8 Luglio 2026

La voce della Chiesa in una Campania ferita

L’Appello dei Vescovi della Campania, presentato a Pompei il 6 luglio, è un intervento pubblico molto importante che prova a rimettere la Chiesa dentro il dibattito civile su questioni che toccano la dignità della persona, il ruolo delle istituzioni e il futuro della regione. La sua cifra più interessante non sta tanto nella riaffermazione di principi già noti della dottrina cattolica, quanto nel metodo con cui vengono proposti: non come imposizione, ma come richiesta di confronto prima che le decisioni politiche diventino definitive.

I passaggi più significativi riguardano senza dubbio per me il fine vita e l’aborto farmacologico. Sul primo, i vescovi non si limitano a ribadire il tradizionale rifiuto dell’eutanasia, ma insistono sulla necessità di rafforzare le cure palliative, l’accompagnamento e la prossimità verso chi soffre, affinché nessuno sia lasciato solo davanti alla malattia e alla morte. È una posizione che sposta il baricentro dalla contrapposizione ideologica alla responsabilità sociale: il problema non è soltanto cosa dice la legge, ma quale rete di assistenza una comunità è capace di costruire.

Ancora più esplicito è il richiamo all’aborto farmacologico. I vescovi esprimono preoccupazione per quella che definiscono la progressiva “deospedalizzazione dell’aborto”, osservando come il ricorso alla pillola abortiva e alle procedure ambulatoriali rischi di trasformare una scelta drammatica in un atto amministrativo, semplificato sul piano sanitario ma non per questo meno complesso sul piano umano. Il documento invita a non dimenticare la maternità, la solitudine delle donne e la responsabilità collettiva di accompagnarle, evitando che la risposta delle istituzioni si riduca esclusivamente alla dimensione procedurale.

Questi due temi vengono però inseriti in una visione molto più ampia. I vescovi affermano che “la vita è tutta intera“: la stessa dignità che la Chiesa riconosce al concepito viene rivendicata per il migrante, per il detenuto, per il lavoratore sfruttato, per il malato, per le vittime dell’inquinamento, per chi vive nelle periferie e nelle aree interne della Campania. È un’impostazione coerente con la Dottrina sociale della Chiesa e con il magistero degli ultimi Pontefici, che rifiuta di separare le cosiddette questioni etiche da quelle sociali.

L’altro elemento qualificante del documento è il rapporto con la politica. I vescovi dichiarano esplicitamente di non voler sostituirsi alle istituzioni né offrire soluzioni tecniche, ma nello stesso tempo rivendicano il diritto-dovere di intervenire quando le decisioni pubbliche incidono sulla vita delle persone. Per questo chiedono che sui temi più delicati si apra un confronto reale con i soggetti sociali e con chi ogni giorno incontra le fragilità della popolazione, offrendo la disponibilità della Chiesa a un dialogo “leale” prima della fase decisionale.

È una posizione che richiama una lunga tradizione della presenza pubblica del cattolicesimo italiano. Dalla mobilitazione per il referendum sul divorzio del 1974 a quella sul referendum sull’aborto del 1981, fino ai dibattiti più recenti sulla procreazione medicalmente assistita e sul fine vita, la Chiesa ha sempre cercato di incidere sulle grandi questioni antropologiche attraverso il confronto con la politica e con l’opinione pubblica. Talvolta con successo, altre volte registrando profonde trasformazioni della società italiana. Ma la costante è rimasta la stessa: il diritto di partecipare alla costruzione del bene comune senza rinunciare alla propria identità.

In Campania questo appello assume un significato ulteriore. È una regione dove le emergenze sociali convivono con le questioni etiche. Lo stesso documento richiama la crisi della sanità, l’emigrazione sanitaria verso altre regioni, la Terra dei Fuochi, la camorra, il caporalato, il disagio giovanile, la povertà educativa, lo spopolamento delle aree interne e le difficoltà delle famiglie. In questo contesto, la cura della vita non viene presentata come una battaglia isolata, ma come parte di una visione complessiva della persona, nella quale aborto, eutanasia, diritto alla salute, legalità, ambiente e giustizia sociale diventano aspetti di un’unica responsabilità collettiva.

Si può condividere oppure contestare l’impostazione dei vescovi, ciò che è certo è che la Chiesa campana chiede di tornare a essere interlocutrice del dibattito pubblico. Non pretende di scrivere le leggi, ma rifiuta l’idea di essere confinata nella sola dimensione intimistica di fede. In una stagione nella quale la politica appare spesso frammentata e il confronto pubblico si riduce allo scontro tra posizioni contrapposte, i vescovi affermano il diritto di sedersi al tavolo delle decisioni, proponendo la propria visione dell’uomo e della società. È un ritorno a un protagonismo civile che richiama la migliore tradizione del cattolicesimo sociale italiano e che ci auguriamo possa essere accolta da chi ha il compito di custodire il bene comune.



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Giovanna Abbagnara

Giovanna Abbagnara, è sposata con Gerardo dal 1999 e ha un figlio, Luca. Giornalista e scrittrice, dal 2008 è direttore responsabile di Punto Famiglia, rivista di tematiche familiari. Con Editrice Punto Famiglia ha pubblicato: Il mio Giubileo della Misericordia. (2016), Benvenuti a Casa Martin (2017), Abbiamo visto la Mamma del Cielo (2016), Il mio presepe in famiglia (2017), #Trova la perla preziosa (2018), Vivere la Prima Eucaristia in famiglia (2018), La Prima Comunione di nostro figlio (2018), Voi siete l'adesso di Dio (2019), Ai piedi del suo Amore (2020), Le avventure di Emanuele e del suo amico Gesù (2020), In vacanza con Dio (2022).

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2 risposte su “La voce della Chiesa in una Campania ferita”

Non sono sullo stesso piano chi deve nascere e chi è già nato.
….“La vita è tutta intera“: la stessa dignità che la Chiesa riconosce al concepito viene rivendicata per il migrante, per il detenuto, per il lavoratore sfruttato, per il malato, per le vittime dell’inquinamento, per chi vive nelle periferie e nelle aree interne della Campania…..
L’uccisione deliberata della vita nel grembo materno è definito “abominevole delitto” nell’Evangelium Vitae, ancor più perchè permessa dallo Stato e pagata dallo Stato. Nessun altro paragone regge. la Legge 194 è definita “integralmente iniqua”.
Se non si distingue la gravità morale anche la vita di chi è già nato perde valore.

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