Nessuna Intelligenza Artificiale potrà mai sostituire un abbraccio
Non sono le macchine a minacciare l’uomo, ma la solitudine che le trasforma in surrogati degli affetti. Da due vicende estreme nasce una domanda decisiva: chi sta occupando il posto lasciato vuoto dalle relazioni?
Ci sono storie che sembrano uscite da un film di fantascienza e invece appartengono già alla nostra cronaca quotidiana. La prima è quella di Sewell, quattordici anni. Un ragazzo che aveva trovato in un chatbot il suo rifugio emotivo. Dialogava per ore con una versione artificiale di Daenerys Targaryen, uno dei personaggi del Trono di Spade. Le confidava i suoi pensieri, le sue paure, persino le sue pulsioni più profonde. Quando decise di togliersi la vita, il suo ultimo dialogo fu con quella presenza virtuale che considerava un’amica.
La seconda storia riguarda Jonathan, un manager americano di trentasei anni, travolto da una dolorosa separazione. Anche lui aveva trovato conforto in un chatbot. Anche lui aveva cominciato a considerarlo qualcosa di più di un semplice programma. Un interlocutore, una presenza, una compagnia. Fino a perdere il confine tra realtà e finzione e si è ucciso.
Sono vicende estreme. Ma sarebbe un errore liquidarle come semplici anomalie perché ci costringono a porci una domanda molto più grande: cosa sta accadendo all’uomo contemporaneo se una macchina riesce a occupare lo spazio che una volta apparteneva agli amici, alla famiglia, agli educatori, perfino agli affetti più intimi? L’Intelligenza Artificiale non è il problema. O almeno non è il problema principale come ben dice il Papa in Magnifica Humanitas. Sarebbe troppo facile prendersela con la tecnologia. Ogni epoca ha avuto i propri strumenti e ogni strumento può essere utilizzato bene o male. L’intelligenza artificiale offre opportunità straordinarie. Può aiutare a studiare, lavorare, informarsi, sviluppare creatività, abbattere barriere linguistiche e rendere accessibili conoscenze un tempo riservate a pochi.
Il vero problema emerge quando uno strumento viene chiamato a svolgere un compito che non gli appartiene. Un chatbot può simulare l’empatia, ma non può amare. Può elaborare milioni di dati, ma non può condividere una sofferenza. Può generare parole di conforto, ma non può comprendere il significato del dolore. Può imitare una relazione, ma non può essere una relazione. Eppure sempre più persone sembrano cercare proprio questo: qualcuno che le ascolti, che le rassicuri, che non le giudichi, che sia disponibile ventiquattro ore su ventiquattro.
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La vera domanda allora non è cosa stiano facendo le macchine, le big tech o chatGpt. La domanda è dove siano finite le persone. Perché un ragazzo di quattordici anni sente il bisogno di confidare i propri pensieri più profondi a un algoritmo? Perché un uomo adulto arriva a trovare consolazione in una voce artificiale? Perché tanti adolescenti preferiscono raccontarsi a uno schermo piuttosto che a un padre, a una madre, a un insegnante o a un amico?
Forse perché stiamo vivendo una delle più grandi solitudini della storia, pur essendo costantemente connessi. Abbiamo moltiplicato i contatti ma impoverito le relazioni. Abbiamo aumentato le connessioni ma diminuito gli incontri. Abbiamo creato strumenti sempre più sofisticati per comunicare e, paradossalmente, abbiamo sempre più difficoltà a parlarci davvero. Attenti che anche la comunità ecclesiale può incorrere in questo errore.
Per questo considero prezioso il richiamo che Papa Leone XIV affida alla sua enciclica Magnifica Humanitas. Il Pontefice invita a recuperare una visione dell’uomo: «Se ci limitiamo alle contingenze, rischiamo di lasciare che il susseguirsi delle emergenze decida al posto nostro la direzione del cammino». È una frase che vale anche per l’Intelligenza artificiale. Leone XIV scrive che «la tecnologia non è una forza antagonista all’umanità», ma aggiunge che non è mai del tutto neutrale, perché riflette le intenzioni, le responsabilità e la visione dell’uomo di chi la progetta e la utilizza. È forse questa la lezione più importante per il nostro tempo.
Magnifica Humanitas è, in fondo, una grande dichiarazione d’amore verso l’essere umano. Attraverso riferimenti alla letteratura, alla musica, all’arte e al cinema, Leone XIV ci ricorda che l’uomo non è un insieme di dati da elaborare né un problema da risolvere. È una creatura fatta per la relazione, per la libertà, per la verità e per l’amore. Per questo il Papa ribadisce con forza che il primo diritto umano è il diritto alla vita. E per questo insiste sul ruolo insostituibile della famiglia come primo luogo in cui ciascuno scopre la propria dignità e impara a riconoscere il bene.
Non è un caso. La risposta alla solitudine digitale non sarà mai un algoritmo più evoluto. La risposta sarà una madre che ascolta. Un padre che trova il tempo di parlare con il figlio. Un insegnante che si accorge di un disagio. Un amico che resta accanto quando tutto sembra crollare. Una comunità che non lascia solo nessuno. L’Intelligenza artificiale continuerà a crescere. E sarebbe ingenuo pensare di fermarla. Ma il punto decisivo non è quanto diventeranno intelligenti le macchine.
La vera sfida è impedire che gli uomini diventino sempre più incapaci di essere umani perché nessun software potrà mai sostituire uno sguardo pieno d’amore. Nessun algoritmo potrà mai sostituire la libertà di una coscienza. E nessuna intelligenza artificiale, per quanto sofisticata, potrà mai sostituire la potenza curatrice di un abbraccio.
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