16 Giugno 2026

Dallo smartphone-ciuccio al divieto dei social: chi educa i genitori al digitale?

Sorrido mentre il telegiornale dà l’ennesima notizia del divieto, che entrerà in vigore l’anno prossimo in Inghilterra, di utilizzare i social network al di sotto dei 16 anni. Sorrido non perché la questione non sia seria, ma perché conosco già il film. E soprattutto conosco il finale. Penso ai genitori di figli adolescenti che ascolteranno la notizia mentre preparano la cena o scorrono distrattamente il telefono. Per un attimo il pensiero li attraverserà: forse dovremmo fare qualcosa anche noi. Ripasseranno mentalmente le immagini dei figli sul divano con lo smartphone in mano, a tavola con lo sguardo rivolto verso uno schermo, in auto o in treno immersi in video che scorrono uno dopo l’altro.

Poi inizierà il rassicurante monologo interiore: Sì, ma è un ragazzo intelligente. Va bene a scuola. Ha amici. Fa sport. Non è dipendente. Infine arriverà la sentenza definitiva, quella che assolve tutti e non condanna nessuno: “Ormai è impossibile cambiare le cose“. E, in parte, è vero. Pensare di vietare improvvisamente qualcosa che è cresciuto insieme ai nostri figli adolescenti rischia di produrre l’effetto opposto: rendere ciò che è proibito ancora più desiderabile. L’adolescenza funziona così da sempre. Se bastassero i divieti, avremmo già risolto molte altre questioni educative da qualche secolo. Che facciamo allora? Ci arrendiamo?

No. Ma forse dobbiamo avere il coraggio di ammettere una verità scomoda: l’educazione digitale non comincia a sedici anni, quando apriamo il dibattito sui social. Comincia molto prima. Comincia quando un bambino di due anni è irrequieto al ristorante e il telefono compare magicamente sul tavolo come un moderno ciuccio elettronico. Comincia quando, per affrontare dieci minuti di fila al supermercato senza una crisi di nervi, consegniamo YouTube come intrattenitore ufficiale dell’infanzia. Comincia durante i viaggi in auto, nelle sale d’attesa, nei pomeriggi piovosi in cui lo schermo diventa la soluzione più semplice, immediata ed efficace. Perché funziona. E proprio per questo è così difficile.

Sia chiaro: nessun genitore consegna uno smartphone al proprio figlio pensando di compromettere il suo rapporto futuro con la tecnologia. Lo fa per sopravvivere alla quotidianità. Perché è stanco. Perché deve lavorare. Perché deve preparare la cena. Perché deve gestire altri figli. Perché, semplicemente, fare il genitore è complesso e nessuno distribuisce manuali operativi insieme al test di gravidanza. Ma le alternative esistono. Esistono la noia, che abbiamo trasformato in una patologia quando invece è il laboratorio della creatività. Esistono i libri, i giochi destrutturati, le conversazioni durante i viaggi in auto che inizialmente sembrano torture medievali ma che, incredibilmente, possono diventare momenti di relazione. Esistono gli sport, le attività all’aperto, il semplice stare insieme senza che qualcuno debba necessariamente essere intrattenuto ogni secondo della giornata.

Insegnare che uno strumento è utile quando resta uno strumento e diventa problematico quando prende il posto di tutto il resto è necessario. Conoscere l’impatto che un uso eccessivo può avere sul sonno, sulla concentrazione, sull’autostima o sulle relazioni sociali è importante ma chi si occupa dell’educazione digitale dei genitori? Ai ragazzi proponiamo incontri a scuola sul cyberbullismo. Ai docenti offriamo corsi di aggiornamento. Le piattaforme inseriscono, spesso ben nascosti, strumenti di parental control. Ma i genitori? Chi spiega loro come impostare limiti realistici? Come accompagnare un figlio all’uso progressivo della tecnologia? Come riconoscere segnali di disagio? Come negoziare regole senza trasformare ogni cena in un negoziato internazionale?

Troppo spesso ci limitiamo a giudicarli. Se concedono troppo presto uno smartphone sono irresponsabili. Se pongono limiti severi sono autoritari. Se non sanno usare gli strumenti digitali sono antiquati. Se li usano troppo sono incoerenti. Nel frattempo, milioni di madri e padri navigano a vista nel più grande esperimento educativo della storia moderna. La più grande sfida per me è smettere di discutere soltanto di cosa proibire ai ragazzi e iniziare finalmente a chiederci come accompagnare gli adulti nel difficile compito di crescerli nell’era digitale. Se vogliamo adolescenti consapevoli, abbiamo prima bisogno di genitori consapevoli. E questa è una responsabilità che non entrerà in vigore l’anno prossimo. È già cominciata.



Il Caffè sospeso...
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Il caffè sospeso è un’antica usanza a Napoli. C’è chi dice che risale alla Seconda Guerra Mondiale per aiutare chi non poteva permettersi nemmeno un caffè al bar e c’è chi dice che nasce dalle dispute al bar tra chi dovesse pagare. Al di là delle origini, il caffè sospeso resta un gesto di gratuità. Nella nuova rubrica che apre l’anno 2024, vorrei raccontare storie o suggerire riflessioni sull’amore gratuito e disinteressato. Quello nascosto, feriale, quotidiano che nessuno racconta, che non conquisterà mai le prime pagine dei giornali ma è quell’amore che sorregge il mondo, che è capace di rivoluzionare la società dal di dentro. Buon caffè sospeso a tutti!


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Giovanna Abbagnara

Giovanna Abbagnara, è sposata con Gerardo dal 1999 e ha un figlio, Luca. Giornalista e scrittrice, dal 2008 è direttore responsabile di Punto Famiglia, rivista di tematiche familiari. Con Editrice Punto Famiglia ha pubblicato: Il mio Giubileo della Misericordia. (2016), Benvenuti a Casa Martin (2017), Abbiamo visto la Mamma del Cielo (2016), Il mio presepe in famiglia (2017), #Trova la perla preziosa (2018), Vivere la Prima Eucaristia in famiglia (2018), La Prima Comunione di nostro figlio (2018), Voi siete l'adesso di Dio (2019), Ai piedi del suo Amore (2020), Le avventure di Emanuele e del suo amico Gesù (2020), In vacanza con Dio (2022).

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