La tentazione è quella di voltare pagina. Di non leggere fino in fondo. Di convincersi che certe storie appartengano all’abisso dell’eccezione, a una periferia dell’umano che non ci riguarda. Vorrei chiudere gli occhi davanti a notizie come questa perché raccontano una forma di male così fredda, così metodica, da mettere in discussione perfino il significato della parola fiducia. Ma il giornalismo, soprattutto quando vuole servire la verità, non può permettersi di distogliere lo sguardo.
L’operazione internazionale “Medusa”, coordinata da Germania e Regno Unito con Europol, ha portato alla luce una rete criminale che attraversa dieci Paesi, Italia compresa. Cinquantasette arresti, centocinquantotto donne messe in salvo, centinaia di indagini ancora aperte. Numeri impressionanti. Ma dietro i numeri ci sono volti. Donne sedate di nascosto dai loro mariti, compagni o conviventi. Donne violate mentre erano prive di coscienza. In alcuni casi offerte ad altri uomini, invitati appositamente per partecipare agli stupri. Tutto preparato nei dettagli attraverso chat criptate e forum riservati, dove ci si scambiava consigli sui farmaci, sulle dosi, sui metodi per non lasciare tracce e sui modi per filmare gli abusi.
Non siamo davanti a un impulso incontrollato. Siamo davanti a una pianificazione. A una comunità che si alimenta reciprocamente, che si incoraggia, che trasforma il male in linguaggio condiviso e perfino in spettacolo. Molti ricorderanno il caso di Gisèle Pelicot. Per quasi dieci anni il marito la drogò e la consegnò a decine di uomini, filmando ogni violenza. Sembrava una mostruosa eccezione. Oggi scopriamo che era diventato un modello imitato, perfezionato, diffuso. Senza generalizzare, perché la giustizia esige sempre di distinguere e non di condannare un’intera categoria, una domanda però riguarda tutti gli uomini. Che cosa sta accadendo alla figura maschile?
Per decenni abbiamo parlato – giustamente – dei diritti delle donne, della loro libertà, della loro dignità. Forse abbiamo parlato troppo poco dell’identità dell’uomo. Non del maschio dominante, non del possessore, ma dell’uomo chiamato a custodire. La tradizione biblica usa un verbo straordinario quando racconta l’origine dell’umanità. All’uomo viene affidato il compito di “custodire“. Custodire il giardino, la vita, le relazioni. Custodire non significa controllare. Significa riconoscere un bene che non appartiene a noi e che proprio per questo merita rispetto. Anche il rapporto tra uomo e donna nasce lì. Non nel possesso, ma nello stupore. “Questa volta è carne della mia carne“. È il linguaggio di chi riconosce un dono, non di chi rivendica un diritto. Quando questo sguardo si perde, il corpo dell’altro diventa un oggetto. E quando il corpo diventa un oggetto, ogni limite può essere abbattuto.
È forse arrivato il momento di tornare a proporre, senza complessi e senza nostalgie, una figura maschile capace di custodire anche il pudore e la bellezza della donna che ama. “Sua” non nel senso del possesso, ma dell’appartenenza reciproca che nasce dall’amore, dalla responsabilità e dalla promessa. Un uomo che protegge l’intimità invece di esibirla. Che difende la vulnerabilità invece di sfruttarla. Che sa che amare significa anzitutto impedire che l’altro venga ferito, perfino da sé stesso.
C’è un’altra domanda che sarebbe intellettualmente disonesto evitare. Quale ruolo ha la pornografia nella formazione dell’immaginario contemporaneo? Non si tratta di attribuire alla pornografia ogni responsabilità di questi crimini. Sarebbe semplicistico. Ma è davvero possibile pensare che decenni di consumo illimitato di immagini sessuali sempre più estreme non abbiano modificato il modo in cui milioni di persone guardano il corpo dell’altro?
Le inchieste giornalistiche hanno documentato siti che raccoglievano migliaia di video di donne sedate, milioni di visualizzazioni, dirette a pagamento delle violenze, forum che funzionavano come manuali operativi. Non è un universo separato dalla cultura. Ne è una degenerazione resa possibile da un’idea del desiderio sganciata da ogni responsabilità. Ogni pornografia vive di una logica precisa: il corpo dell’altro esiste per il mio consumo. Se questa mentalità viene nutrita ogni giorno, se viene normalizzata fin dall’adolescenza, possiamo davvero stupirci quando, in alcuni soggetti, il confine tra fantasia e realtà si dissolve fino all’orrore?
Sono domande scomode. Ma una società che rinuncia a porsele rinuncia anche a comprendere le radici della violenza. La persona non è mai un oggetto. È sempre un mistero da accogliere, una dignità da servire, una libertà da custodire. E ogni volta che un uomo dimentica di essere custode, qualcuno finisce inevitabilmente per diventare una preda.
Il Caffè sospeso...
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Il caffè sospeso è un’antica usanza a Napoli. C’è chi dice che risale alla Seconda Guerra Mondiale per aiutare chi non poteva permettersi nemmeno un caffè al bar e c’è chi dice che nasce dalle dispute al bar tra chi dovesse pagare. Al di là delle origini, il caffè sospeso resta un gesto di gratuità. Nella nuova rubrica che apre l’anno 2024, vorrei raccontare storie o suggerire riflessioni sull’amore gratuito e disinteressato. Quello nascosto, feriale, quotidiano che nessuno racconta, che non conquisterà mai le prime pagine dei giornali ma è quell’amore che sorregge il mondo, che è capace di rivoluzionare la società dal di dentro. Buon caffè sospeso a tutti!
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