Andrea, quel «sì» di maggio che diventa «grazie»
Vedere un amico, un fratello nella fede con cui hai condiviso anni di cammino e di servizio come catechista, stendersi davanti al Vescovo Giuseppe Giudice (Diocesi di Nocera Inf. -Sarno) per consegnarsi nelle sue mani come novello diacono e prossimo sacerdote è un’emozione che difficilmente si può spiegare. Per chi conosce Andrea Cardinali, la sua ordinazione diaconale nella Collegiata di San Giovanni Battista ad Angri non è stata solo una bellissima celebrazione, ma il segno visibile di un lavoro minuzioso. Quello di uno Scultore saggio che, anno dopo anno, ha lavorato la sua vita per far emergere pienamente la sua identità.
Andrea è un ragazzo che ha imparato a mettersi al servizio un po’ alla volta. La sua è una storia lunga, fatta di password consegnate a Dio nel cuore della notte, di studi lasciati per un orizzonte più grande, di terra rossa in Burkina Faso e del silenzio di Lisieux, una piccola cittadina della Normandia, patria di Santa Teresa di Gesù Bambino. Un cammino custodito e fiorito dentro la Fraternità di Emmaus, dove Andrea vive la sua consacrazione nella Piccola Famiglia.
C’è un momento, durante la liturgia dell’ordinazione diaconale, in cui tutto il cammino degli anni passati si condensa in un unico gesto: la vestizione. È l’istante in cui i novelli diaconi indossano la stola trasversale e la dalmatica, i paramenti del servizio. Per Andrea, quel gesto ha preso forma attraverso le mani di don Silvio Longobardi, custode della Fraternità. Vedere il proprio padre spirituale, la guida che ha custodito e accompagnato i passi del suo discernimento, farsi avanti per vestirlo, è stato un momento molto significativo. In quel gesto c’era la cura di una comunità intera che ti prende per mano, ti aiuta a dismettere le vecchie abitudini e, con delicatezza, ti consegna alla Chiesa perché tu possa farti dono.
Accanto ad Andrea, a sostenerlo passo dopo passo, c’erano i suoi genitori e suor Caterina Paladino, arrivata dal Burkina Faso. Si è creato così un incrocio straordinario tra la sua famiglia di sangue e la Piccola Famiglia, la realtà di consacrati in cui Andrea ha pronunciato la sua promessa. Due famiglie che quella sera ne formavano una sola, grandissima, per ricordare una verità fondamentale: si può indossare la stola del servizio, ci si può chinare a lavare i piedi agli altri, solo se prima ci si riconosce figli. È dalle radici di una vita che si scopre amata e generata che nasce la capacità di farsi servi.
Ma un figlio non cammina mai da solo: scopre la sua verità solo quando diventa pienamente fratello. E ieri sera ad Angri la fraternità aveva il volto, bellissimo e rumoroso, delle tantissime coppie di sposi arrivate da ogni angolo della Campania per stringersi attorno ad Andrea. Non erano lì come semplici invitati, né come “collaboratori parrocchiali” venuti a fare festa al futuro prete. La loro presenza racconta l’elemento più originale e profetico del cammino di Andrea: una formazione all’affettività e al ministero vissuta, in questi anni, passo dopo passo con gli sposi della Fraternità di Emmaus.
In questi anni gli sposi lo hanno accolto, facendolo sentire voluto bene all’interno delle loro case, mostrandogli la fatica quotidiana della famiglia ma anche la bellezza di un amore che sa ricominciare ogni mattina. E Andrea, dal canto suo, ha ricordato a ciascuno di loro che senza Dio la famiglia si impoverisce, che l’amore deve alzare lo sguardo al Cielo per non restare soffocato dalle maglie della quotidianità. Una relazione generativa che guarisce la solitudine e allarga il cuore, insegnando che nel cammino di fede l’amicizia vera non è altro che sussurrare all’altro le cose di Dio.
Il vescovo Giuseppe, nell’omelia, ha insistito molto sul coraggio. Il coraggio di Bartimeo, il cieco che grida e che, per seguire Gesù, getta via il mantello, cioè tutto quello che appesantisce la risposta: le vecchie sicurezze, gli affetti disordinati, quel “metro quadrato di terra” che facciamo sempre fatica a lasciare.
E alla fine, il Vescovo ha usato una provocazione bellissima, citando una canzone della nostra tradizione napoletana: «Tu mi dicesti sì na’ sera e’ maggio». Andrea si è allenato per anni a dire questo “sì” nel servizio quotidiano, spesso quello più umile e nascosto. Ma adesso, quel “sì” è chiamato a fare un salto, a trasformarsi in un “grazie”. Del resto, la parola Eucaristia significa proprio questo: rendimento di grazie. Ed è solo quando ci spogliamo davvero di noi stessi nel servizio che il cuore si riempie di gratitudine e diventa capace di celebrare.
Mentre vedevo Andrea accostarsi all’altare con i paramenti nuovi, pronto a preparare i doni e a ricevere l’offerta della celebrazione – e della sua stessa vita – mi sono tornate in mente le parole lette qualche giorno fa nel commento di Franco Nembrini al Miguel Mañara di Oscar Milosz. Nembrini racconta di due giovani sposi che, il mattino dopo le nozze, in viaggio in macchina, vengono assaliti da una strana malinconia. Si guardano e danno voce allo stesso identico pensiero: «Tutto qui?». Non era affatto ingratitudine, ma la scoperta che l’inizio di una storia bellissima non spegne il desiderio dell’Infinito, lo accende ancora di più. Per loro, quel «tutto qui?» ha trasformato il matrimonio da un punto di arrivo a un punto di partenza, a un compito per tutta la vita.

L’augurio più grande per Andrea – e per i suoi compagni Luca e Orazio – è proprio questo: che possiate dirvi ogni giorno, davanti alla grazia del ministero e alla bellezza dell’altare, questo santo «tutto qui?». Perché il cammino con Dio non è mai un traguardo in cui sedersi e sistemarsi, ma l’inizio di un viaggio che si rinnova ogni mattina. Buon cammino, caro Andrea.

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