1 Luglio 2026

Strage della famiglia bengalese: il prezzo delle domande mai fatte

Una scala sporca di sangue in una palazzina alla periferia ovest di Roma. Impronte di mani sui muri, segni lasciati nel disperato tentativo di aggrapparsi a qualcosa, forse alla vita stessa. Un ragazzo di vent’anni seduto davanti all’edificio, il volto tumefatto, lo sguardo perso, incapace quasi di parlare. Poco prima è fuggito giù da quelle scale gridando che avevano ucciso la sua famiglia. Quel ragazzo si chiama Amir Hossain Ayan. Ha vent’anni. È il figlio di Kamal Uddin, quarantenne originario del Bangladesh. Quando insieme al padre rientra nell’appartamento di via Montiglio trova una scena che nessuno dovrebbe vedere mai. Secondo la ricostruzione degli investigatori, poco prima Shahadat Hossain, 43 anni, anch’egli originario del Bangladesh e connazionale della famiglia, avrebbe ucciso Hosne Jahan Momotaj, 38 anni, moglie di Kamal, e la loro figlia Islam Arowa, una bambina di appena otto anni.

Le indagini ipotizzano un movente legato a un’ossessione dell’uomo nei confronti della donna, attenzioni diventate insistenti e sempre più inquietanti. Poi il massacro non si ferma. Kamal Uddin viene ucciso appena entra in casa. Amir viene colpito alla testa e ferito più volte mentre tenta di scappare. Riesce a fuggire per pochi metri, lasciando una scia di sangue lungo le scale del palazzo. Sopravvive.

Di fronte a tragedie come questa ci si rifugia spesso nelle frasi automatiche: il dolore, il cordoglio, la vicinanza. Tutto giusto. Tutto doveroso. Ma dopo il dolore e dopo il cordoglio arriva un momento in cui bisogna avere il coraggio di guardare oltre le formule perché ogni volta che il tema dell’integrazione, dell’immigrazione e della sicurezza emerge nel dibattito pubblico scattano le tifoserie. Da una parte chi usa ogni fatto di cronaca per costruire odio generalizzato. Dall’altra chi sembra temere che porre domande significhi automaticamente alimentare intolleranza.

E così, nel mezzo, sparisce la realtà. La realtà dice che migliaia di persone arrivano in Italia, lavorano, rispettano le regole e costruiscono una vita dignitosa. Ma la realtà dice anche che integrazione non è una parola magica. Non è una formula burocratica. Non è un titolo da appendere a una pratica amministrativa. Integrare significa conoscere, seguire, intervenire quando emergono comportamenti ossessivi, segnali di pericolo, situazioni che degenerano. Significa comprendere che accogliere non è un gesto simbolico utile a sentirsi moralmente superiori e che alcune religioni come l’islam hanno dei picchi di violenza estrema inauditi.

Negli ultimi anni troppe discussioni si sono trasformate in esercizi di prudenza linguistica. Le parole sono state pesate con attenzione quasi ossessiva, nel timore di urtare sensibilità o di ricevere etichette immediate. E così, mentre si discuteva del modo corretto di parlare dei problemi, troppo spesso si evitava di parlare dei problemi stessi. Uno Stato serio non apre semplicemente una porta e considera concluso il proprio compito. Uno Stato serio verifica, controlla, monitora, interviene quando emergono segnali di allarme.

Non esiste alcuna nobiltà nel fingere che i rischi non esistano. Non esiste alcun progresso nel chiudere gli occhi davanti ai segnali di pericolo. La realtà è una bambina che non tornerà più a casa. La realtà ha il volto di Kamal Uddin, che era uscito per guadagnare qualche euro e non sarebbe più tornato a casa. Ha il volto di Hosne Jahan Momotaj, che non riabbraccerà più suo figlio. La caccia al killer in queste ore speriamo possa risolversi quanto prima ma non restituirà vita a nessuno.



Il Caffè sospeso...
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Il caffè sospeso è un’antica usanza a Napoli. C’è chi dice che risale alla Seconda Guerra Mondiale per aiutare chi non poteva permettersi nemmeno un caffè al bar e c’è chi dice che nasce dalle dispute al bar tra chi dovesse pagare. Al di là delle origini, il caffè sospeso resta un gesto di gratuità. Nella nuova rubrica che apre l’anno 2024, vorrei raccontare storie o suggerire riflessioni sull’amore gratuito e disinteressato. Quello nascosto, feriale, quotidiano che nessuno racconta, che non conquisterà mai le prime pagine dei giornali ma è quell’amore che sorregge il mondo, che è capace di rivoluzionare la società dal di dentro. Buon caffè sospeso a tutti!


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Giovanna Abbagnara

Giovanna Abbagnara, è sposata con Gerardo dal 1999 e ha un figlio, Luca. Giornalista e scrittrice, dal 2008 è direttore responsabile di Punto Famiglia, rivista di tematiche familiari. Con Editrice Punto Famiglia ha pubblicato: Il mio Giubileo della Misericordia. (2016), Benvenuti a Casa Martin (2017), Abbiamo visto la Mamma del Cielo (2016), Il mio presepe in famiglia (2017), #Trova la perla preziosa (2018), Vivere la Prima Eucaristia in famiglia (2018), La Prima Comunione di nostro figlio (2018), Voi siete l'adesso di Dio (2019), Ai piedi del suo Amore (2020), Le avventure di Emanuele e del suo amico Gesù (2020), In vacanza con Dio (2022).

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