Ignorare qualcuno per guardare il telefono: “phubbing”, i rischi di una fuga silenziosa
Di Giada Moneti @nesentilavoce
Laddove potremmo parlare, ridere assieme, aggiornarci sulle questioni quotidiane o semplicemente dirci come stiamo a fine giornata, ecco comparire il telefono. Le chiamano Buzzwords: parole chiave, termini di attualità che diventano improvvisamente popolari sui social, nei podcast o sui portali di psicologia spicciola, utilizzati per descrivere dinamiche e comportamenti relazionali. Vogliamo partire proprio da loro per allargare lo sguardo e riflettere insieme su alcuni meccanismi pericolosi che, più o meno consapevolmente, ogni coppia (di sposi o fidanzati) rischia di far suoi.
In questa prima tappa, ci addentriamo nel Phubbing. Questa buzzword nasce dall’unione delle parole phone (telefono) e snubbing (ignorare, snobbare). Intuitivamente, è già chiaro: ignorare qualcuno per guardare il telefono. Un altro termine più ampio, che coinvolge tutti gli altri dispositivi elettronici (TV, Tablet…) è technoference, l’interferenza tecnologica.
Quando l’interlocutore snobbato è il coniuge, si parla di partner phubbing. Questa dinamica, tanto semplice quanto insidiosa e diffusa, si è meritata la propria definizione e possiamo ragionevolmente chiederci quante volte capita anche a noi, nella nostra relazione. Laddove potremmo parlare, ridere assieme, aggiornarci sulle questioni quotidiane o semplicemente dirci come stiamo a fine giornata, ecco comparire il telefono. È un messaggio ambivalente, quello trasmesso: ci sono ma non ci sono davvero, ti ascolto ma vorrei staccare, parliamo ma vorrei essere altrove. A volte è puro sovraccarico mentale che trova conforto negli input di dopamina che il telefono offre gratuitamente: una notifica, un like, un messaggio, un nuovo post da leggere… tutte micro-ricompense che i social offrono, ideate e programmate per dare dipendenza e, sostanzialmente, farci passare più tempo sulle piattaforme, facendole guadagnare. Il documentario The Social Dilemma, diretto da Jeff Orlowski (super consigliato!) approfondisce questo tema, che qua ci limitiamo a sfiorare, citando una sua celebre frase: “Se non paghi per il prodotto, il prodotto sei tu”.
Ma torniamo al phubbing. Fondamentalmente, una fuga: il telefono è programmato per essere più attraente, più dinamico, più coinvolgente e spumeggiante della persona che abbiamo accanto. I colori, i suoni, gli stimoli di un apparecchio tecnologico sono irreplicabili, tutti insieme, da un solo interlocutore. La relazione umana chiede tempo, pazienza, silenzi… in direzione diametralmente opposta a quanto un cellulare propone!
E così, il coniuge sullo sfondo, ci isoliamo nello scroll silenzioso. Rispondiamo, interagiamo con la voce, ma occhi e testa sullo smartphone sono incapaci di concentrarsi. Pensiamo di distrarci e rilassarci quando, in realtà, lo sguardo si riempie di immagini di ogni tipo, voci, colori accesi, e il cervello diventa sempre più affollato. Pensiamo addirittura di star davvero dialogando con il coniuge.
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Ci rialziamo più stanchi di prima, quasi ubriachi, zeppi di cose viste e sentite da dover smaltire, che ci fanno sembrare sempre indietro, in ritardo, poco performanti. Ci allontanano, il più delle volte, anche dalla relazione con Dio, il Dio vivo e vero che ci aspetta nel reale, per incontrarci cuore a cuore, fuori dai social. Nella relazione sponsale, il phubbing è una pericolosa anticamera all’estraneità. Se un giorno, alzando lo sguardo dallo schermo, ci chiederemo: “Ma chi è questo?” ecco che avremo spalancato le porte alla crisi, all’incomunicabilità nella relazione. Con questo snobbarsi, pur essendo fisicamente insieme, ci stiamo dicendo che, fondamentalmente, non ci interessa così tanto dialogare fra noi, non vogliamo davvero esserci.
