9 Giugno 2026
A mani vuote: l’Atto di Offerta all’Amore Misericordioso letto dal cuore di una sposa e di una madre
L’Atto di Offerta all’Amore Misericordioso, composto da Santa Teresa di Gesù Bambino il 9 giugno 1895, rappresenta uno dei testi più intensi e rivoluzionari della spiritualità cristiana moderna. In esso non troviamo il linguaggio della paura, della severità o di una religiosità fondata sul timore del castigo, ma l’abbandono fiducioso di una donna che si riconosce piccola e povera davanti a Dio, e proprio per questo si consegna totalmente al suo Amore.
A me sembra che le parole di questa preghiera siano rivolte in modo speciale ad ogni donna che ama: la sposa che ogni giorno costruisce la comunione nel matrimonio, la madre che veglia, attende, si preoccupa, spera, dona sé stessa senza riserve, la consacrata attenta alle sue sorelle in comunità. Che cosa dice? Dice anzitutto che non dobbiamo essere perfette per essere amate da Dio. Quante donne vivono sotto il peso dell’ideale irraggiungibile della perfezione anche nelle cose sante? La sposa che vorrebbe essere sempre paziente, comprensiva, presente. La madre che si sente in colpa per ciò che non riesce a fare, per le parole sbagliate, per la stanchezza che talvolta la rende meno dolce di quanto desidererebbe essere. Per la consacrata che vorrebbe sempre essere all’altezza dell’abito che indossa. Teresa confessa: “Desidero essere santa, ma sento la mia impotenza”.
Queste parole liberano il cuore. La santità non nasce dall’essere impeccabili. Nasce dal riconoscersi bisognose di Dio. Anche una madre esausta, una moglie ferita da incomprensioni, una consacrata che attraversa il deserto della solitudine può dire: “Signore, sii Tu la mia santità”. La piccola via di Teresa è profondamente femminile proprio perché accetta il limite senza arrendersi alla disperazione.
L’Atto d’Offerta ci insegna anche che l’amore autentico non consiste nel consumarsi fino ad annullarsi, ma nel lasciarsi riempire dall’amore di Dio per poter amare meglio. Molte donne sanno donarsi fino all’ultimo frammento delle proprie energie. Ma talvolta dimenticano che nessuno può dare ciò che non riceve. Teresa non dice: “Consumerò me stessa”. Dice piuttosto: “Supplicandovi di consumarmi senza posa, lasciando traboccare nella mia anima i flutti d’infinita tenerezza che sono racchiusi in voi”. Prima viene Dio che colma; poi la donna che dona. Solo chi si lascia amare da Dio può ricominciare dopo un litigio, perdonare un’incomprensione, custodire la tenerezza negli anni.
E poi c’è quell’immagine straordinaria: “Alla sera di questa vita, comparirò davanti a voi a mani vuote”. Forse è proprio qui il messaggio più liberante per le donne. A mani vuote. Non con il bilancio delle cose fatte bene o male. Non con la lista dei successi educativi. Non con la perfezione domestica. Non con l’ansia di aver meritato l’amore di Dio perché abbiamo pregato il breviario ogni giorno per anni con una fedeltà ostinata. Ma a mani vuote, come una figlia. Perché una donna passa gran parte della vita con le mani occupate: prepara, accudisce, lavora, consola, costruisce, sostiene. Teresa ci ricorda che davanti a Dio possiamo finalmente deporre tutto. Non dobbiamo dimostrare nulla. Possiamo semplicemente lasciarci amare. Passare dal bisogno di controllare tutto alla fiducia.
Affidare il marito che non riusciamo a cambiare. Affidare i figli che crescono seguendo strade che non comprendiamo pienamente. Affidare le nostre ferite, i nostri fallimenti, i nostri desideri incompiuti. Affidare persino la nostra incapacità di amare come vorremmo.
“Signore, non ti offro la mia perfezione, perché non la possiedo. Ti offro il mio desiderio di amarti. Ti consegno il mio cuore di sposa, con le sue fedeltà e le sue fatiche. Ti affido il mio cuore di madre, con le sue gioie e le sue preoccupazioni. Trasforma Tu ciò che io non riesco a trasformare. Ama attraverso di me. E quando le mie mani saranno vuote e il mio cuore stanco, ricordami che la tua misericordia sarà sempre più grande della mia fragilità”. Allora comprenderemo che la santità non è essere donne straordinarie. È essere donne amate. E, proprio per questo, capaci di amare.
Il Caffè sospeso...
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Il caffè sospeso è un’antica usanza a Napoli. C’è chi dice che risale alla Seconda Guerra Mondiale per aiutare chi non poteva permettersi nemmeno un caffè al bar e c’è chi dice che nasce dalle dispute al bar tra chi dovesse pagare. Al di là delle origini, il caffè sospeso resta un gesto di gratuità. Nella nuova rubrica che apre l’anno 2024, vorrei raccontare storie o suggerire riflessioni sull’amore gratuito e disinteressato. Quello nascosto, feriale, quotidiano che nessuno racconta, che non conquisterà mai le prime pagine dei giornali ma è quell’amore che sorregge il mondo, che è capace di rivoluzionare la società dal di dentro. Buon caffè sospeso a tutti!
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