“Il tempo non basta per trovare il senso della vedovanza”. La testimonianza di Anna

Per la rubrica “Il Viaggio della Vita” questa volta ci spostiamo nel Nord Italia per incontrare Anna M. A., sposa vedova e amica carissima che ho avuto l’onore di conoscere visitando la bella realtà dell’Opera di Padre Mauri a Sestri Levante, di cui fa parte il Movimento di spiritualità vedovile “Speranza e Vita”. Ecco la sua testimonianza!

Anna M. A. scrive:

Il tempo non basta per trovare il senso della tua vedovanza. Il tempo lenisce, allevia, ma può anche farti entrare in una rassegnazione, in una dimenticanza, in una assuefazione che non apre la vedovanza alla sua destinazione più profonda. Per non adagiarsi in una vedovanza di superficie, solamente anagrafica, occorre un cammino, e così si percorrono i passaggi da una vedovanza rifiutata, subita, ad una vedovanza accettata, accolta, e poi addirittura abbracciata come ulteriore vocazione: risultato inaspettato di una Grazia è la vedovanza cristiana. Scrive il venerabile padre Mauri, che la persona vedova è chiamata a percorrere un itinerario spirituale di rinascita, per passare “dal Getsemani al Tabor della sua vita vedovile, dal cimitero al Cenacolo, dal sepolcro al giardino della Resurrezione”. Nel crogiuolo dell’amore e del dolore, in quella ferita che colpisce al cuore la tua struttura sponsale, Dio viene a te più intimo di te stesso, come se quella piaga attraesse più fortemente la sua misericordia. È un preciso appuntamento.

Arrivavo da una terra lontana: da una fede sempre dubbiosa, mai sicura, che andava e veniva come le onde del mare. Un Dio sempre cercato, dolorosamente inseguito, ma irraggiungibile e lontano. Il matrimonio sacramento, sì, ma perché così facevano tutti, in quei tempi. L’amore reciproco forte, sì, ma nella mia mente anche insidiato dal timore che nulla è per sempre, dunque questa costruzione felice, questo spazio di cielo prima o poi finirà. E non sei mai preparato, e quando il distacco, la lacerazione, la scarnificazione arriva, ti ritrovi stordita come una terremotata a guardare le rovine della tua casa. Ma c’è un figlio da crescere, e devi mostrarti forte per lui.

Un tifone che capovolge ogni cosa, è stata la morte del mio sposo. Durante la sua malattia scoprivo quasi con stupore di stare continuamente a pregare per il miracolo della guarigione, invocavo Gesù come se davvero lo conoscessi, mentre mi sentivo immersa in una oscurità senza fondo. In quegli ultimi tempi, poi, mi sono rivolta al Dio della mia infanzia, come in una sfida: quando verrai a prenderlo, fammi vedere almeno un lembo del tuo mantello, e saprò che consegnandolo a te lo metterai in salvo, non ti chiederò più niente… C’è il gioco delle nostre aspettative, e la lotta contro le inevitabili delusioni, per una preghiera forse inascoltata che bussa ad un cielo forse chiuso. 

Eppure, proprio in quell’ultimo anno, nell’accorciarsi del futuro, ci accorgevamo dell’abbondanza dei doni del presente: abbiamo toccato con mano la bellezza inestimabile dello stare insieme, del conoscerci al fondo della nostra umanità, senza orpelli, senza fronzoli, senza parole inutili: lui già nella piena accettazione, per un Dio da sempre amato; io a contagiarmi della sua serenità e della sua fede. Cominciavo a percepire che questo nostro legame non eravamo stati noi a crearlo, come un possesso personale e riservato; cominciavo a percepire che facevamo parte di una storia più grande. Di un Amore più grande.

Non sempre accade, ma la strada del dolore ti mette a nudo e può portarti a Dio. Per me fu così. Attraverso quella sofferenza cominciavo ad incontrare un Gesù avvicinabile, così percepibile. Il vuoto lasciato dal mio sposo era un’assenza che mi stava rivelando una Presenza, un desiderio inappagato che mi apriva al Desiderio più grande, un amore privato della sua concretezza che mi spingeva a cercare e a risalire alla sorgente dell’Amore. 

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Ogni giorno ci si scontra con la nostalgia, la solitudine, ma soprattutto con i tanti interrogativi che l’impatto con la morte fa emergere: perché la vita, il dolore, l’amore? E che cosa sono io oggi, che vuol dire questo nome di ‘vedova”, tutto al negativo? Possibile sia la mia nuova identità? Dove dirigo adesso la mia chiamata all’amore, che disegno c’è su quel “noi” che avevi promesso unito per sempre, come “una caro”? Non sei tu il Dio della Vita e dell’Amore?

