Devo ammetterlo: Papa Leone XIV mi ha davvero sorpresa. E, cosa non scontata in tempi di nomine prevedibili e commenti già scritti prima ancora degli annunci ufficiali, mi ha sorpresa in modo molto positivo. La scelta di Maria Montserrat Alvarado come nuova prefetta del Dicastero per la Comunicazione avvenuta il 2 giugno non è solo una nomina importante. È un segnale. Anzi, più di uno.
Il primo riguarda le donne. Lo dico da donna, senza cadere nella facile retorica secondo cui una donna sarebbe automaticamente migliore di un uomo. Non è questo il punto. Il punto è che una donna guarda la realtà in modo diverso. Ha una sensibilità propria, una capacità particolare di cogliere relazioni, sfumature, ferite, possibilità. Non migliore, semplicemente diversa. E quando si parla di comunicazione, cioè dell’arte delicatissima di raccontare il mondo e la Chiesa, questa differenza può diventare una ricchezza straordinaria. Per anni abbiamo discusso del ruolo femminile nella Chiesa. Abbiamo ascoltato convegni, tavole rotonde, dichiarazioni solenni. Oggi arriva un fatto concreto. Una donna guiderà il dicastero che ha il compito di raccontare il Papa e la vita della Chiesa al mondo intero. E già questo basterebbe a rendere significativa la decisione.
Ma c’è un secondo aspetto che rende questa nomina ancora più interessante. Papa Leone XIV è andato a cercare la nuova responsabile della comunicazione vaticana proprio dentro EWTN, la grande rete cattolica americana che durante il pontificato di Papa Francesco è stata spesso considerata distante, quando non apertamente critica, rispetto ad alcune scelte del Pontefice argentino. È difficile non vedere in questa decisione un messaggio preciso. Per anni il dibattito ecclesiale si è spesso trasformato in una gara di etichette: progressisti contro conservatori, fedeli contro critici, buoni contro cattivi. Come se nella Chiesa si dovesse per forza scegliere una tifoseria. E invece Leone XIV sembra voler dire qualcosa di diverso: che la competenza conta più dell’appartenenza a una corrente; che non bisogna avere paura di chi la pensa diversamente; che il pluralismo, quando resta dentro la comunione ecclesiale, non è una minaccia ma una risorsa. Solo chi è sicuro della propria guida non ha bisogno di circondarsi esclusivamente di persone che gli danno ragione. Solo chi è forte non teme il confronto. E Leone XIV, almeno da questa nomina, sembra voler costruire una squadra fondata sulle capacità e sull’esperienza più che sulle appartenenze.
Alvarado, poco più che quarantenne, porta con sé una storia professionale importante: la difesa della libertà religiosa, la guida di una realtà mediatica globale, la conoscenza dei linguaggi digitali e delle nuove forme di informazione. Nata a Città del Messico e cresciuta tra la cultura latino-americana e quella statunitense, ha costruito il proprio percorso senza scorciatoie. Prima l’impegno al Becket Fund for Religious Liberty, una delle più autorevoli organizzazioni americane impegnate nella tutela della libertà religiosa, poi l’approdo a EWTN, il più grande network cattolico del mondo. Qui ha saputo affermarsi per competenza, capacità organizzativa e visione, fino a diventare presidente e guida di una struttura che parla a milioni di persone in diversi continenti e in numerose lingue.
Alvarado ha frequentato i grandi dibattiti culturali e politici americani, ha lavorato in contesti complessi, ha imparato a confrontarsi con posizioni diverse senza rinunciare alle proprie convinzioni. È una donna di fede, ma anche una professionista abituata a misurarsi con le sfide della comunicazione contemporanea. E forse è proprio questo l’aspetto più interessante della scelta di Leone XIV. Il Papa non ha cercato semplicemente una manager né soltanto una giornalista. Ha scelto una persona che conosce il linguaggio del nostro tempo e che sa quanto sia difficile comunicare in un’epoca dominata dalla velocità, dalle contrapposizioni e dalla ricerca dello scontro permanente. In tempi in cui tutti parlano di ponti ma spesso costruiscono muri, non è un messaggio da poco. E forse proprio per questo, tra le prime decisioni di questo pontificato, quella di Montserrat Alvarado mi appare come una delle più intelligenti e promettenti.
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Il caffè sospeso è un’antica usanza a Napoli. C’è chi dice che risale alla Seconda Guerra Mondiale per aiutare chi non poteva permettersi nemmeno un caffè al bar e c’è chi dice che nasce dalle dispute al bar tra chi dovesse pagare. Al di là delle origini, il caffè sospeso resta un gesto di gratuità. Nella nuova rubrica che apre l’anno 2024, vorrei raccontare storie o suggerire riflessioni sull’amore gratuito e disinteressato. Quello nascosto, feriale, quotidiano che nessuno racconta, che non conquisterà mai le prime pagine dei giornali ma è quell’amore che sorregge il mondo, che è capace di rivoluzionare la società dal di dentro. Buon caffè sospeso a tutti!
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