Dieci anni fa, il 26 luglio 2016, due giovani radicalizzati entrarono nella chiesa di Saint-Étienne-du-Rouvray, nella periferia di Rouen, e assassinarono padre Jacques Hamel mentre stava celebrando Messa. Aveva ottantacinque anni. Il delitto sconvolse la Francia e colpì ben oltre i confini religiosi: non soltanto i credenti, ma una parte profonda della coscienza europea perché dentro quella chiesa non veniva colpito un uomo di potere, un leader politico o una figura simbolica costruita dai media. Veniva colpito un sacerdote anziano, dalla vita semplice, uno di quei volti che abitano silenziosamente il quotidiano.
Attorno alla sua figura, sul piano ecclesiale, si è aperto un percorso rapido e significativo. La causa di beatificazione è stata accelerata da papa Francesco, riconoscendo nella sua morte i tratti di una testimonianza forte della fede. Sul piano culturale, però, la vicenda sembra aver seguito un percorso più accidentato. Un anno fa, in Francia, è uscito Que notre joie demeure, film della regista Cheyenne Carron dedicato proprio alla tragedia di padre Hamel. Un tentativo di entrare nella storia attraverso le persone lasciando fuori gli scontri ideologici: il sacerdote e il giovane che diventerà il suo assassino; la vita quotidiana di un uomo che si offre agli altri e il progressivo avvelenamento interiore di un ragazzo conquistato dal fanatismo jihadista.
La critica francese, anche quella tradizionalmente più severa e distante per sensibilità culturale, ha accolto il film con giudizi molto positivi. Da Télérama a Le Figaro, sono stati riconosciuti i meriti narrativi e poetici dell’opera. Eppure qualcosa non ha funzionato. Le difficoltà sono arrivate durante la produzione, con autorizzazioni spesso negate; sono proseguite nei finanziamenti; sono riapparse nella distribuzione, con un numero molto limitato di sale disposte a proiettarlo. La stessa regista ha raccontato di aver telefonato personalmente a un cinema di Rouen, a pochi passi dal luogo dell’attentato, ricevendo un rifiuto da parte del gestore che, senza avere nemmeno visto il film, spiegava di voler privilegiare altre programmazioni.
Perché? Nel 2026 esiste ancora una forma di censura. Solo che non ha il volto dell’interdizione ufficiale. Non bruciano libri nelle piazze, non vietano opere con decreti o anatemi. È una censura più educata, più discreta, più moderna. Semplicemente evita. Rimanda. Scarta. Dice: non è il momento, il pubblico forse non è interessato, non rientra nelle priorità editoriali. E alla fine ottiene lo stesso risultato: alcune storie escono lentamente dal nostro campo visivo. Nonostante il film di Carron sembra scegliere una strada molto interessante e cioè non cerca il mostro, cerca piuttosto la genesi del male, cerca di comprendere come l’odio possa colonizzare lentamente una coscienza fino a deformarla, tenta di osservare quella che la regista stessa sembra considerare una sorta di fisiologia dell’oscurità umana, non sembriamo davvero interessati a comprendere. È un lavoro che richiede fatica. Comprendere non significa assolvere; significa interrogarsi sulle radici senza attenuare la responsabilità. Ma è proprio questo tipo di esercizio che sembra diventare sempre più raro. Oggi è più semplice dividere il mondo in vittime e carnefici, buoni e cattivi, amici e nemici. La comprensione richiede tempo, pazienza e soprattutto il coraggio di entrare nelle zone meno rassicuranti della realtà.
Interrogandoci su come la fede chiede una testimonianza di vita coraggiosa per conducendo vite apparentemente ordinarie. Significa ascoltare qualcuno, accompagnare una persona, restare fedeli a una vocazione, consumare la propria vita senza clamore. È una lingua che rischiamo di non comprendere più. Forse è questo che una parte della nostra cultura contemporanea non sa più maneggiare. Una società inizia a perdere memoria non quando dimentica i grandi eventi. Inizia a perderla quando smette di ascoltare certe voci perché le considera troppo fragili, troppo scomode o troppo difficili da classificare. E il rischio, allora, non è soltanto che un film trovi poche sale. Il rischio è che trovi poche coscienze disposte a guardarlo.
Il Caffè sospeso...
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Il caffè sospeso è un’antica usanza a Napoli. C’è chi dice che risale alla Seconda Guerra Mondiale per aiutare chi non poteva permettersi nemmeno un caffè al bar e c’è chi dice che nasce dalle dispute al bar tra chi dovesse pagare. Al di là delle origini, il caffè sospeso resta un gesto di gratuità. Nella nuova rubrica che apre l’anno 2024, vorrei raccontare storie o suggerire riflessioni sull’amore gratuito e disinteressato. Quello nascosto, feriale, quotidiano che nessuno racconta, che non conquisterà mai le prime pagine dei giornali ma è quell’amore che sorregge il mondo, che è capace di rivoluzionare la società dal di dentro. Buon caffè sospeso a tutti!
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