“Avvocato, la deve pagare!”: il dolore e la rabbia dei coniugi abbandonati
Foto di Alex Green
Di Valeria Spampinato
“Avvocato, la deve pagare”. Ecco la frase di apertura del primo colloquio tra un avvocato matrimonialista ed una moglie o un marito abbandonati dal rispettivo coniuge, spesso a causa dell’inizio di una relazione stabile con un’altra persona: coniugi umanamente distrutti, costretti a digerire un tradimento e spesso lasciati soli con il loro dolore, incapaci di consolare i figli, a loro volta impotenti ed incapaci di consolare il genitore abbandonato e che mai potranno colmare il vuoto affettivo di un padre o una madre che hanno scelto di andarsene per “rifarsi” un’altra vita lontano da loro.
Li ho incrociati spesso gli sguardi dei figli: evitano di salutare e buttano gli occhi a terra, aspettando il momento in cui possono puntarti gli occhi addosso per farti sentire tutta la loro rabbia; perché l’avvocato rappresenta la fine di ogni speranza, la divisione definitiva della loro famiglia, magari dopo mesi in cui hanno assistito ai pianti ed alla depressione del genitore abbandonato, ma con la speranza che ancora qualcosa potesse succedere perché si tornasse tutti insieme. Ma il giorno in cui si va dall’avvocato è la fine, si oltrepassa la linea di non ritorno: non si tornerà mai più insieme.
Li vedo quegli occhi che gridano di essere visti, che gridano il loro dolore inascoltato e che si domandano come facciano la loro mamma o il loro papà a non accorgersi di tutto questo e della scia di sofferenza che questo tran-tran di avvocati, psicologi e giudici inevitabilmente comporta.
Eppure, la riforma del diritto di famiglia è stata ritenuta una grande conquista della società civile, anche se nessuno ormai ricorda il motivo per cui quella riforma fu causa di tormentati lavori parlamentari, né il referendum abrogativo del 1974, che esaltando la laicità dello Stato diede avvio alla perdurante battaglia ideologica contro il denunciato bigottismo della Chiesa Cattolica aprendo il grande dibattito sulla inutile tenuta della famiglia e della tutela dell’unità familiare, principi posti non a caso a cardine della società dalla nostra Costituzione.
Cosa è successo? L’Italia degli anni ‘70 ha voluto la legge sul divorzio perché si governasse in qualche modo una realtà di fatto che non trovava più un aggancio normativo: la tutela delle famiglie di fatto che nascevano dopo il naufragio di una relazione precedente, la tutela dei figli cosiddetti “illegittimi” anteriforma, la tutela economica dei coniugi abbandonati ed economicamente più deboli… ed era certo necessario intervenire a tutelare tutte queste situazioni. Ma l’Italia del referendum del ’74 ha poi svelato il vero volto di quella legge, prima bandiera di una riforma ideologica frutto di quella fraintesa libertà che aveva tutto il sapore del libertinismo sfrenato di quegli anni e che piano piano ha portato anche in Italia alla formazione dell’attuale cultura moderna dove libertà e assenza di responsabilità tendono sempre più a coincidere.
Leggi anche: Il diritto di essere fragili. L’enciclica di Leone XIV letta con gli occhi di un docente
È così che oggi le famiglie, per anni considerate il mattone della società, sono sempre più il luogo della divisione e del conflitto perché il diritto si è gradualmente trasformato nella pretesa al proprio benessere individuale e ogni desiderio individuale ha finito per ingenerare la pretesa di un nuovo diritto in nome della libertà personale. Sembra un ricordo arcaico, oggi, una delle mie prime lezioni universitarie sul concetto di libertà, quando il professore di diritto costituzionale cercava di spiegarci che la vera libertà è sempre circoscritta da tutto quello che rischia di limitare la libertà dell’altro. Ma il legislatore delle leggi del progresso civile, generoso soprattutto in ambito familiare ad allargare la platea dei diritti elargendo sempre più nuovi diritti civili a chiunque faccia istanza di libertà, ha forse del tutto accantonato questo principio universale.
