Quella volta che Dio ci aspettava ad Arenzano. Matrimonio cristiano e altre avventure
Alle 6 del mattino del 13 giugno siamo tutti in macchina, diretti verso Arenzano, in Liguria. Un viaggio davvero impegnativo, considerato che alle 8 del giorno seguente saremmo dovuti essere di nuovo in auto. Ci mettiamo in viaggio per fede, tutti controvoglia, un po’ come fa quel tale del Vangelo che all’inizio mormora quando il Signore lo chiama, ma comunque nella Vigna ci va. Oggi ringrazio Dio per quella punta di audacia – qualcuno direbbe follia – che ci ha fatto partire…
Mi arriva un invito per parlare di matrimonio e teologia del Corpo da una prospettiva cristiana; avrei potuto parlare di miei libri: “Voglio donarmi completamente a te”, “Amore, sesso, verginità. Le domande (e le risposte) che cerchi” e di un romanzo sulle tentazioni coniugali: “L’arte di rovinare i matrimoni”.
Accetto con entusiasmo, senza soffermarmi troppo sui dettagli. La data è fissata: 13 giugno.
Nel frattempo, però, quel fine settimana si riempie di impegni familiari che non dipendono dalle nostre scelte. Un saggio il venerdì, un altro la domenica. E i bambini ci tengono moltissimo a essere presenti.
In mezzo, di sabato, questo viaggio ad Arenzano, in Liguria, a sei ore di distanza da casa mia. Molte coppie si erano già iscritte a quel breve ritiro e non era più possibile cambiare data.
Questa volta l’organizzazione ci mette davvero alla prova. Tra orari, coincidenze e incastri familiari, cambiamo idea più volte, cercando la soluzione migliore.
Per un momento penso di partire da sola, in treno: ma non si può, troppe coincidenze (non le prenderò mai tutte). Allora propongo a mio marito di venire in macchina con me, lasciando i bambini ai nonni. Sembra la scelta più ragionevole. Ma i bambini non sono dello stesso avviso. “Non è giusto, mamma. Lavori tutta la settimana: il fine settimana vogliamo stare con te”.
Così, dopo molti ripensamenti, la decisione arriva quasi da sé: alle 6 del mattino del 13 giugno siamo tutti in macchina, diretti verso Arenzano.
Ci mettiamo in auto per fede, tutti controvoglia, un po’ come fa quel tale del Vangelo (Mt 21:28-32) che all’inizio mormora quando il Signore lo chiama, ma comunque nella Vigna ci va (Gesù, lo apprezzi il doppio, vero?).
Oggi, però, ringrazio per quella punta di audacia – qualcuno direbbe follia – che ci ha fatto partire.
Arriviamo molto presto, prima di pranzo. Il cielo è limpido, il sole splende sul santuario dedicato a Gesù Bambino di Praga (dove c’è anche una cappella dedicata ai bambini nati in cielo, una piccola grazia per la nostra famiglia), che si affaccia sul mare dall’alto di una collina. C’è un continuo andirivieni di pellegrini che ti fa percepire di essere parte di qualcosa di più grande di te. Mangiamo (benissimo!) e iniziamo a guardarci intorno. Veniamo accolti da Agata e Marco, una coppia di sposi, e dai frati carmelitani, che ci dicono di avere un grande amore per Santa Teresina e di conoscere bene la storia di Luigi e Zelia Martin, da cui prende le mosse il carisma che ha dato vita a Punto Famiglia.
Le coppie arrivano numerose. E mentre l’auditorium si riempie, dentro di me cresce una domanda: sarò all’altezza della fiducia di queste persone?
Quali storie ci sono dietro quei volti? Quali ferite, quali fatiche, quali speranze? Di cosa ha bisogno il loro matrimonio? O la loro relazione, se ancora non sono sposati?
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Papa Francesco ripeteva spesso che la realtà è superiore alle idee. Credo di aver compreso davvero il significato di queste parole quel giorno.
Possiamo avere il messaggio più bello del mondo. Possiamo conoscere la verità del Vangelo sul matrimonio e sull’amore umano. Ma se quella verità non riesce a raggiungere la vita concreta delle persone, con tutte le sue contraddizioni, allora rischia di rimanere una bella teoria.
Io so che la Teologia del Corpo è per tutti. E so che il sacramento del matrimonio non è un’invenzione umana. Eppure, quel pomeriggio, molte domande e molte storie mi hanno costretta a confrontarmi con il mistero di relazioni così ferite e complicate da far credere che una via d’uscita non ci sia.
Ricordo una donna. Era stata tradita dal marito. Entrambi educatori in parrocchia. Entrambi seguiti da un padre spirituale. Il tradimento era iniziato addirittura prima del matrimonio.
Ora, però, c’è un bambino di appena un anno e mezzo che chiede per sé tutte le attenzioni e che ha bisogno di serenità.