Ecco, verranno giorni -dice il Signore – in cui manderò la fame nel paese. Non fame di pane, né sete di acqua, ma di ascoltare la parola del Signore” (Am 8, 11). Questi sono i giorni della vedovanza. La persona vedova è persona di domanda, di ricerca, di invocazione. La prima carezza di Dio per me fu trovare una Casa, un’oasi di silenzio per la mia ricerca, degli spazi in cui il dolore fosse ascoltato e compreso, e sorelle che come me cercavano la Verità della vita, non la verità che ti racconta il mondo, ma quella che solo Dio ti può dare. Un luogo per incontrarsi e camminare insieme in un percorso spirituale, dove le domande non vengono represse, ma possono essere pronunciate e coltivate per condurti ad un nuovo senso della tua vicenda: le esperienze amare custodiscono un valore sacro di svelamento, e a quel nuovo modo di vedere la realtà ti conduce solo Dio e la sua Parola. “Ecco, io faccio nuove tutte le cose” (Ap 21, 5). 

Aveva vista profonda e profetica padre Mauri, che vedeva nella persona vedova cristiana uno scrigno di talenti di amore, di dono, di capacità di vicinanza, consolazione e comprensione di ogni dolore; nel designarla “angelo dei focolari” che poteva accompagnare gli sposi in difficoltà; aveva ragione nel chiedere alla Chiesa di accudire le persone vedove nel discernimento necessario sul futuro della loro vita, e di occuparsi di loro non solo come oggetto di pastorale, ma vedendole come soggetto di evangelizzazione, che possono dire con la loro stessa scelta di fedeltà coniugale qualcosa di forte alla comunità cristiana. Lei può dire che quell’amore coniugale, unito a Gesù nel sacramento del matrimonio, non è terminato e continua la sua corsa, lei di qua e lui di là, dando ancora frutto, diventando un annuncio ancora più rilevante delle grandi opere di Dio, delle sue promesse realizzate in Gesù. Lei può aprire un legame tra cielo e terra, tra il già e il non ancora, tra visibile e invisibile, portando un faro di trascendenza nel mondo, oggi così privato del Mistero. 

No, Dio non mi ha mostrato solo un lembo del suo mantello, ha voluto eccedere nella sua grazia. L’amore ha dovuto trasformarsi, ha dovuto imparare un’estrema gratuità, e ci sono stati i dolori del parto, ma si è allargato oggi a tutto il Corpo di Cristo, ha scoperto la sua nuova modalità e la sua meta. Soprattutto ha compiuto il passaggio pasquale, dalla morte al giardino della Resurrezione, dove il Signore stesso sempre ci aspetta e ci chiama per nome.

Sono davvero commosso, cara Anna, nel leggere, e rileggere, la tua profonda testimonianza. Hai molto da dire e molto da dare agli sposi vedovi, innanzitutto perché hai avuto un approccio di realtà alla tua condizione vedovile, non nascondendo il drammatico appello che la morte dello sposo consegna a chi resta. Ma quell’assenza che hai sperimentato, come tu stessa hai chiarito, è poi diventata, per la sola grazia del Cielo, una presenza Altra, ed è una presenza vera, concreta, non una vaga consolazione, che ti riconsegna, anziché toglierti, quell’Amore in cui tu hai sempre creduto.
Da ciò che scrivi emerge una figura tutta nuova di sposa vedova, non rassegnata, non chiusa nel proprio dolore, ma aperta al mondo e alla Chiesa, consapevole del proprio potenziale protagonismo. Questo è il terreno su cui si possono incontrare tanti sposi vedovi di buona volontà, desiderosi di accogliere l’impegno per un vero e proprio ministero della consolazione che può arricchire tutti, anche coloro che non vivono il tempo della vedovanza (come ad esempio gli sposi in difficoltà). È ciò che la Fraternità di Emmaus e il movimento a cui appartieni stanno tentando di proporre, nella speranza di farlo presto diventare, se Dio vorrà, patrimonio comune della Chiesa!
Don Pino Cutolo



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Don Pino Cutolo

Don Giuseppe Cutolo è presbitero della Prelatura Territoriale di Pompei. E' sposo vedovo e padre di due figli. Fa parte della Fraternità di Emmaus quale membro della comunità consacrata. Nella Fraternità è responsabile dell'ambito vedovanza, per il quale promuove incontri, momenti liturgici e giornate di spiritualità.

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