Dire, oggi, che non si può sempre fare ciò che si desidera è diventato un vero tabù, discorso retrogrado e bigotto. E se tutto si misura solo sulla base del proprio gusto personale, la cosiddetta autodeterminazione, ecco che lo slogan preferito dei nostri giorni è “Non c’è niente di male!”.
Quindi, se un coniuge abbandona la propria famiglia esercitando il suo diritto alla libertà personale, è un fatto di modernità, di progresso civile ma non certo mancanza di responsabilità. E non occorre nemmeno giustificarsi o scusarsi con i figli, se si decide di andare via, perché ai figli viene spiegato che devono imparare ad essere moderni anche loro, aperti a queste evenienze, e guai a pensare che se i nostri giovani educati a questa modernità non vogliono più sposarsi e mettere su famiglia, forse è perchè questa modernità e questo progresso vissuto in famiglia li ha messi a dura prova. Ma no! I figli capiscono, non devono essere egoisti, anzi devono essere felici se vedono i genitori felici quando si rifanno altre famiglie ed altre vite. È chiaro che in questa narrazione – che da anni sentiamo nelle famiglie allargate – qualcosa non torna.
Leggi anche: Cosa insegna l’Eucaristia ai cristiani? A donare sé stessi. Parla il Papa
In soli 50 anni siamo passati dal reato di abbandono del tetto coniugale, al semplice e sempre più irrilevante “addebito della separazione” che dovrebbe tradurre in riscatto economico quella ferita da abbandono che non è più reato. Il diritto da sempre ha inciso sulla percezione immediata di ciò che è bene e di ciò che è male, perché ciò che è consentito dalla legge è percepito buono e ciò che non è consentito non lo è: da ciò possiamo comprendere la trasformazione culturale giunta ai nostri giorni perché, se nel 1974 il laicismo rappresentava la libertà dall’oscurantismo della religione, oggi siamo costretti a registrare l’oscurantismo dei valori umani per una modernità avanguardista della legge del “non c’è niente di male”.
Il problema si presenta quando il male, però, finisce per rivelarsi nelle sue forme più subdole e spietate: perché chi subisce un male ormai normalizzato e legalizzato, prima o poi reagisce restituendo il male ricevuto.
“Avvocato la deve pagare! Non gli deve restare un soldo in tasca ! Deve soffrire tutto quello che ha fatto soffrire a me e i figli non glieli faccio più vedere!”.
Male su male. Una giustizia che ha tutto il sapore di una restituzione a tutti i costi di quella sofferenza subita e di cui tutti dicono che non c’è niente di male, con la consapevolezza che nessun risarcimento, nessuna casa e nessun assegno di mantenimento potrà mai restituire la famiglia che si era sognata e che non tornerà mai più.
È interessante vedere come la prima preoccupazione del coniuge abbandonato che si presenta al colloquio con l’avvocato sempre senza i figli (perché i bambini/ragazzi non devono essere coinvolti e non devono sapere) è di mettere subito in chiaro che ci si sta rivolgendo al legale al solo scopo di tutelare i figli. Eppure, oggi la cronaca dei Tribunali ci dice che il prioritario interesse dei figli è di fatto l’ultima ruota del carro, perché precipuo interesse degli ex coniugi è annientarsi reciprocamente con tutti gli strumenti giuridici messi a disposizione dagli avvocati agli ex coniugi in una “guerra” cosiddetta legale solo perchè “combattuta” con le armi del diritto vigente. La realtà è molto lontana dalle “buone intenzioni” della giusta aspettativa di tutela rivolta all’interesse dei figli, proprio perché l’innesco della guerra tra ex coniugi, spesso supportati emotivamente dai rispettivi avvocati, finisce per travolgere prima di tutto proprio i figli, gli unici protagonisti della famiglia confinati in un limbo tra spettatori passivi e giudici del miglior genitore col quale decidere di stare quando gli verrà concesso di essere ascoltati.
Abbiamo trasformato il diritto di famiglia in diritto alla lite tra coniugi ed oscurati i figli per concentrare ogni risorsa giudiziaria sulle battaglie legali persino per l’acquisto di uno sciroppo per la tosse.
Leggi anche: Gesù era contro il divorzio? Riflettendo sulla frase “I due siano una sola carne”
Dove abbiamo sbagliato?
