Alcune immagini mi perseguitano più delle cronache giudiziarie. Nel dramma della piccola Beatrice, morta a due anni dopo le violenze che la magistratura contesta alla madre e al compagno di lei, l’immagine che mi resta impressa non è solo il sorriso della piccola Beatrice ma anche quella delle sorelle maggiori: bambine di sette e nove anni costrette a diventare adulte. “Adultizzate”, le definiscono i servizi sociali. Una parola tecnica che nasconde una tragedia umana perché – parliamoci chiaro – un bambino diventa adulto troppo presto quando gli adulti smettono di fare gli adulti. Quando una figlia deve proteggere una sorellina. Quando una bambina deve gridare dalla finestra per chiedere aiuto. Quando una ragazzina si assume responsabilità che non dovrebbero appartenere alla sua età.
Tutti guardano giustamente all’orrore delle violenze ma permettetemi di fare una domanda impopolare che non possiamo evitare. Come è possibile che una madre di 44 anni, con tre figlie, abbia consegnato progressivamente la propria vita e quella delle bambine a una relazione che, secondo le accuse, si è rivelata devastante? Certo, ci si innamora a tutte le età. E nessuno può pretendere di giudicare i sentimenti ma la maturità non consiste nel provare meno emozioni; consiste nel saperle governare quando da esse dipende la vita dei figli. So bene che tanti padri sono violenti ma andarselo a cercare così…Cosa accade? Cosa scatta nel cuore di una donna o anche di un uomo?
La nostra epoca ha trasformato l’autorealizzazione individuale in un valore assoluto. Il diritto alla felicità personale è diventato spesso il criterio unico con cui valutare le scelte ma esistono legami che precedono ogni desiderio individuale. La maternità è uno di questi. Non per una visione romantica o idealizzata della donna, bensì per una semplice evidenza morale: quando si è genitori, la libertà personale non può essere esercitata ignorando il bene dei figli. Forse è proprio qui che si annida una delle lezioni più scomode di questa vicenda. Non basta indignarsi contro il carnefice. Occorre interrogarsi su una cultura che, talvolta, finisce per considerare ogni scelta legittima purché risponda a un bisogno emotivo dell’adulto ma i bambini non sono comparse nella vita dei grandi. Sono la responsabilità più grande che possa essere affidata a un essere umano.
E poi c’è un secondo scandalo. Quello del silenzio. Tre bambine non vivono nel vuoto. Esistono pediatri, servizi territoriali, scuole, centri vaccinali, assistenti sociali, vicini di casa. Esiste una comunità. Possibile che nessuno abbia visto? Possibile che nessuno abbia colto segnali sufficienti per intervenire prima? È una domanda che non può essere liquidata con la facile risposta del “nessuno poteva sapere”. Naturalmente nessun medico, insegnante o operatore sociale può trasformarsi in investigatore ma una società civile vive della capacità dei suoi professionisti di guardare negli occhi le persone che incontrano. La medicina non è soltanto prescrivere. La scuola non è soltanto insegnare. I servizi sociali non sono soltanto compilare pratiche. Ogni professione di cura nasce dall’attenzione alla persona concreta.
Le due sorelle di Beatrice hanno trovato infine la forza di raccontare. Ma il punto è un altro: perché hanno dovuto farlo da sole? Perché il peso della verità è ricaduto sulle spalle di due bambine che già portavano il peso di una famiglia distrutta? In questa storia non c’è soltanto il fallimento di una madre e di un uomo accusato di violenze. C’è il fallimento di un mondo adulto che ha lasciato delle bambine senza protezione. E forse il modo più onesto per ricordare Beatrice non è limitarci a cercare i colpevoli. È domandarci quanti segnali continuiamo a non vedere ogni giorno, troppo occupati dalle nostre vite per accorgerci della sofferenza di chi ci sta accanto. Una bambina di due anni non può salvarsi da sola. E nemmeno due sorelline di sette e nove anni dovrebbero essere costrette a provarci.
Il Caffè sospeso...
aneddoti, riflessioni e storie di amore gratuito …quasi sempre nascoste.
Il caffè sospeso è un’antica usanza a Napoli. C’è chi dice che risale alla Seconda Guerra Mondiale per aiutare chi non poteva permettersi nemmeno un caffè al bar e c’è chi dice che nasce dalle dispute al bar tra chi dovesse pagare. Al di là delle origini, il caffè sospeso resta un gesto di gratuità. Nella nuova rubrica che apre l’anno 2024, vorrei raccontare storie o suggerire riflessioni sull’amore gratuito e disinteressato. Quello nascosto, feriale, quotidiano che nessuno racconta, che non conquisterà mai le prime pagine dei giornali ma è quell’amore che sorregge il mondo, che è capace di rivoluzionare la società dal di dentro. Buon caffè sospeso a tutti!
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