No al “minimalismo spirituale”: i giovani cercano il cristianesimo vero! Intervista a don Eugenio Merrino

“Nel guardare al panorama globale della pastorale giovanile, mi permetto di evidenziare un errore in cui cadono oggi molti educatori e sacerdoti: il modernismo a tutti i costi” spiega Eugenio Merrino. “I giovani sono strutturalmente attratti dalle sfide grandi e radicali. Il minimalismo spirituale – quel cristianesimo ‘borghese’, edulcorato, che non disturba e non chiede nulla – non ha mai scaldato il cuore di nessuno. Un giovane che oggi decide di avvicinarsi alla fede, spesso lo fa per rottura con il nichilismo circostante. Vuole l’assoluto, vuole il sacro, vuole la mistica. Se gli offri una pastorale orizzontale, un surrogato di sociologia moderna vedrà il cristianesimo come una delle tante proposte che la società gli propone”. 

L’11 luglio 2021 Eugenio Merrino viene ordinato presbitero diocesano. Attualmente svolge la sua azione pastorale in Abruzzo, nel territorio della Diocesi di Teramo-Atri, operando come parroco e punto di riferimento spirituale per le comunità di Villa Vomano e Forcella. Accanto al ministero sacerdotale, porta avanti una vivace attività di divulgazione culturale e giornalistica perché una fede non ragionata, per lui, è una fede a metà. Molto attivo con i giovani, crede in una pastorale giovanile coraggiosa, che aiuti a puntare in altro, oltre il nichilismo del nostro tempo. Abbiamo avuto occasione di parlare con lui di tutto questo ed ecco cosa ci ha raccontato.

Don Eugenio, ricordiamo chi sei, di cosa ti occupi…

Sono nato a Messina il 13 aprile 1985, e sono diventato don Eugenio l’11 luglio del 2021. Opero in Abruzzo e, oltre al mio ministero, cerco di vivere una vocazione che unisce lo studio approfondito della teologia alle scienze umane e alla promozione della cultura. Ho ricevuto il diploma universitario di specializzazione in Educazione alla pace e all’intercultura presso l’Università degli Studi di Pisa: è uno degli argomenti che tratto maggiormente. Uno dei miei saggi riguarda San Massimiliano Kolbe: Il santo di Auschwitz. San Massimiliano M. Kolbe e la milizia dell’Immacolata (2023), il santo che portò un frammento di Paradiso nell’inferno di Auschwitz.

La passione per la scrittura: da dove nasce? perché e per chi scrivi?

La passione per la scrittura, per quanto mi riguarda, non nasce da un esercizio di stile e neppure da una ricerca di vanagloria, ma dal dovere della testimonianza e della trasmissione. Scrivere significa gettare un ponte tra il passato e il futuro; significa accettare la responsabilità di lasciare qualcosa ai posteri. Il nostro tempo su questa terra è breve, una scintilla nel corso della storia, e c’è così tanto da fare, così tanto da comprendere e da seminare. Non possiamo permetterci il lusso dell’indifferenza o del silenzio.

Di cosa parla il tuo ultimo libro, “Il gioiello del Vomano”? Perché lo hai scritto?

Se dovessi riassumere l’anima di questo libro in un’unica parola, direi senza esitazione: gratitudine. Questo testo non è semplicemente una ricerca storica, ma è prima di tutto un profondo atto d’amore verso una comunità – quella di Forcella – che mi ha accolto e che è diventata la mia famiglia.

Il titolo parla di un “gioiello”, e le pagine del volume ne ripercorrono le origini medievali, il contesto geografico, le alterne vicende storiche e le bellezze artistiche fino al declino di epoca napoleonica. Ma la verità è che i muri, per quanto antichi e affascinanti, sono solo lo scrigno. Il vero, autentico “gioiello del Vomano” sono proprio i forcellesi. Sono le persone, la loro fede custodita nel tempo, la loro laboriosità e il legame viscerale che hanno con questa terra. Scrivere questo libro è stato il mio modo di restituire loro l’affetto ricevuto, fissando sulla carta una memoria che meritava di essere celebrata e preservata.

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Il cuore del libro: il paese, la chiesa e l’altare di Sant’Antonio. Il volume si addentra nella vita del paese e della sua splendida chiesa, ma il vero fulcro pulsante della narrazione ruota attorno al restauro dell’altare di Sant’Antonio. Grazie a un meticoloso lavoro di ricerca, il libro porta alla luce documenti inediti provenienti direttamente dagli archivi storici della nostra diocesi. Queste carte, rimaste polverose e silenziose per secoli, oggi tornano a parlare e ci svelano dettagli straordinari:

Chi è il tuo pubblico ideale?

Per chi scrivo? La risposta più sincera la trovo nelle parole di Francesco Guccini: «Scrivo solo per chi vuole ascoltare». Non scrivo per imporre verità preconfezionate, ma per avviare un dialogo con chi ha ancora la curiosità di porsi delle domande, con chi non si accontenta delle risposte superficiali di questo tempo. Scrivo per chi è in cammino, non per chi si sente già arrivato. Come ama ripetere il mio Vescovo: «Noi dei “primi della classe” non ci prendiamo la responsabilità, in quanto pare che sappiano già tutto».

Per citare nuovamente Guccini, io non mi sento un artista, ma un “piccolo baccelliere”. Mi considero un modesto studente della vita, della teologia e dell’animo umano. Un cercatore che ha il solo merito di voler condividere i frutti della propria ricerca con i compagni di viaggio. La scrittura, per me, è esattamente questo: un atto di condivisione.