La risposta è complessa ma è certo che abbiamo tutti perso la bussola del sano discernimento tra ciò che fa bene e ciò che fa male amplificandosi come un’onda d’urto il conflitto a partire dai rapporti coniugali, i rapporti con i figli, con i parenti, con la scuola ed a cascata tutte le compagini sociali.
Dovremmo guardare a chi questa bussola non l’ha mai persa ed anzi era consapevole del rischio di cosa comportasse staccarsi da questa bussola: parlo del beato Rosario Livatino che prima di recarsi in Tribunale al suo tavolo di lavoro pieno di faldoni e fascicoli, ogni giorno si fermava in Chiesa e si metteva in preghiera silenziosa davanti al Santissimo Sacramento. Perché sentiva la responsabilità dell’applicazione della legge in modo evangelicamente “giusto” mettendo sempre la persona al primo posto. E sapeva che il suo operato Sub Tutela Dei avrebbe contribuito a cambiare la coscienza sociale della sua gente oppressa dalla mafia scegliendo di stare dalla parte più scomoda, quella del bene a tutti i costi combattendo con ogni mezzo il malaffare e la corruzione e cercando di operare su ogni scelta un discernimento illuminato dalla Parola di Dio.
I fatti di cronaca che ci si presentano in questi giorni non sono che la punta dell’iceberg di decenni di applicazione di un diritto di famiglia perversato dall’individualismo degli ex coniugi:
Avvocati e magistrati non hanno saputo offrire vie di giustizia illuminate dai valori evangelici che ci indicano chiaramente la via della pace attraverso la fatica del perdono: se Gesù ci ha chiesto di andare oltre l’ “occhio per occhio, dente per dente” non potrà mai essere giustizia che sia degna di questo nome una giustizia che cerca di restituire il male ricevuto perché inevitabilmente produrrà ancora male. La giustizia non può normalizzare il male ed anche dietro un’istanza di giustizia umanamente comprensibile per il dolore ed il lutto da abbandono e tradimento, anziché proporre di affilare le armi del diritto un avvocato è tenuto prima di tutto all’ascolto senza giudizi verso l’altra parte che non può essere ascoltata, facendo comprendere alla parte assistita che ogni avventura matrimoniale non è mai limpida e chiare e se un rapporto coniugale non ha funzionato, inutile cercare le colpe quando si va via perché la responsabilità è sempre da rintracciare nella storia della coppia o perché non si è mai voluto essere coppia rimanendo ognuno chiuso nel proprio io, o perché nonostante tutto l’impegno non si è riusciti a diventare coppia. Allora anche dopo il fallimento di un legame coniugale se ci fossero i figli – che restano in ogni caso il dono più grande per ogni madre ed ogni padre – occorrerebbe dire ai coniugi che anche da separati si rimane famiglia, e, anche se si è falliti come coniugi, magari si può risorgere come buoni genitori.
Aiutaci a continuare la nostra missione: contagiare la famiglia della buona notizia
Cari lettori di Punto Famiglia,
stiamo vivendo un tempo di prova e di preoccupazione riguardo il presente e il futuro. Questo virus è entrato prepotentemente nella nostra quotidianità e ci ha obbligati a rivedere i tempi del lavoro, delle amicizie, delle Celebrazioni. Insomma, ha rivoluzionato tutta la nostra vita e non sappiamo fin dove ci porterà e per quanto tempo. Ci fidiamo delle indicazioni che provengono dal Governo e dagli organi sanitari preposti ma nello stesso tempo manifestiamo con la nostra fede che “il Signore ci guiderà sempre” (cfr Is 58,11).












ULTIMI COMMENTI
L'unico modo per la psiche umana di accettare l'aborto di Stato è affermare che nell'utero materno non c'è un essere…
Sono due anime diverse, una maschile e una femminile in un corpo diverso. Dire, pretendere o pensare che l'altro veda…
Bellissimo.Vivo la stessa dinamica:sono un uomo ultracinquantenne,divorziato, ho sempre avuto tante amicizie femminili avendo una sensibilità particolare (mi dicono) e…