CORRISPONDENZA FAMILIARE

Il Papa vuole una Chiesa che…

29 Giugno 2026

Foto derivata da: Edgar Beltrán, The Pillar, CC BY-SA 4.0, da Wikimedia Commons

La festa dei santi Pietro e Paolo richiama il particolare ministero che la Provvidenza ha affidato al Papa, non solo in quanto Successore di Pietro ma anche come Apostolo delle Genti. Custodire l’unità e la carità e promuovere la missione sono due aspetti indissolubilmente connessi. L’appuntamento liturgico è stato preceduto dal Concistoro, l’assemblea che raccoglie tutti i Cardinali, ed ha dato al Papa l’occasione di ribadire ancora una volta che desidera esercitare il suo ministero facendo della comunione l’indispensabile premessa di ogni azione ed ogni decisione.

“L’autorità del primato, infatti, è propria di chi ascolta e solo perciò guida, di chi apprende e solo perciò insegna, sempre alla sequela dell’unico Maestro” (Omelia, 26 giugno 2026). Queste le parole pronunciate dal Papa nella sua omelia. Egli non rinuncia alla sua autorità, lui sa che ha il dovere di dire la prima e l’ultima parola. Ma s’impegna a favorire un clima in cui ciascuno partecipa al confronto e contribuisce a definire le scelte della Chiesa. 

Papa Leone vuole una Chiesa unita. Non compatta né tantomeno uniforme ma tenacemente unita. Ostinatamente unita. Una Chiesa che persegue la comunione come il primo dei beni e la premessa di ogni altro bene. Ha concluso i lavori del Concistoro chiedendo a tutti di “custodire l’unità nella diversità”. Come possiamo predicare contro la guerra e poi, come è avvenuto durante il pontificato di Francesco, promuovere all’interno della Chiesa un clima di polarizzazioni che inevitabilmente hanno generato conflitti e diffidenze difficili da sradicare?

Papa Leone vuole una Chiesa missionaria. Il Concistoro ha affrontato diversi temi ma tutti “trovano la loro unità nella prospettiva missionaria” (Discorso inaugurale, 26 giugno). Vale la pena ricordare che la parola missione ritorna 13 volte nei tre interventi del Pontefice. A scanso di equivoci il Santo Padre ha scandito bene queste parole:

“Tutti i temi che affronteremo — lo sguardo sul mondo, la pace, il bene comune, la sinodalità — convergono in un’unica domanda: come possiamo aiutare oggi le nostre Chiese ad annunciare il Vangelo con maggiore fedeltà, libertà e credibilità? La missione non è uno dei molti compiti della Chiesa. È la sua ragione di esistere e, proprio per questo, diventa anche il criterio che orienta il nostro discernimento” (26 giugno). 

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In queste parole mi pare di sentire l’eco di quell’appello che Paolo VI ha fatto risuonare a metà degli anni ’70, in un’epoca in cui tutto era messo in discussione, anche il mandato missionario: “Evangelizzare è la grazia e la vocazione propria della chiesa, la sua identità più profonda. Essa esiste per evangelizzare” (Evangelii nuntiandi, 14). La Chiesa riparte dal Vangelo perché sa che dove giunge il Vangelo l’umanità risorge. 

Papa Leone vuole una Chiesa credente. Sembra un ossimoro. Può esistere una Chiesa che non crede? No, ma può esistere – e difatti esiste uno stile ecclesiale in cui la grazia non è più la sorgente e la misura del nostro agire. È credente una Chiesa che riconosce in Gesù il suo “centro luminoso”, l’Alfa e l’Omega della storia, Colui che agisce con autorità e accompagna con amore il cammino del popolo di Dio. La pagina evangelica di Emmaus, ha detto il Papa, ricorda l’iniziativa del Risorto che va incontro ai discepoli: “si fa loro compagno di strada, ascolta le loro domande, apre le Scritture, fa ardere il loro cuore e trasforma il loro cammino” (27 giugno 2026). È questo il punto di partenza dell’esperienza di fede: riconoscere la presenza del Signore, mettersi in ascolto della sua Parola e fare dell’Eucaristia il centro e il cuore della vita ecclesiale. Una Chiesa credente vive e insegna a cercare la preghiera, personale e comunitaria, come un bene di prima necessità. 

È un errore pensare che la fede sia un presupposto inossidabile della vita ecclesiale, lo dice il Papa: “La fede è quella virtù, mai scontata, che dà vita alla Chiesa, perché corrisponde alla grazia che nutre i tralci dell’unica vite. La Chiesa viva è la Chiesa che crede” (Omelia, 26 giugno). È un tema che ha trovato in Benedetto XVI un Pastore particolarmente attento e giustamente preoccupato. Nella Lettera Apostolica che annunciava un Anno della fede scrive: 

“Capita ormai non di rado che i cristiani si diano maggior preoccupazione per le conseguenze sociali, culturali e politiche del loro impegno, continuando a pensare alla fede come un presupposto ovvio del vivere comune. In effetti, questo presupposto non solo non è più tale, ma spesso viene perfino negato” (Porta fidei, 2). 

Nutrire la fede dei battezzati è un impegno irrinunciabile, anzi sempre più decisivo in un’epoca in cui tanti altri attori cercano di rubare o deformare quel sensus fidei che per secoli ha illuminato e guidato il cammino del popolo di Dio. 

La lettura mediatica degli interventi di Papa Leone insiste esclusivamente sulla dimensione sociale, si ha l’impressione che il Pontefice parli sempre e solo della guerra. Sempre e solo contro i potenti di questo mondo in perenne conflitto. Noi invece abbiamo il dovere di leggere con più attenzione e di mettere in luce quelle parole che ci aiutano a rinnovare il tessuto ecclesiale, facendo quelle scelte che forse non sono appariscenti ma alla lunga garantiscono un rinnovamento autentico e duraturo. 




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Silvio Longobardi

Silvio Longobardi, presbitero della Diocesi di Nocera Inferiore-Sarno, è l’ispiratore del movimento ecclesiale Fraternità di Emmaus. Esperto di pastorale familiare, da più di trent’anni accompagna coppie di sposi a vivere in pienezza la loro vocazione. Autore di numerose pubblicazioni di spiritualità coniugale, cura per il magazine Punto Famiglia la rubrica “Corrispondenza familiare”.

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