«La solitudine non compare nelle tabelle»
Di Soemia Sibillo, CAV Mangiagalli – Milano
A Roma il 16-17 giugno si è svolta la terza edizione del Festival dell’Umano Tutto Intero, organizzato dal network Ditelo sui Tetti. Pubblichiamo l’intervento di Soemia Sibillo, vicepresidente del Movimento per la Vita italiano. Attraverso l’esperienza quotidiana del Centro di Aiuto alla Vita Mangiagalli, la Sibillo racconta la solitudine delle donne che vivono gravidanze segnate dalla paura, dall’isolamento e dall’assenza di sostegno, anche quando attorno a loro esistono famiglie, partner o reti sociali apparentemente presenti. Cosa significa davvero, oggi, tutelare la maternità? Non manca, nel suo intervento, una critica costruttiva al modo in cui il fenomeno viene descritto: nelle relazioni ministeriali compaiono numeri, percentuali e dati sull’abortività, ma resta invisibile ciò che precede le scelte: la solitudine, le difficoltà economiche, l’assenza di relazioni e di supporto concreto. Secondo Sibillo, la Legge 194 non dovrebbe essere letta solo nella parte che riguarda l’interruzione di gravidanza, ma innanzitutto come impegno dello Stato alla tutela sociale della maternità. Una bella provocazione.
La solitudine non guarda l’età. Non guarda il conto in banca. Non guarda il titolo di studio, il quartiere, la provenienza. La solitudine è trasversale: entra nelle case benestanti e nei monolocali, nelle famiglie numerose, nelle stanze prese in affitto. Ci sono donne sole anche quando la famiglia c’è, ma non sostiene.
Famiglie che giudicano, che pretendono, che chiedono di “non complicare le cose”. Famiglie che parlano di problemi, di opportunità, di ciò che “conviene”, ma non parlano mai di lei e con lei. Non ascoltano la sua voce, non guardano il suo volto, non vedono la sua paura.
Famiglie, compagni, mariti che dicono “decidi tu”, caricando ulteriormente la donna del peso di una decisione che sembra a senso unico. Parole che sembrano libertà, ma che invece diventano un macigno. Ma ci sono anche padri che quel figlio lo vorrebbero ma che non hanno voce in capitolo, padri che soffrono in silenzio. Chi tutela questi padri? E ci sono padri che non sapranno mai di esserlo stati, perché qualcuno ha nascosto loro una gravidanza e una scelta. Questo raccogliamo e accogliamo tutti i giorni al Centro di Aiuto alla Vita Mangiagalli. Senza giudizio. Con rispetto.

Ci sono donne che arrivano da lontano, con lingue diverse ma con la stessa identica paura. Donne che hanno attraversato mari, confini, silenzi. Donne che cercano un appoggio, un luogo dove non essere giudicate. Cosa significa davvero, oggi, tutelare la maternità? Non come concetto astratto, ma come gesto umano, come presenza che sostiene.
La Legge 194 del 1978 afferma che lo Stato deve riconoscere il valore sociale della maternità e sostenere la vita dal suo inizio. Sono trascorsi quasi cinquant’anni. E la donna incinta in situazioni di fragilità è sempre più sola. Nel 1978 non esisteva l’aborto farmacologico. Non esisteva la contraccezione d’emergenza acquistabile anche da minorenni senza prescrizione, mentre per un analgesico serve ancora la ricetta del medico.
Contraccezione d’emergenza. Un linguaggio per mascherare, edulcorare, rinviare, eliminare, confondere. Ma quale è la vera emergenza? La vera emergenza è relazionale, culturale, sociale.
Nell’ultima Relazione Ministeriale che ogni anno monitora l’applicazione della Legge 194, si registra che il tasso di abortività è in crescita. L’aborto farmacologico è in crescita. La vendita delle pillole “emergenziali” è in crescita. Ottantacinque pagine di numeri, percentuali, curve, tabelle. Ma nessuna pagina dedicata alla tutela sociale della maternità. Nessun dato su quante donne avrebbero scelto diversamente se avessero avuto una casa, un lavoro, una rete, una mano tesa. Nessuna fotografia delle fragilità che incontriamo ogni giorno.

La vera emergenza è la solitudine delle donne. Una solitudine che non compare nelle tabelle, ma che attraversa ogni storia che ascoltiamo. Sono feritoie di luce. Sono la prova che la maternità fragile non si accompagna con protocolli, ma con presenza. Che una donna non ha bisogno di essere convinta: ha bisogno di essere vista. Quando abbiamo smesso di chiedere a una donna che si scopre incinta come sta, prima di chiederle cosa intende fare?
Al CAV, la solitudine la vediamo negli occhi. La vediamo nelle ragazze convinte di non valere abbastanza per diventare madri. La vediamo nelle donne che portano sulle spalle un mondo intero e temono di non avere spazio per un’altra vita. La vediamo in chi arriva dopo notti insonni, cercando risposte su internet, senza trovare un volto che le accolga.
La legge 194 non è una legge “per l’aborto”. È una legge che chiede allo Stato di esserci. E i CAV fanno proprio questo: stanno accanto, ascoltano, sostengono, aiutano a rimuovere le cause che porterebbero all’interruzione di gravidanza, con progetti concreti, qualificati, con operatori formati, facendo rete con altri servizi territoriali. Perché ogni vita – anche quella più fragile, anche quella più temuta – merita di essere guardata con la cura che la legge, già nel 1978, aveva posto come suo primo dovere.
Perché non vengono inseriti nella Relazione Ministeriale anche i 558 bimbi nati nel 2025 grazie al CAV Mangiagalli che insieme a tutti gli oltre trecento CAV d’Italia diventano oltre quattromila? Bimbi che potevano non esserci e che invece ci sono.
La Relazione ministeriale sembra più un calmante per chi invoca l’aborto. Quelle pagine ci restituiscono una fotografia che ci deve interrogare tutti. Perché non inseriamo la testimonianza della bellezza della Vita umana, la gioia del Sì alla Vita di chi è stato aiutato nella fragilità? Lo dice la Legge 194 “Norme per la tutela sociale della maternità e….”. Forse è tempo di tornare a leggere quella frase fin dall’inizio e ricordare che dietro a ciascun numero di quella parziale relazione ministeriale c’è sempre una Vita umana.
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