Alcune parole nella narrazione mediatica vengono pronunciate così spesso da rischiare di perdere il loro significato. Una di queste è certamente libertà. La si invoca nel dibattito pubblico, nella politica, nelle rivendicazioni individuali, nei grandi temi etici e persino nelle scelte più private. Tutti la reclamano, tutti la difendono, tutti ritengono di parlare in suo nome ma proprio quando una parola viene usata per tutto, finisce spesso per non significare più nulla.
Non è superfluo ricordare che la libertà non coincide con l’assenza di limiti. Non è il diritto di trasformare ogni desiderio in pretesa, ogni aspirazione in diritto esigibile, ogni volontà individuale in criterio assoluto. Quella, semmai, è un’altra cosa: è libertinismo. È l’idea che la misura del bene sia semplicemente ciò che ciascuno desidera. Una società civile, però, non si costruisce sulla somma dei desideri individuali. Si costruisce attorno a riferimenti comuni, a valori condivisi, a punti di orientamento capaci di custodire ciò che una comunità ritiene essenziale: la dignità della persona dal concepimento alla sua morte naturale, la tutela dei più fragili, il rispetto della vita, la responsabilità verso chi non ha voce.
Per questo i confini hanno un valore che oggi si fatica a riconoscere. La parola stessa viene spesso percepita come qualcosa di negativo: limite, ostacolo, chiusura, proibizione. Eppure i confini più importanti non sono muri; sono spazi di relazione. Non servono a separare gli uomini ma a consentire una convivenza ordinata tra persone diverse. Un confine è una soglia, è ciò che rende possibile il confronto. Senza confini rimangono soltanto la confusione e il conflitto permanente. Se tutto diventa equivalente, se ogni distinzione viene considerata discriminazione e ogni limite viene interpretato come oppressione, allora non rimane più un terreno comune sul quale discutere serenamente. Questo vale nelle relazioni coniugali quando si deve ricercare quella soglia della vita dell’altro dove poter dialogare e confrontarsi senza cadere nella critica aspra o nella pretesa; vale nella relazione con i figli dove la soglia diventa la possibilità di poter maturare senza per forza l’aiuto dei genitori ma sapendo di poter sempre contare sulla loro presenza; e vale per le grandi discussioni che interessano temi come l’aborto, il fine vita, il gender, l’omosessualità…
È proprio su questi terreni che si giocano le grandi questioni del nostro tempo. Sono questioni che meritano una riflessione seria e pacata, non slogan e contrapposizioni automatiche come avviene spesso sul nostro Magazine quando cerchiamo di proporre su questi temi una riflessione “controcorrente”. Una società matura dovrebbe avere il coraggio di interrogarsi senza che ogni domanda venga interpretata come un’aggressione e senza che ogni dissenso venga trasformato in una colpa morale.
Il problema è che oggi il dibattito pubblico sembra sempre meno interessato alla complessità e sempre più attratto dalla logica dello schieramento. Anche il dolore rischia di diventare materiale da utilizzare per rafforzare narrazioni precostituite. La terribile vicenda del padre che ha ucciso il figlio omosessuale e la madre, per esempio, avrebbe richiesto anzitutto silenzio, rispetto e pietà. Invece, come spesso accade, attorno a un dramma umano si è subito messa in moto la macchina delle interpretazioni e delle letture ideologiche. Nessuno può entrare davvero nelle profondità del dolore, delle fragilità, delle fratture che abitano una famiglia. Eppure si è assistito, ancora una volta, alla tentazione di trasformare una tragedia in una bandiera LGBT. Il male esiste e va chiamato con il suo nome. Il gesto di quel padre è certamente da condannare ma proprio per questo merita rispetto e verità, non utilizzi strumentali. Le tragedie non sono manifesti politici.
Riconoscere che esistono confini che non umiliano l’uomo ma lo custodiscono; limiti che non restringono la dignità ma la proteggono; valori che non soffocano il pensiero ma rendono possibile il dialogo. Una società che perde questi punti di riferimento rischia di scoprire troppo tardi che abbattere ogni confine non significa diventare più liberi. Significa soltanto non sapere più dove andare.
Il Caffè sospeso...
aneddoti, riflessioni e storie di amore gratuito …quasi sempre nascoste.
Il caffè sospeso è un’antica usanza a Napoli. C’è chi dice che risale alla Seconda Guerra Mondiale per aiutare chi non poteva permettersi nemmeno un caffè al bar e c’è chi dice che nasce dalle dispute al bar tra chi dovesse pagare. Al di là delle origini, il caffè sospeso resta un gesto di gratuità. Nella nuova rubrica che apre l’anno 2024, vorrei raccontare storie o suggerire riflessioni sull’amore gratuito e disinteressato. Quello nascosto, feriale, quotidiano che nessuno racconta, che non conquisterà mai le prime pagine dei giornali ma è quell’amore che sorregge il mondo, che è capace di rivoluzionare la società dal di dentro. Buon caffè sospeso a tutti!
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stiamo vivendo un tempo di prova e di preoccupazione riguardo il presente e il futuro. Questo virus è entrato prepotentemente nella nostra quotidianità e ci ha obbligati a rivedere i tempi del lavoro, delle amicizie, delle Celebrazioni. Insomma, ha rivoluzionato tutta la nostra vita e non sappiamo fin dove ci porterà e per quanto tempo. Ci fidiamo delle indicazioni che provengono dal Governo e dagli organi sanitari preposti ma nello stesso tempo manifestiamo con la nostra fede che “il Signore ci guiderà sempre” (cfr Is 58,11).



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