Tre messaggi che vorresti il lettore portasse a casa dopo averlo letto…

1. Senza memoria non esiste identità

Il primo messaggio è un richiamo alle nostre radici: senza memoria non può esistere alcuna identità. Un popolo che dimentica il proprio passato è come un albero a cui vengono recise le radici: è destinato a seccare. Riscoprire la storia di Forcella, i documenti inediti della diocesi e i sacrifici dei nostri padri non significa guardare indietro con nostalgia, ma accendere una luce per capire da dove veniamo. La memoria è la terra ferma su cui poggiamo i piedi.

2. Senza identità regna il caos

Il secondo messaggio è un’analisi lucida del nostro tempo: senza identità non si capisce più chi si è, e quando manca questa bussola, regna il caos. Lo vediamo chiaramente nella società moderna: un mondo liquido, frammentato, dove l’uomo si sente spesso smarrito, isolato e privo di punti di riferimento. Conoscere la propria storia comunitaria ci dà un senso di appartenenza. Ci ricorda che non siamo monadi isolate nel vuoto, ma parte di un cammino comune. L’identità è l’antidoto al caos moderno.

3. La bellezza salverà il mondo

Il terzo messaggio, racchiuso nel restauro dell’altare di Sant’Antonio e nella cura della nostra chiesa, è la celebre intuizione di Dostoevskij: «La bellezza salverà il mondo». Ma quale bellezza? Non quella superficiale ed effimera dei canoni estetici commerciali, bensì la Bellezza con la “B” maiuscola, quella che riflette il divino.

Credere oggi: cosa significa? 

È proprio questo il fulcro del problema contemporaneo, ed è la tesi che ho amato rintracciare e valorizzare nel tuo Liberi di credere, liberi di pensare.

Credere oggi significa compiere un vero e proprio atto di resistenza spirituale. Significa rifiutarsi di appiattire l’esistenza sull’orizzonte dell’immediato.

Nel mio libro Liberi di credere, liberi di pensare, ho cercato di evidenziare come la società contemporanea sia diventata una formidabile propinatrice di “verità” alternative, tutte rigorosamente orizzontali, immanenti e, in ultima analisi, alienanti. Avendo reciso ogni legame con la metafisica e la trascendenza, l’uomo moderno non ha smesso di adorare, ma ha sostituito Dio con dei surrogati a sua misura, dimenticando che la Fede è un Dono, non un Prodotto.

In sintesi, cosa significa credere oggi? Significa incarnare una sintesi meravigliosa: camminare con i piedi ben piantati a terra, ma con gli occhi costantemente rivolti al cielo.

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Dicono che i giovani siano distanti dalla fede, in realtà sono spesso distanti dai “luoghi del sacro”, cosa puoi dirci su questo nella tua esperienza di sacerdote? Cosa avvicina i giovani?

La mia esperienza con i giovani è forse controcorrente rispetto alla narrazione comune. Non ho la pretesa di essere San Filippo Neri e neppure Don Bosco; mi limito a fare il pastore con gli strumenti che ho. Certamente nel mio ministero vedo ragazzi che si allontanano e scompaiono, ma ne vedo molti altri che restano, si impegnano e mettono radici.

Nel guardare al panorama globale della pastorale giovanile, mi permetto di evidenziare un errore in cui cadono oggi molti educatori e sacerdoti: il modernismo a tutti i costi.

I giovani sono strutturalmente attratti dalle sfide grandi e radicali. Il minimalismo spirituale – quel cristianesimo “borghese”, edulcorato, che non disturba e non chiede nulla – non ha mai scaldato il cuore di nessuno. Un giovane che oggi decide di avvicinarsi alla fede, spesso lo fa per rottura con il nichilismo circostante. Vuole l’assoluto, vuole il sacro, vuole la mistica. Se gli offri una pastorale orizzontale, un surrogato di sociologia moderna vedrà il cristianesimo come una delle tante proposte che la società gli propone.




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Cecilia Galatolo

Cecilia Galatolo, nata ad Ancona il 17 aprile 1992, è sposata e madre di due bambini. Collabora con l'editore Mimep Docete. È autrice di vari libri, tra cui "Sei nato originale non vivere da fotocopia" (dedicato al Beato Carlo Acutis). In particolare, si occupa di raccontare attraverso dei romanzi le storie dei santi. L'ultimo è "Amando scoprirai la tua strada", in cui emerge la storia della futura beata Sandra Sabattini. Ricercatrice per il gruppo di ricerca internazionale Family and Media, collabora anche con il settimanale della Diocesi di Jesi, col portale Korazym e Radio Giovani Arcobaleno. Attualmente cura per Punto Famiglia una rubrica sulla sessualità innestata nella vocazione cristiana del matrimonio.

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ULTIMI COMMENTI

1 risposta su “No al “minimalismo spirituale”: i giovani cercano il cristianesimo vero! Intervista a don Eugenio Merrino”

Infatti il “minimalismo spirituale” ha i suoi amari frutti fra i quali: “love is love”, “che male c’è”, “fanno tutti così”, “l’importante è divertirsi”, “la vita è un gioco”, “faccio sesso quando mi sento pronto/pronta”, “le emozioni sono ciò che conta”, “l’omosessualità l’ha creata Dio”…..
Le proposte al ribasso non aiutano.

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