Il marito, riconoscendo il male compiuto, sta cercando di cambiare: chiede aiuto spirituale e psicologico, cerca di ricostruire la fiducia, tenta di rimettere insieme i pezzi, di recuperare ciò che di vero sostiene ci sia tra loro. Ma tutto questo non basta ancora a guarire il cuore ferito di lei, che mi guarda negli occhi e mi dice, in un momento di pausa: “La psicologa mi ha detto che il novantanove per cento delle storie come la nostra finisce con una separazione. Tu cosa mi dici?”.
E io, lo ammetto, non lo so cosa dire. So che Cristo è lo Sposo tradito che continua ad amare. È il Dio che attraversa la morte e la vince. È il Dio della risurrezione. Però quella donna ha ragione a mettere in discussione tutto, perché il matrimonio era segnato dalla menzogna, fin dalle fondamenta.
Forse il loro matrimonio è nullo. Non spetta a me dirlo. Una volta un vescovo mi disse una frase che non ho più dimenticato: “Anche se il matrimonio è stato celebrato senza i giusti presupposti, con un cammino e la grazia di Cristo, si può arrivare a renderlo valido, anziché dichiararlo nullo”.
Io non so se sia il loro caso, ma questa donna mi consegna le sue lacrime e capisco che non ha bisogno solo di una risposta. “Ti posso abbracciare?”, e lei mi dice di sì. La conoscevo da appena un minuto, ma è stato uno degli abbracci più belli che ho potuto donare.
Alla fine dell’incontro, a cercarmi è proprio lui, il marito: “Ho sentito rivolte a me le parole che hai detto. Che l’amore e il pentimento si dimostrano. Io voglio che sia così, voglio amare mia moglie davvero”.
Non so che cosa il Signore farà per quella coppia, se una coppia c’è mai stata e mai ci sarà. Non so quale sarà il loro cammino, né come quelle ferite, oggi fresche, riusciranno a guarire. Ma vederli in fila per la Comunione, insieme al loro bambino, mi ha profondamente commossa. Lei con la delusione profonda nel cuore. Lui con il peso del proprio peccato e la consapevolezza di aver ferito la persona più importante della sua vita.
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Entrambi, però, desiderosi di far arrivare Dio in quel baratro.
Tante le storie consegnate, le domande poste. Famiglie ferite e poi guarite, che oggi si mettono al servizio di altre famiglie. Persone che prendevano un libro e dicevano sottovoce: “È per mia sorella, sta attraversando una crisi nel suo matrimonio”. Coppie anziane che da anni tengono corsi prematrimoniali e che, nonostante l’esperienza accumulata, continuano a sentire il bisogno di formarsi e di lasciarsi interrogare.
C’erano anche tanti bambini. Hanno giocato con i miei figli, corso insieme, riso insieme. E alla fine nessuno mi ha più rinfacciato quelle sei ore di viaggio.
Anzi, a pensarci bene, è stato uno dei viaggi più impegnativi che abbiamo affrontato dal punto di vista organizzativo e, paradossalmente, uno dei più sereni. In macchina abbiamo cantato, raccontato barzellette, ascoltato musica e perfino ballato, per quanto lo consentano le cinture di sicurezza.
E nessuno – fatto quasi inspiegabile per noi – ha ripetuto ogni cinque minuti: “Quando arriviamo?”.
Anche questa, a mio avviso, è stata una piccola grazia.
Non un miracolo, certo. I miracoli sono ben altra cosa. Ma in quella serenità inattesa, in quella leggerezza che ha accompagnato un fine settimana nato sotto il segno delle preoccupazioni, io la mano del Signore la riconosco.
Sono ripartita con una valigia più leggera. Molte coppie hanno preso i miei libri sui temi affrontati durante il ritiro, e mi ha riempito di gioia pensare che quelle pagine avrebbero viaggiato verso Biella, Novara, Milano e tanti altri luoghi che nemmeno conosco.
Ma, a dire il vero, non sono tornata a casa più leggera.
Perché con me sono tornati anche quei volti, quelle domande, quelle lacrime, quelle speranze.
È tornato il mare di Arenzano, il santuario affacciato sull’orizzonte, la fila per la Comunione, i canti, gli abbracci scambiati alla fine degli incontri, la cena ottima preparata per tutti noi.
Sono tornate quelle storie che, per un fine settimana, il Signore mi ha affidato. E in qualche modo sento che continueranno ad accompagnarmi.
E per il saggio di musica, la domenica, non solo siamo arrivati in tempo: siamo rientrati molto prima del previsto. Perché Gesù, quando dona, lo fa in abbondanza (Mc 8,1-38).
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stiamo vivendo un tempo di prova e di preoccupazione riguardo il presente e il futuro. Questo virus è entrato prepotentemente nella nostra quotidianità e ci ha obbligati a rivedere i tempi del lavoro, delle amicizie, delle Celebrazioni. Insomma, ha rivoluzionato tutta la nostra vita e non sappiamo fin dove ci porterà e per quanto tempo. Ci fidiamo delle indicazioni che provengono dal Governo e dagli organi sanitari preposti ma nello stesso tempo manifestiamo con la nostra fede che “il Signore ci guiderà sempre” (cfr Is 58,11).












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