30 Giugno 2026

La maternità surrogata e il prezzo umano che rischiamo di non vedere

Siamo davvero sicuri che tutto ciò che siamo capaci di fare debba necessariamente diventare un diritto da esercitare? Lo sviluppo della tecnica ci ha abituati a una convinzione quasi automatica: se qualcosa è possibile, allora è anche giusto. Eppure la storia dell’umanità ci insegna il contrario. Per secoli molte pratiche sono state considerate normali, persino inevitabili: la schiavitù, il lavoro minorile, lo sfruttamento sistematico di persone ritenute più deboli. Solo dopo molto tempo ci si è accorti che il problema non era l’efficienza di quei sistemi, ma il prezzo umano nascosto dietro la loro apparente utilità.

L’iniziativa lanciata a Ginevra da Italia e Cile per una moratoria internazionale sulla maternità surrogata merita attenzione e soprattutto un dibattito libero da slogan e tifoserie ideologiche. Ricordo che la Gpa è legale in pochissimi Paesi, tra cui gli Stati Uniti, non autorizzata in forme commerciali in quasi tutta Europa, consentita con limitazioni in alcuni altri tra cui Sudafrica, India e Ucraina e dichiarata reato universale dall’Italia nel 2024. La questione è seria. Sappiamo purtroppo che prima di rendere legale qualcosa, si cerca di renderlo culturalmente accettabile a partire dalle fragilità e dalle ferite che abitano il cuore dell’uomo, come per esempio il desiderio di avere un figlio e tralasciando le domande importanti: cosa accade quando il corpo di una donna entra dentro una logica contrattuale? Cosa accade quando la nascita di un bambino viene regolata da accordi, clausole, aspettative e prestazioni?

Non si può liquidare tutto dicendo: “se c’è consenso, allora non c’è problema”. Anche il lavoro sfruttato spesso nasce da un consenso. Anche molte forme di dipendenza economica vengono firmate liberamente. Ma siamo davvero sicuri che libertà e bisogno coincidano sempre? La relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla violenza contro donne e ragazze, Reem Alsalem, aveva già definito nel 2025 la gestazione per altri una possibile forma di violenza. Nel rapporto presentato a Ginevra il quadro che emerge è tutt’altro che rassicurante: povertà, fragilità sociale, discriminazioni, migrazioni e vulnerabilità economiche diventano spesso il terreno sul quale prospera un mercato che oggi muove tra i 23 e i 32 miliardi di dollari.

Avete letto bene, la parola cardine è mercato perché una cosa è accompagnare la sofferenza reale di chi desidera profondamente un figlio e sperimenta il dolore dell’infertilità — dolore che merita ascolto, rispetto e infinita delicatezza — altra cosa è trasformare quel dolore in una filiera economica. Chi sono le donne che mettono il proprio corpo a disposizione? Quali sono le loro condizioni di vita? Quanto pesa davvero la libertà di scelta quando davanti ci sono necessità economiche, guerre, debiti o povertà? E ancora: cosa accade dentro il cuore di una donna che porta per nove mesi un bambino e poi deve separarsene immediatamente?

Sono domande scomode perché ci obbligano a guardare volti concreti e non categorie astratte. Molto spesso il dibattito sulla maternità surrogata viene raccontato quasi esclusivamente dal punto di vista degli adulti che desiderano un figlio. Ma esiste anche un altro protagonista silenzioso: il bambino. Che cosa significa nascere dentro un contratto? Che cosa significa diventare oggetto di una prestazione pattuita? È sufficiente il desiderio di qualcuno per trasformarsi automaticamente in un diritto?

La ministra Eugenia Roccella ha spiegato che l’obiettivo della Dichiarazione politica congiunta è garantire che «le donne siano protette dallo sfruttamento, che i bambini siano tutelati dalla mercificazione e che la dignità umana rimanga al centro». La dignità dell’altro ci mette un limite. E i limiti sono il fondamento della libertà. Soemia Sibillo, vicepresidente del Movimento per la Vita italiano sulle pagine di Famiglia Cristiana ha scritto che «quando il desiderio smette di interrogarsi sul bene dell’altro e diventa soltanto pretesa di realizzazione personale, il rischio è che le persone finiscano per diventare strumenti e non più misteri da accogliere». Ogni bambino è un dono, non un prodotto. E ogni donna è una persona, non un ambiente biologico da affittare temporaneamente. Dovremmo tornare a domandarci che cosa siamo chiamati a custodire o meglio chi siamo chiamati a custodire, le persone o i desideri?



Il Caffè sospeso...
aneddoti, riflessioni e storie di amore gratuito …quasi sempre nascoste.

Il caffè sospeso è un’antica usanza a Napoli. C’è chi dice che risale alla Seconda Guerra Mondiale per aiutare chi non poteva permettersi nemmeno un caffè al bar e c’è chi dice che nasce dalle dispute al bar tra chi dovesse pagare. Al di là delle origini, il caffè sospeso resta un gesto di gratuità. Nella nuova rubrica che apre l’anno 2024, vorrei raccontare storie o suggerire riflessioni sull’amore gratuito e disinteressato. Quello nascosto, feriale, quotidiano che nessuno racconta, che non conquisterà mai le prime pagine dei giornali ma è quell’amore che sorregge il mondo, che è capace di rivoluzionare la società dal di dentro. Buon caffè sospeso a tutti!


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Giovanna Abbagnara

Giovanna Abbagnara, è sposata con Gerardo dal 1999 e ha un figlio, Luca. Giornalista e scrittrice, dal 2008 è direttore responsabile di Punto Famiglia, rivista di tematiche familiari. Con Editrice Punto Famiglia ha pubblicato: Il mio Giubileo della Misericordia. (2016), Benvenuti a Casa Martin (2017), Abbiamo visto la Mamma del Cielo (2016), Il mio presepe in famiglia (2017), #Trova la perla preziosa (2018), Vivere la Prima Eucaristia in famiglia (2018), La Prima Comunione di nostro figlio (2018), Voi siete l'adesso di Dio (2019), Ai piedi del suo Amore (2020), Le avventure di Emanuele e del suo amico Gesù (2020), In vacanza con Dio (2022).

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