Lucas Trejo ha trentotto anni. È un difensore argentino del Club Sport Marítimo La Guaira, in Venezuela. Il calcio lo aveva portato lontano dal suo Paese, come accade a tanti giocatori sudamericani: Grecia, Colombia, Perù, Messico, poi il Venezuela. Un mestiere fatto di trasferimenti, sacrifici, valigie. Ma ogni ritorno aveva una meta precisa: la casa dove lo aspettavano Yanina, sua moglie, e i loro due figli, Aarón, sette anni, e Ainhoa, cinque.
Il 24 giugno Lucas era a Caracas, in ritiro con la squadra per una partita di Coppa del Venezuela. Quando la terra ha tremato, il pensiero è corso subito a Playa Grande, nello Stato di La Guaira, dove viveva la sua famiglia. Si è precipitato sul posto. Del palazzo non restava che un ammasso di cemento. Per settantaquattro ore ha scavato con le mani insieme ai soccorritori, ai volontari, ai compagni di squadra. È quell’ostinazione a scavare che resta negli occhi. Si potrebbe dire che era inutile. Dopo tante ore, la ragione suggeriva altro. Ma il cuore di un padre non fa calcoli. Finché c’è una pietra da togliere, la toglie. Finché c’è una possibilità, anche minuscola, continua.
In fondo la paternità è questo. Non una definizione. Non un ruolo scritto su un modulo. È un uomo che non si arrende davanti alle macerie della casa dove vivono i suoi figli. Da anni si ripete che il padre sarebbe una figura ormai intercambiabile. Presenza importante, certo, ma non indispensabile. Come se bastasse che qualcuno svolgesse certe funzioni. Eppure, davanti a quella montagna di cemento, non c’era “un adulto”. C’era un padre. Nessun altro avrebbe scavato in quel modo. Nessun altro avrebbe consumato le mani così.
È curioso ciò che il dolore riesce a mettere in luce. Un calciatore professionista. Una carriera. Gli allenamenti, le trasferte, i contratti, i sogni realizzati. Tutto vero. Tutto frutto di sacrifici. Ma quando la terra ha tremato, che cosa ha attraversato di colpo centinaia di chilometri per arrivare a Playa Grande? Non il calciatore. È partito il marito. È corso il padre.
Ci affanniamo a costruire curricula. Insegniamo ai ragazzi a emergere, a trovare il proprio posto, a non sprecare occasioni. È giusto. Ma quasi mai diciamo loro che il luogo più importante dove riuscire è casa. Che il successo più grande è esserci, ogni giorno, per qualcuno. Che un figlio non ricorderà il numero delle partite giocate dal padre, ma se quel padre c’era quando aveva paura, quando era malato, quando aveva bisogno di essere preso in braccio. La casa, diciamo spesso, è fatta di muri. Poi basta un terremoto per ricordarci che non è vero. I muri possono crollare in pochi secondi. La casa sono i volti che la abitano. Sono una moglie che aspetta. Due bambini che corrono incontro al padre quando rincasa. È questo che Lucas Trejo cercava tra le macerie. Non un appartamento. La sua vita.
A che cosa stiamo dedicando i nostri giorni? A ciò che passerà con il prossimo contratto, con la prossima promozione, con il prossimo successo? O a quei legami che, quando tutto il resto viene meno, restano l’unica cosa per cui valga ancora la pena scavare con le mani? Quel padre inginocchiato sulla polvere ci ricorda che un uomo è grande non quando il suo nome viene applaudito in uno stadio, ma quando qualcuno, chiamandolo “papà”, dà un senso a tutta la sua fatica.
Il Caffè sospeso...
aneddoti, riflessioni e storie di amore gratuito …quasi sempre nascoste.
Il caffè sospeso è un’antica usanza a Napoli. C’è chi dice che risale alla Seconda Guerra Mondiale per aiutare chi non poteva permettersi nemmeno un caffè al bar e c’è chi dice che nasce dalle dispute al bar tra chi dovesse pagare. Al di là delle origini, il caffè sospeso resta un gesto di gratuità. Nella nuova rubrica che apre l’anno 2024, vorrei raccontare storie o suggerire riflessioni sull’amore gratuito e disinteressato. Quello nascosto, feriale, quotidiano che nessuno racconta, che non conquisterà mai le prime pagine dei giornali ma è quell’amore che sorregge il mondo, che è capace di rivoluzionare la società dal di dentro. Buon caffè sospeso a tutti!
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