Andando un po’ più a fondo possiamo notare che il mondo, ad oggi, appare pieno di persone che non vogliono stare dove stanno. Che vorrebbero essere altrove, fare altro, con altre persone.
Sono single, ma vorrei un fidanzato. Sono ancora fidanzato ma convivo. Sono sposato ma vorrei avere molti più spazi solo miei. Sono genitore ma vorrei più tempo per i miei interessi.
La lista è lunga, potremmo continuare. Chiariamoci: desiderare è buono. Spesso i desideri partono da bisogni o necessità interne e vanno ascoltati, meditati, per capire cosa stanno dicendo di me e della mia vita. Se sono da Dio o no, se meritano la nostra attenzione o sono solo cattivi consiglieri o umori del momento – non tutto deve avere il via libera, dentro di noi.
Qua, il punto sta nel considerare la fuga più desiderabile della mia vocazione, l’evasione quasi meglio della quotidianità: questo è il rischio. Il mondo, lo ripetiamo, è pieno di persone che non sanno stare dove, tuttavia, hanno scelto di stare (potremmo aprire una parentesi infinita: su quali basi si compiono le scelte di vita? Sono scelte davvero libere?). Il phubbing è solo un riflesso di questa mancanza di pace, per cui la situazione in cui si è non va mai davvero bene – e di conseguenza, l’altro (il coniuge, il fidanzato) non è mai “davvero ok”.
Don Fabio Rosini, nel suo ultimo libro L’origine del sublime, evoca quella che chiama “la domanda della fede”: e se anche fosse?
Sì, ci sono single felici, che non considerano la loro singletudine una condanna ma vivono pienamente, nell’oggi, la loro stagione di vita.
Sì, ci sono fidanzamenti vissuti senza anticipare i gesti e l’intimità propri del Matrimonio, che scelgono la castità e la non-convivenza e godono di una misteriosa letizia, senza paragoni.
Sì, ci sono sposi felici di esserlo e che trovano, nella propria vocazione, la vita in abbondanza e non una prigione.
Sì, ci sono genitori che non considerano i figli una distrazione dalle cose importanti ma la cosa importante (e che regalo fanno a questi loro figli, che avranno esempi imperfetti ma
presenti!).
Quanto è bello, commovente, vedere che esistono fratelli e sorelle felici di essere dove il Signore li ha chiamati a vivere!
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La domanda pungente che propone Don Fabio è dura, specie nelle tempeste e nei dolori. Ma lascia intendere che tutto (qualsiasi situazione di vita) è occasione di incontro con il Signore.
Come non cadere nel partner phubbing, dunque? Come non desiderare una piacevole fuga negli schermi, quando la realtà sembra così complicata, faticosa, sfiancante? Tornando, con pazienza e compassione, ad esserci con anima e corpo – non solo con il secondo. E dove si impara questa integrità, se non nella preghiera?
Pregare assieme, in coppia. Brevemente, la sera, pochi minuti al giorno possono bastare, se non si è avvezzi. Momenti di coppia per il Signore, lontani dai telefoni e vicini a Lui: imparando a stare con la testa e con il corpo in un solo luogo, davanti a Dio. E, piano piano, questi momenti diventeranno imprescindibili e faranno nuovamente ordine nella nostra vita – magari, forse, ci incoraggeranno a disinstallare qualche app, a uscire dallo scroll infinito, a tornare ad usare il telefono senza esserne usati, a recuperare tempo e chiarezza mentale. Se Dio è al primo posto, come si suol dire, tutto il resto andrà al posto giusto.
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stiamo vivendo un tempo di prova e di preoccupazione riguardo il presente e il futuro. Questo virus è entrato prepotentemente nella nostra quotidianità e ci ha obbligati a rivedere i tempi del lavoro, delle amicizie, delle Celebrazioni. Insomma, ha rivoluzionato tutta la nostra vita e non sappiamo fin dove ci porterà e per quanto tempo. Ci fidiamo delle indicazioni che provengono dal Governo e dagli organi sanitari preposti ma nello stesso tempo manifestiamo con la nostra fede che “il Signore ci guiderà sempre” (cfr Is 58,11).












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