3 Luglio 2026

Quattro sposi e padri diventano diaconi: quando Dio continua a chiamare dentro la vita ordinaria

Una pagina del Vangelo ritorna continuamente nella storia della Chiesa: quella di un Dio che passa nelle strade degli uomini e li chiama mentre stanno facendo altro. Pietro sta gettando le reti; Matteo è seduto al banco delle imposte; i primi discepoli stanno semplicemente vivendo il ritmo normale delle loro giornate. Dio, quasi sempre, entra così: non interrompe la vita, la attraversa.

È stato questo il primo pensiero che affiora alla mia mente guardando Gianluca, Francesco, Massimo e Michele, che lo scorso 29 giugno sono stati ordinati diaconi permanenti nella mia diocesi di Nocera Inf.-Sarno. I loro nomi raccontano la ferialità benedetta dell’esistenza: un consulente informatico, un tecnico specialista, un imprenditore, un lavoratore universitario; uomini che conoscono il peso delle responsabilità, gli orari da rincorrere, la fatica del lavoro. Uomini che sono soprattutto sposi e padri. E questa non è una nota biografica da aggiungere a margine della loro ordinazione; è probabilmente il luogo teologico da cui leggere tutto il resto.

Per comprendere il diaconato permanente di questi quattro fratelli bisogna infatti entrare nella grammatica di una vocazione che non nasce fuori dalla vita, ma dentro la vocazione al matrimonio. Il rischio, talvolta, è pensare al ministero come a una sorta di ulteriore consacrazione che si sovrappone a una storia già iniziata, quasi aggiungendo qualcosa dall’esterno. La Chiesa, invece, ci consegna una visione più profonda: Dio non cancella ciò che siamo, lo porta a compimento. Per Gianluca, Francesco, Massimo e Michele il primo “sì” è stato pronunciato davanti all’altare del matrimonio. Prima della stola diaconale l’anello della fede portata al dito. Prima del servizio ecclesiale la promessa di amore eterno. Prima dell’altare, la tavola di casa.

Il Concilio Vaticano II, restaurando il diaconato permanente come «grado proprio e permanente della gerarchia», ne mise in luce il volto del servizio ma il Magistero ha successivamente illuminato una dimensione ancora più delicata e preziosa: quando uno è chiamato al diaconato, la sua vocazione ministeriale non si comprende senza la sua vocazione coniugale. È san Giovanni Paolo II a specificarlo in un bellissimo intervento ai diaconi permanenti degli Stati Uniti del 1987: «L’arricchimento e l’approfondimento dell’amore sacrificale e reciproco tra marito e moglie costituisce forse il più significativo coinvolgimento della moglie di un diacono nel ministero pubblico del proprio marito». E ancora: «Affrontando con spirito di fede le sfide della vita matrimoniale e le esigenze della vita quotidiana, essi rafforzano la vita familiare non solo della comunità ecclesiale ma dell’intera società».

Dentro queste parole si legge quasi in filigrana il percorso dei novelli diaconi. Un cammino iniziato nel 2019 con un colloquio con il vescovo Giuseppe Giudice, passato attraverso il discernimento, la formazione, lo studio della teologia, la fatica di ritrovare libri lasciati da anni, lezioni in presenza e a distanza, sacrifici di tempo e di energie. E accanto a questo tempo di formazione, una scuola decisiva, quella domestica. Le mogli e i figli hanno accompagnato il discernimento, sostenuto la fatica, custodito domande e attese. Una chiamata autentica di Dio non isola mai; al contrario crea sempre comunione.

Nell’omelia dell’ordinazione, il vescovo Giuseppe Giudice raccogliendo questa verità con immagini molto belle tratte dal Vangelo e dalla liturgia, consegna ai quattro ordinandi una chiamata a diventare «servi per amore» ma prima ancora ricordava loro che questo amore è già stato vissuto nella sponsalità e nella paternità e che ora viene dilatato fino a orizzonti più grandi. Non dunque una sostituzione perché alla Chiesa mancano i ministri ordinati, al contrario una dilatazione della vocazione coniugale. Un termine che mi fa sempre pensare al momento del parto quando la donna si dilata per permettere alla sua creatura di venire alla luce.

Molto bella l’immagine evocata dal vescovo: Pietro liberato dalle catene, chiamato ad alzarsi e a seguire. Ogni vocazione è proprio questo: lasciare cadere lentamente ciò che trattiene il cuore — paure, resistenze, calcoli — per scoprire che il Signore ci precede già sulla strada. In un tempo che spesso diffida delle promesse definitive, quattro uomini sposati e padri consegnano silenziosamente una testimonianza controcorrente: che la fedeltà è ancora possibile; che il dono di sé non impoverisce ma dilata; che Dio continua a passare nelle case degli uomini chiedendo non cosa da fare, ma una vita santa cioè che parla e annuncia di Lui.



Il Caffè sospeso...
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Il caffè sospeso è un’antica usanza a Napoli. C’è chi dice che risale alla Seconda Guerra Mondiale per aiutare chi non poteva permettersi nemmeno un caffè al bar e c’è chi dice che nasce dalle dispute al bar tra chi dovesse pagare. Al di là delle origini, il caffè sospeso resta un gesto di gratuità. Nella nuova rubrica che apre l’anno 2024, vorrei raccontare storie o suggerire riflessioni sull’amore gratuito e disinteressato. Quello nascosto, feriale, quotidiano che nessuno racconta, che non conquisterà mai le prime pagine dei giornali ma è quell’amore che sorregge il mondo, che è capace di rivoluzionare la società dal di dentro. Buon caffè sospeso a tutti!


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Giovanna Abbagnara

Giovanna Abbagnara, è sposata con Gerardo dal 1999 e ha un figlio, Luca. Giornalista e scrittrice, dal 2008 è direttore responsabile di Punto Famiglia, rivista di tematiche familiari. Con Editrice Punto Famiglia ha pubblicato: Il mio Giubileo della Misericordia. (2016), Benvenuti a Casa Martin (2017), Abbiamo visto la Mamma del Cielo (2016), Il mio presepe in famiglia (2017), #Trova la perla preziosa (2018), Vivere la Prima Eucaristia in famiglia (2018), La Prima Comunione di nostro figlio (2018), Voi siete l'adesso di Dio (2019), Ai piedi del suo Amore (2020), Le avventure di Emanuele e del suo amico Gesù (2020), In vacanza con Dio (2022).

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