Papa Leone tiene ieri (28 maggio) un Discorso alla plenaria del Dicastero per l’Evangelizzazione e c’è una frase che merita, a mio avviso, di essere scolpita sulle porte di molte curie, di molti convegni pastorali e forse anche di non pochi uffici di comunicazione ecclesiali: «Non è certo annacquando i contenuti e ammorbidendo le esigenze che si può rendere attraente il cristianesimo». Basterebbe questa riga per capire che il nuovo pontificato ha deciso di entrare nel cuore della questione decisiva del nostro tempo: la Chiesa perde rilevanza perché è troppo esigente oppure perché da anni appare troppo timida nel proporre ciò che la rende unica?
Per decenni una parte del cattolicesimo occidentale ha coltivato l’illusione che il problema del Vangelo fosse il suo “eccesso” di radicalità. Così si è pensato di renderlo più accessibile alleggerendolo, traducendolo nel linguaggio della compatibilità culturale, limando gli angoli, riducendo il cristianesimo a una pedagogia della gentilezza. Il risultato, però, è sotto gli occhi di tutti: chiese vuote, fede irrilevante, giovani spiritualmente affamati ma lontani dalle comunità ecclesiali. Leone XIV capovolge la diagnosi. Non dice che la fede va resa più dura o identitaria. Dice che il cristianesimo tornerà attraente quando smetterà di vergognarsi di sé stesso. Il punto è decisivo: quando anche la Chiesa parla come tutti, finisce inevitabilmente per essere ascoltata meno di tutti. Se il Vangelo diventa una versione spirituale del benessere emotivo, il mercato delle alternative sarà sempre più competitivo e seducente.
La provocazione di Leone XIV è dunque culturale prima ancora che religiosa. Perché denuncia una tentazione che attraversa non solo la Chiesa ma l’intero Occidente: l’idea che per essere accolti bisogna rinunciare alla propria identità. Vale per il cristianesimo come per la politica, la scuola, la famiglia, perfino per il linguaggio pubblico. Tutto deve essere morbido, inclusivo, non divisivo, non impegnativo ma una civiltà che elimina ogni esigenza finisce per eliminare anche ogni desiderio alto.
Il Papa, invece, lega l’attrattiva della fede alla testimonianza: «la via, la verità e la vita». Non alla strategia, non al marketing ecclesiale, non all’efficienza delle strutture. È un colpo piuttosto severo a quell’ansia organizzativa che talvolta trasforma la pastorale in gestione di processi più che in annuncio di Cristo. Non a caso Leone XIV insiste sui giovani in modo sorprendente. Dice che la nuova generazione “non ha preclusioni nei confronti del Vangelo”. È una frase che smentisce molti luoghi comuni ecclesiastici. I giovani non sono necessariamente ostili alla fede; spesso sono semplicemente allergici alla sua versione annacquata. Non cercano una copia spirituale del mondo che già abitano. Cercano qualcosa che il mondo non sa dare: senso, verità, autenticità, perfino radicalità. Quello che ho ricevuto io nella mia giovinezza.
In questo senso il Papa sembra dire alla Chiesa: smettete di inseguire il consenso, tornate a generare stupore e domande di senso. L’indifferenza religiosa non nasce soltanto dalla secolarizzazione; nasce anche dall’atrofia delle domande fondamentali. Una società che pretende di rispondere a tutto con la tecnica finisce per non sapere più perché vivere. Qui il Papa tocca il nervo scoperto dell’Occidente contemporaneo: l’uomo iperconnesso e insieme interiormente impoverito. Ed è significativo che la risposta non sia un progetto culturale astratto, ma la santità. Non l’influencer cattolico, non il testimonial mediatico, ma uomini e donne “toccati da Dio”, come dice citando Benedetto XVI.
È probabilmente questa la parola più controcorrente del discorso: santità. In un tempo che diffida di ogni grandezza morale, Leone XIV torna a indicare la misura alta della vita cristiana come unica forma credibile di evangelizzazione perché la gente può anche discutere la dottrina della Chiesa, ma davanti a una vita autenticamente trasfigurata dal Vangelo continua a fermarsi. Sempre.
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Il caffè sospeso è un’antica usanza a Napoli. C’è chi dice che risale alla Seconda Guerra Mondiale per aiutare chi non poteva permettersi nemmeno un caffè al bar e c’è chi dice che nasce dalle dispute al bar tra chi dovesse pagare. Al di là delle origini, il caffè sospeso resta un gesto di gratuità. Nella nuova rubrica che apre l’anno 2024, vorrei raccontare storie o suggerire riflessioni sull’amore gratuito e disinteressato. Quello nascosto, feriale, quotidiano che nessuno racconta, che non conquisterà mai le prime pagine dei giornali ma è quell’amore che sorregge il mondo, che è capace di rivoluzionare la società dal di dentro. Buon caffè sospeso a tutti!
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