La santità sul luogo di lavoro… è possibile?

Oggi, 26 giugno, la Chiesa ricorda San Josemaría Escrivá, vissuto nei primi decenni del Novecento. Una delle sue intuizioni più profonde fu che la santità non si vive lontano dal mondo, ma proprio dentro la quotidianità: nella famiglia, nelle relazioni e nelle occupazioni di ogni giorno. Sua è l’espressione che vede il letto nuziale come un altare: paragonava, infatti, il dono dei corpi tra gli sposi al dono di Cristo che, sull’altare, dona il suo corpo alla Chiesa. Oggi vorremmo riflettere su ciò che diceva del lavoro: santificarlo è il nostro modo, da laici, di portare il Regno dei Cieli sulla Terra.

“Il lavoro è la prima vocazione dell’uomo, è una benedizione di Dio, e si sbagliano, purtroppo, quelli che lo considerano un castigo”.

Questa frase racchiude il pensiero del santo spagnolo, per il quale, inoltre, “santificare il lavoro significa farlo per Dio e per gli altri, e per questo bisogna farlo bene”. E se è vero che siamo obbligati a lavorare per vivere, Escrivà ricorda che dobbiamo anche “lavorare coscienziosamente, con senso di responsabilità, con amore e perseveranza, senza trascuratezze e leggerezze”.

Non importa se si tratti di lavoro intellettuale o lavoro manuale: il lavoro, in ogni caso, “deve essere per il cristiano un’offerta gradita al Signore, un’arma per la nostra lotta ascetica, un servizio reso agli altri uomini”.

Oltre a lavorare bene, ciò che i cristiani sono chiamati a vivere è un rispetto profondo per i colleghi: anche la relazione con loro va intessuta secondo il Vangelo.

Quanto bisogno di santi abbiano i nostri luoghi di lavoro, lo sa solo Dio. Quanti abusi, quante situazioni di sfruttamento, quanta mancanza di cooperazione: invidie, gelosie, omertà, opportunismo, vendette. Se le pareti dei nostri uffici potessero parlare…

E poi c’è la solitudine. Si trascorre insieme moltissimo tempo, spesso più che con i propri familiari o con gli amici più cari, eppure sembra non esserci spazio per interessarsi davvero alla persona che si nasconde dietro un camice, un computer, un bancone.

Se qualcuno può dire: “Così è la vita, io penso solo per me” e non farsene un problema, ciò non può andar bene a noi cristiani. Siamo chiamati, infatti, anche nei luoghi di lavoro, a essere segno di contraddizione in questo e a portare la luce di Cristo e la sua carità. Non a uniformarci alla durezza dell’ambiente, ma a trasformarlo con piccoli gesti di giustizia, misericordia e attenzione concreta agli altri.

Vorremmo fare solo un esempio, che mostra quanto certi contesti possano diventare disumani, e quanto sia urgente ricordare che non siamo macchine, ma persone chiamate alla solidarietà.

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Giulia è una lavoratrice: ha la madre invalida e un padre la cui salute è precaria. Giulia vive e lavora in un’altra regione e ha bisogno di assentarsi talvolta per assistere la sua famiglia.

A questo si aggiungono problemi di salute personali, che la costringono periodicamente a prendersi cura di sé, con assenze dal lavoro regolarmente giustificate da certificati medici. Il suo datore di lavoro conosce bene la situazione. Eppure, un giorno, ha deciso di umiliarla davanti a tutti per le “troppe assenze” accumulate, trattandola come scansafatiche.

Il lavoro è importante e viverlo con responsabilità è un dovere, ma quando la salute non ci aiuta? Quando la vita impone di occuparsi di problemi che non sono stati scelti?

Le leggi ci sono, ma spesso non diventano cultura negli ambienti di lavoro.

Basterebbe poco: comprensione per problemi più grandi, una parola gentile, un aiuto concreto, il rispetto della fragilità altrui, delle scuse quando si sono commessi gesti esagerati. Il lavoro non perderebbe efficienza; al contrario, diventerebbe più umano. E un ambiente umano è anche un ambiente più sano, più giusto, più vivibile per tutti.

La santità di cui parlava San Josemaría Escrivá passa anche da qui: dal modo in cui guardiamo il collega stanco, la dipendente fragile, la persona che soffre in silenzio per i problemi che lascia qualche ora ma poi ritrova puntualmente a casa. Ogni scrivania, ogni corsia, ogni ufficio possano diventare un luogo in cui lasciar passare Cristo, attraverso la nostra carità quotidiana.




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