“Quale concezione della persona umana ispira le leggi e quale tipo di società queste leggi costruiscono?”: il punto interrogativo è una mia licenza, l’affermazione è di Papa Leone ed è contenuta nel Discorso che ha tenuto al Parlamento spagnolo durante il suo viaggio apostolico dal 6 al 12 giugno. Un discorso che è molto più di un intervento istituzionale. È un piccolo trattato sul significato autentico della politica e sui limiti che il potere deve riconoscere a sé stesso. Ed è anche, senza inutili diplomazie, una severa critica a una cultura politica che troppo spesso pretende di trasformare il diritto in semplice espressione della volontà della maggioranza, dimenticando che esistono beni indisponibili che nessuna maggioranza può legittimamente violare.
Tra questi, anzitutto, la vita. Parlare del diritto alla vita in un Parlamento che, proprio grazie ai numeri della maggioranza, ha ampliato il ricorso all’aborto richiede coraggio. Non il coraggio della provocazione fine a sé stessa, ma quello più raro di chi sa che esistono verità scomode che non possono essere sacrificate alla ricerca del consenso. Papa Leone ha scelto di non tacere. E lo ha fatto ricordando una verità elementare: la difesa della vita umana non è una questione confessionale né l’ossessione identitaria di una minoranza religiosa. È una questione di civiltà.
Quando una società smette di riconoscere che ogni vita possiede un valore intrinseco, dal concepimento alla morte naturale, i più fragili diventano inevitabilmente i primi esclusi. Il bambino non nato, l’anziano non autosufficiente, il malato grave, chi dipende completamente dalla cura degli altri. Il Papa ha avuto il merito di riportare la questione al suo nucleo essenziale: il problema non è ciò che la legge consente, ma ciò che la legge considera degno di essere protetto. Una norma non diventa giusta semplicemente perché è stata approvata secondo le procedure previste. La legalità, da sola, non basta a garantire la giustizia. La storia europea del Novecento dovrebbe averlo insegnato definitivamente.
Ma il discorso di Madrid non si è fermato alla difesa della vita. Con altrettanta chiarezza, Papa Leone ha affrontato il tema della libertà religiosa, ricordando che una società autenticamente libera non costringe i credenti a confinare la propria fede nella sfera privata; poi c’è il tema delle migrazioni, affrontato senza cedere né alla retorica dell’accoglienza senza condizioni né alla tentazione della chiusura egoistica. Papa Leone ha indicato quello che troppo spesso viene ignorato: il vero dramma non è soltanto attraversare un confine, ma essere costretti ad abbandonare la propria terra. Il diritto a migrare deve essere accompagnato dal diritto a non dover emigrare.
Sono temi enormi, che il Pontefice ha affrontato con una chiarezza che sorprende e, per certi aspetti, interpella direttamente anche il mondo cattolico. Viene spontaneo chiedersi quale beneficio ne deriverebbe se tutti i vescovi italiani sapessero parlare con la stessa limpidezza, ciascuno nel proprio ambito di responsabilità. È un appello rivolto a tutti i cattolici: bisogna uscire dalla stagione della timidezza culturale. Per troppo tempo, su questioni fondamentali, molti hanno preferito tacere per non apparire divisivi, retrogradi o ideologici. Sia chiaro, il Papa non chiede battaglie identitarie né crociate politiche. Chiede qualcosa di più esigente: testimoniare nello spazio pubblico una visione dell’uomo fondata sulla sua dignità inviolabile. Quale concezione della persona umana ispira le nostre leggi e quale tipo di società esse stanno costruendo? Dalla risposta dipende il futuro delle nostre democrazie. E dipende anche la capacità dei cattolici di ritrovare una voce pubblica che non abbia paura di dire, con rispetto ma senza ambiguità, che esistono valori sui quali non è possibile tacere.
Il Caffè sospeso...
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Il caffè sospeso è un’antica usanza a Napoli. C’è chi dice che risale alla Seconda Guerra Mondiale per aiutare chi non poteva permettersi nemmeno un caffè al bar e c’è chi dice che nasce dalle dispute al bar tra chi dovesse pagare. Al di là delle origini, il caffè sospeso resta un gesto di gratuità. Nella nuova rubrica che apre l’anno 2024, vorrei raccontare storie o suggerire riflessioni sull’amore gratuito e disinteressato. Quello nascosto, feriale, quotidiano che nessuno racconta, che non conquisterà mai le prime pagine dei giornali ma è quell’amore che sorregge il mondo, che è capace di rivoluzionare la società dal di dentro. Buon caffè sospeso a tutti!
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