto in una cultura che identifica la libertà con l’assenza di vincoli e che considera la sessualità soprattutto come esperienza individuale, purché consensuale. E certamente nessuno può negare che due adulti consenzienti siano liberi di scegliere come vivere la propria intimità. Anche molti psicologi e sessuologi sostengono che non ci sia nulla di problematico, in sé, in una sessualità vissuta occasionalmente. La teologia del corpo, però, pone una domanda diversa. Non si limita a chiedere: “È consentito?”, ma domanda: “Che cosa sta dicendo questo gesto?”.

Più volte, sul nostro Magazine, abbiamo parlato di teologia del corpo e di come, secondo questa visione, fare l’amore significhi, in qualche modo, “sposarsi”. Non semplicemente sulla carta o con una formula pronunciata davanti a un altare, ma nella carne: il matrimonio si rende visibile attraverso i corpi.

La sessualità, nella prospettiva della teologia del corpo, non è soltanto un’esperienza fisica o emotiva. È un linguaggio. E il linguaggio del corpo, nell’unione sessuale, dice naturalmente: “Mi dono totalmente a te, per sempre, senza riserve”. Per questo l’atto sessuale possiede un significato profondamente sponsale: è il gesto proprio di chi sceglie la comunione definitiva.

Perché esista davvero un matrimonio non basta il desiderio reciproco o l’intensità del sentimento. Occorre un consenso libero e consapevole – quell’“io prometto di esserti fedele sempre” – pronunciato senza costrizioni e senza quei “vizi” che potrebbero rendere nullo il matrimonio stesso. E occorre poi il dono del corpo, perché il matrimonio non resta un’idea astratta: si incarna.

Senza il dono reciproco del corpo, infatti, il matrimonio non è ancora compiuto pienamente, anche se due persone convivono e si vogliono sinceramente bene. Ma vale anche il contrario: vivere il dono del corpo senza il patto totale della vita significa utilizzare il linguaggio del matrimonio senza che il matrimonio ci sia davvero.

Ed è qui che si colloca il tema dei rapporti occasionali.

Spesso si sente dire: “Non faccio male a nessuno. Sono single. Siamo entrambi d’accordo.”

È una giustificazione molto comune, soprattutto in una cultura che identifica la libertà con l’assenza di vincoli e che considera la sessualità soprattutto come esperienza individuale, purché consensuale. E certamente nessuno può negare che due adulti consenzienti siano liberi di scegliere come vivere la propria intimità. Anche molti psicologi e sessuologi sostengono che non ci sia nulla di problematico, in sé, in una sessualità vissuta occasionalmente.

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La teologia del corpo, però, pone una domanda diversa. Non si limita a chiedere: “È consentito?”, ma domanda: “Che cosa sta dicendo questo gesto?”.

E la risposta che offre è questa: puoi vivere così la tua sessualità, ma in questo modo tradisci il significato sponsale del tuo corpo. Tradisci, cioè, quella chiamata inscritta nella tua corporeità a vivere l’unione sessuale come dono totale, fedele e aperto alla comunione.

Nel rapporto occasionale il corpo compie un gesto che, per sua natura, parla di totalità, mentre la volontà spesso dice il contrario: “Non ti appartengo davvero”, “non prometto nulla”, “non voglio costruire una comunione stabile”. È come se il corpo pronunciasse una promessa che la vita non intende mantenere.

Inoltre, il rapporto occasionale implicitamente afferma: “Ti uso, lo faccio per me, non mi importa veramente di te, della tua vita, del tuo destino. È uno scambio di favori, ma non siamo qui per vivere qualcosa insieme”.

Per questo la teologia del corpo vede una frattura: il gesto più intimo e totale della persona viene separato dal legame totale della persona stessa.

Eppure, proprio qui emerge un aspetto importante: la critica della teologia del corpo non nasce da una visione negativa del sesso, ma, al contrario, da una stima altissima della sessualità. Se l’atto sessuale fosse soltanto un fatto biologico o ricreativo, non avrebbe tutta questa importanza. Ma proprio perché è considerato qualcosa di immenso, capace di esprimere il dono totale di sé, esso chiede un contesto adeguato.

Per questo i rapporti occasionali appaiono, in questa prospettiva, come qualcosa di incompiuto. 

È come andare a una festa di compleanno e non trovare una torta. 

È come il pane con la Nutella senza Nutella.

È come giocare a calcio senza pallone.

È come dipingere senza un pennello.

Si può fare, certo. Come si può correre verso una porta da calcio senza un pallone tra i piedi e illudersi che ci si stia divertendo lo stesso.

Eppure, fare l’amore senza amore, è come ascoltare una sinfonia meravigliosa solo nelle prime note, perché manca il resto, manca il finale; in fondo, manca tutto.

La teologia del corpo, allora, non vuole anzitutto imporre un divieto morale, ma custodire il senso profondo della sessualità umana. Vuole ricordare che il corpo non è uno strumento neutro, bensì il luogo in cui la persona intera si esprime. E quando il corpo dice “mi dono totalmente”, quella verità domanda di essere sostenuta anche dalla vita, dalla scelta, dalla fedeltà e dalla responsabilità.




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Cecilia Galatolo

Cecilia Galatolo, nata ad Ancona il 17 aprile 1992, è sposata e madre di due bambini. Collabora con l'editore Mimep Docete. È autrice di vari libri, tra cui "Sei nato originale non vivere da fotocopia" (dedicato al Beato Carlo Acutis). In particolare, si occupa di raccontare attraverso dei romanzi le storie dei santi. L'ultimo è "Amando scoprirai la tua strada", in cui emerge la storia della futura beata Sandra Sabattini. Ricercatrice per il gruppo di ricerca internazionale Family and Media, collabora anche con il settimanale della Diocesi di Jesi, col portale Korazym e Radio Giovani Arcobaleno. Attualmente cura per Punto Famiglia una rubrica sulla sessualità innestata nella vocazione cristiana del matrimonio.

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