CORRISPONDENZA FAMILIARE

Che peccato! La fede tra comunione e obbedienza

6 Luglio 2026

fsspx.news

Le recenti tensioni e l’ombra dello scisma con la Fraternità San Pio X (FSSPX) riaprono una ferita dolorosa nel cuore della Chiesa. La scelta della Fraternità San Pio X di procedere a nuove ordinazioni senza l’autorizzazione del Papa è un atto grave, una ferita profonda che fa male a tutta la famiglia ecclesiale. Ma di fronte al muro della disobbedienza, se la Chiesa sa sedersi allo stesso tavolo con le altre confessioni perché non fare tutto il possibile per questi fratelli? Che peccato!

Sì, è un peccato la saccenteria con la quale alcuni membri della Fraternità san Pio X (FSSPX ) pensano di essere gli unici eredi della tradizione. È un peccato pensare di essere i salvatori della fede cattolica. È un peccato ancora più grave la plateale disobbedienza nei confronti del Papa che, fino all’ultimo, ha chiesto di non procedere alle ordinazioni di nuovi vescovi. È un peccato perché ancora una volta viene lacerata la tunica di Cristo. È un peccato perché quei battezzati, che sono figli della Chiesa, rimanendo nella comunione cattolica potrebbero portare il loro contributo e arricchire il cammino comune; restando all’esterno, invece, cadono in una contrapposizione che inevitabilmente finisce per acuire ed esasperare le differenze.

È un peccato non aver cercato, per tempo e con calma, una soluzione o almeno un punto di equilibrio, facendo ciascuno i passi necessari. Benedetto XVI aveva aperto una porta, togliendo la scomunica con l’obiettivo di avviare percorsi di dialogo. Un gesto di buona volontà che non ha portato i frutti sperati. La posizione della Fraternità san Pio X non è mai cambiata di una virgola. Papa Francesco, almeno nella fase iniziale del suo pontificato, sembrava ben disposto, fino al punto da autorizzare la celebrazione dei sacramenti; anche se successivamente Traditionis custodes (2021) ha chiuso le porte in una maniera inutilmente rigida.

Si poteva evitare di arrivare fino a questo punto? Non lo so, forse no ma… è sempre un peccato non tentare di risolvere i conflitti, specie quando riguardano fratelli nella fede. Onestamente non mi pare che sia stato fatto tutto il possibile. I conflitti si risolvono attraverso l’incontro e il confronto. Anche quando vi sono differenze profonde, e proprio per questo, l’incontro è assolutamente necessario. Non diciamo sempre che le posizioni più estreme devono incontrarsi per poter avviare il dialogo? Anche i nemici più acerrimi devono potersi sedere allo stesso tavolo per provare a cercare i punti che permettono di ricucire, almeno in parte, le divisioni. In fondo, non è quello che già avviene con i cristiani delle altre confessioni, malgrado la distanza ormai incolmabile con il magistero della Chiesa Cattolica? Perché quello che concediamo agli altri, non può essere dato a questi fratelli che, in quanto a dottrina, sono certamente più vicini al magistero cattolico rispetto agli anglicani o ai cristiani della riforma luterana?

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La rigidità non serve né dall’una né dall’altra parte. Inutile oggi accusare la Chiesa Cattolica di aver preso un provvedimento ingiusto. I seguaci di Lefevre sanno benissimo quello che prevede il diritto canonico e non possono arrampicarsi sugli specchi, dicendo che sono stati costretti da una situazione di emergenza. Allo stesso modo è sbagliato da parte cattolica non riconoscere, almeno in linea di principio, le buone ragioni della Fraternità san Pio X, anche quelle che hanno motivato la scelta di ordinare nuovi vescovi. Le buone ragioni non mancano mai, anche negli errori più gravi. Altrimenti ogni scelta sarebbe dettata solo follia o dall’orgogliosa pretesa di affermare le proprie idee.

La scelta di ordinare vescovi senza autorizzazione del Papa è un atto grave e prevede la scomunica. Punto. Ma la scomunica riguarda appunto il gesto scismatico, non abbraccia la dottrina e neppure la liturgia. La Chiesa non può in alcun modo sconfessare un rito che per quattro secoli ha nutrito la fede dei credenti. Il cardinale François-Xavier Bustillo, arcivescovo di Ajaccio, ha chiesto recentemente di abbassare i toni:

“non capisco come la Messa tradizionale in latino possa essere vista come una minaccia per l’unità ecclesiale. non si tratta di un attacco all’unità e alla Chiesa, se c’è questa particolare sensibilità riguardo al modo di pregare o di celebrare non credo sia un problema. La liturgia è sempre stata un principio di unità e non può essere motivo di divisione o di tensione. I vescovi hanno il dovere di offrire risposte che favoriscono l’unità e non l’ideologia”.

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Se crediamo nella comunione ecclesiale, è necessario quanto prima aprire la seconda fase, gettare acqua sul fuoco, iniziare a capire le ragioni degli altri. Questo impegno è improrogabile, se vogliamo che la Chiesa sia e resti la casa comune, come ha detto il cardinale Parolin nel corso di un’intervista:

“Un atto come questo ferisce profondamente. La mia speranza è che, nonostante quello che è avvenuto, si possa riprendere il dialogo”.

La Chiesa è per sua natura gerarchica ma non è uniforme, non lo è mai stata. È una famiglia in cui vi sono voci diverse, a volte sono dissonanti e in evidente conflitto fra di loro. Non mi pare che le posizioni recenti della Chiesa tedesca siano del tutto conformi al magistero ufficiale della Chiesa Cattolica. Ma nessuno pensa allo scisma. E nessuno si augura che avvenga. La comunione, pur nella dialettica delle posizioni, resta un principio inderogabile da perseguire con la più grande determinazione. È questa la speranza, l’impegno e la preghiera che ogni buon cattolico deve custodire e coltivare.




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Silvio Longobardi

Silvio Longobardi, presbitero della Diocesi di Nocera Inferiore-Sarno, è l’ispiratore del movimento ecclesiale Fraternità di Emmaus. Esperto di pastorale familiare, da più di trent’anni accompagna coppie di sposi a vivere in pienezza la loro vocazione. Autore di numerose pubblicazioni di spiritualità coniugale, cura per il magazine Punto Famiglia la rubrica “Corrispondenza familiare”.

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