22 Giugno 2026

Tremila morti all’anno: perché continuiamo a chiamarle fatalità?

Quando muoiono tremila persone all’anno sulle strade italiane e oltre duecentomila restano ferite, continuiamo a chiamarli “incidenti” ma a un certo punto bisogna avere il coraggio delle parole: una tragedia con queste dimensioni assomiglia a una guerra. Solo che la guerra la immaginiamo con le sirene, con le bombe, con i bollettini. Questa invece entra nelle nostre vite in silenzio: all’alba di una domenica, all’uscita da una discoteca, lungo una provinciale buia, dentro un canale, sopra uno scooter. E ogni volta il rito è identico: dolore, fiori, lacrime, promesse, indignazione. Poi tutto ricomincia.

A Senago, nel Milanese, sono morti Lorenzo Benin, Riccardo Provasi e Camilla Copparoni. Diciassette, diciassette e diciotto anni. Nove ragazzi dentro un’auto omologata per cinque. Un guidatore diciannovenne positivo all’alcoltest con un tasso tre volte superiore a quello consentito per un neopatentato. Una curva. Un canale. Tre vite finite prima ancora di cominciare. E qui bisogna fare domande scomode. Perché un ragazzo di diciotto o diciannove anni sente il bisogno di guidare un’auto che diventa simbolo di forza, di status, di identità? Perché per tanti ragazzi l’automobile non è un mezzo ma una dichiarazione di sé? Perché nove adolescenti trovano normale salire tutti insieme in una macchina pensata per cinque persone? Dov’era, in quel momento, la percezione del pericolo? Dov’era l’idea che le regole non sono una scocciatura burocratica ma una barriera contro la morte? Sono domande che riguardano i ragazzi, certo ma riguardano anche gli adulti, perché siamo noi che abbiamo costruito una cultura nella quale il successo ha spesso la forma dell’auto che possiedi. Siamo noi che da anni vendiamo l’idea che velocità significhi libertà, che potenza significhi valore, che infrangere una regola sia una forma di personalità.

Poi è arrivato il secondo episodio, quello di Ceriale. Una ragazza di ventidue anni, Sofia Barberi, muore dopo uno schianto. La sua amica lotta fra la vita e la morte. E nel frattempo compare un video: un ragazzo ride, scherza, dice: “Questa è morta”. Poi arrivano le scuse: era ubriaco, non aveva capito. Che cosa sta succedendo? Questa non è più soltanto una questione di sicurezza stradale. Qui entriamo in un territorio ancora più inquietante: il rapporto con la realtà stessa. Una volta il dolore imponeva silenzio. Oggi sembra esistere un impulso compulsivo a trasformare tutto in contenuto: il tramonto, una cena, una litigata, una tragedia. Se non filmiamo qualcosa sembra quasi che non sia accaduta davvero.

Non credo che quei ragazzi siano mostri. Sarebbe troppo semplice, e troppo rassicurante, dirlo. I mostri ci tranquillizzano: sono altro da noi. Il problema è che probabilmente sono ragazzi normali. Ed è proprio questo che spaventa. Stiamo crescendo una generazione immersa in una continua anestesia emotiva: immagini, video, tragedie, dolore consumati a velocità folle. Una realtà nella quale anche la morte rischia di diventare una scena, un frammento da condividere, qualcosa da raccontare con il telefono in mano. Nel frattempo, però, Lorenzo non tornerà a casa. Riccardo non tornerà a casa. Camilla non tornerà a casa. Sofia non tornerà a casa. E dietro quei nomi ci sono vite vere: progetti, amori, partite di calcio, scuola, università, sogni che stavano appena prendendo forma.

Possibile che in un Paese che piange tremila morti l’anno sulle strade continuiamo a parlare quasi solo di punizioni dopo le tragedie e così poco di prevenzione prima? Educazione stradale seria nelle scuole. Educazione emotiva. Controlli veri. Trasporti notturni sicuri. Un cambiamento culturale che insegni che crescere non significa correre più forte, ma capire dove fermarsi. Quando smetteremo di chiederci soltanto chi ha sbagliato e inizieremo a domandarci perché continuiamo a produrre sempre lo stesso errore, forse smetteremo anche di chiamarle fatalità perché molte tragedie non sono inevitabili. Sono prevedibili. Ed è proprio per questo che fanno ancora più male.



Il Caffè sospeso...
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Il caffè sospeso è un’antica usanza a Napoli. C’è chi dice che risale alla Seconda Guerra Mondiale per aiutare chi non poteva permettersi nemmeno un caffè al bar e c’è chi dice che nasce dalle dispute al bar tra chi dovesse pagare. Al di là delle origini, il caffè sospeso resta un gesto di gratuità. Nella nuova rubrica che apre l’anno 2024, vorrei raccontare storie o suggerire riflessioni sull’amore gratuito e disinteressato. Quello nascosto, feriale, quotidiano che nessuno racconta, che non conquisterà mai le prime pagine dei giornali ma è quell’amore che sorregge il mondo, che è capace di rivoluzionare la società dal di dentro. Buon caffè sospeso a tutti!


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Giovanna Abbagnara

Giovanna Abbagnara, è sposata con Gerardo dal 1999 e ha un figlio, Luca. Giornalista e scrittrice, dal 2008 è direttore responsabile di Punto Famiglia, rivista di tematiche familiari. Con Editrice Punto Famiglia ha pubblicato: Il mio Giubileo della Misericordia. (2016), Benvenuti a Casa Martin (2017), Abbiamo visto la Mamma del Cielo (2016), Il mio presepe in famiglia (2017), #Trova la perla preziosa (2018), Vivere la Prima Eucaristia in famiglia (2018), La Prima Comunione di nostro figlio (2018), Voi siete l'adesso di Dio (2019), Ai piedi del suo Amore (2020), Le avventure di Emanuele e del suo amico Gesù (2020), In vacanza con Dio (2022).

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