11 Luglio 2026

Storia di un bambino imperfetto e di uno sguardo che lo salva

Mi capita di rileggere alcune notizie, nella speranza di non aver capito bene. Forse è solo la mia nostalgia di voler convincermi ad ogni costo che sulla pelle dei bambini non possiamo davvero permetterci certe atrocità e invece… Siamo in Canada. Una donna porta in grembo un bambino per conto di un’altra coppia. Durante la gravidanza un’ecografia rivela una labiopalatoschisi – praticamente il labbro leporino – e il sospetto di altre anomalie. I genitori committenti – una coppia di persone con orientamento verso lo stesso sesso – chiedono l’interruzione della gravidanza. La madre surrogata dice di no. Chiede altri accertamenti. I medici confermano che il piccolo è sano e che quella malformazione è correggibile. Il bambino nasce. Due anni dopo, quella stessa donna viene citata in giudizio.

La storia è raccontata dal National Post il 9 luglio scorso. La donna racconta di essere rimasta devastata dalla lettera con cui le veniva chiesto di interrompere una gravidanza di ventidue settimane. “Avrebbe acconsentito se il bambino non avesse avuto possibilità di vivere”, dice, ma un labbro leporino, per quanto doloroso da accettare, non le sembrava una ragione sufficiente per spegnere una vita. La ragionevolezza ha avuto la priorità su tutto. I genitori, alla fine, portano a casa il bambino e, due anni dopo, fanno causa alla donna, benché la legge canadese sia chiara: la donna incinta conserva l’ultima parola sull’aborto, indipendentemente da ciò che altri, compresi i futuri genitori, possano chiederle.

La vicenda mette in luce il lato più oscuro della maternità surrogata, che nasce proprio dall’idea che tutto possa essere regolato. Ci sono accordi, firme, responsabilità, clausole. Ognuno conosce il proprio ruolo. Tutto è previsto, tranne l’imprevedibile. Tranne quel mistero che accade quando una vita cresce dentro un’altra vita. Per nove mesi quel bambino respira attraverso il corpo di quella donna, ascolta il battito del suo cuore, riceve il nutrimento dal suo sangue. Si può davvero pensare che questo non significhi nulla? Che basti una firma perché quella relazione resti puramente tecnica?

Ed è forse proprio qui l’equivoco più profondo. Quando una relazione così radicalmente umana viene ricondotta esclusivamente alla logica del contratto, il rischio è che anche il figlio finisca, almeno in parte, per essere considerato l’oggetto di una prestazione, il risultato di un progetto da realizzare secondo determinate aspettative. Se quelle aspettative vengono deluse, il confine tra accoglienza e selezione diventa drammaticamente sottile. Abbiamo imparato a pensare che la tecnica possa risolvere tutto, ma sappiamo che ogni figlio, quando arriva, porta con sé qualcosa che sfugge ai nostri calcoli. Nessun genitore mette al mondo esattamente il bambino che aveva immaginato. Ogni nascita è una sorpresa, e ogni amore autentico comincia proprio lì: nell’accogliere qualcuno che non abbiamo costruito noi.

Fa impressione leggere, sempre secondo il National Post, che oggi quella donna rischi una richiesta di risarcimento ingentissima. Tra le accuse – sembra quasi ridicolo e paradossale – le si contesta di aver violato la riservatezza dei committenti e di aver causato loro un grave disagio emotivo, con uno dei genitori impossibilitato a lavorare dal 2 luglio 2024 – il giorno in cui la donna dichiarò che non avrebbe abortito – fino a settembre 2025. Ma siamo seri? Mi domando: «Come si sentirà quel bambino, un giorno, se scoprirà tutto questo?». È questa la domanda decisiva perché, al centro della vicenda, non c’è il conflitto tra adulti. C’è un bambino. Il soggetto più vulnerabile dell’intera storia, l’unico che non ha potuto scegliere, negoziare, firmare o difendere i propri interessi. Eppure è proprio lui ad aver rischiato di pagare il prezzo più alto.

Un bambino che qualcuno aveva giudicato troppo imperfetto per nascere. Un bambino la cui vita sembrava aver perso valore non perché incompatibile con la vita, ma perché non corrispondeva pienamente alle aspettative del progetto procreativo. È qui che la logica della prestazione prende il posto della logica dell’accoglienza, e il criterio della conformità rischia di prevalere sul riconoscimento della dignità della persona. Quella donna, che non era sua madre secondo il contratto, ha scelto invece di ascoltare qualcosa di più antico dei contratti: la propria coscienza.

Quel bambino un giorno crescerà. Forse non conoscerà mai tutti i dettagli di questa vicenda. O forse li scoprirà. Ma c’è una verità che nessun tribunale potrà cancellare: la sua vita è stata custodita da qualcuno che, davanti alla sua fragilità, non ha visto un errore da correggere, ma un volto da attendere. Con questo senza assolvere la donna dall’essersi prestata, per motivi che non conosco, a fare da madre per altri. Ciò che so è che questi avvenimenti mi convincono sempre di più che una civiltà si misura anche da questo: dalla capacità di riconoscere pari dignità a ogni essere umano, soprattutto quando è più fragile e non può difendersi da solo. Se il valore di un bambino finisce per dipendere dalla corrispondenza alle aspettative degli adulti, allora non è soltanto un contratto a essere in discussione, ma il significato stesso della dignità umana e dell’uguaglianza che il diritto è chiamato a proteggere. Ed è da sguardi così, silenziosi e ostinati, che il mondo continua, ogni tanto, a rinascere.



Il Caffè sospeso...
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Il caffè sospeso è un’antica usanza a Napoli. C’è chi dice che risale alla Seconda Guerra Mondiale per aiutare chi non poteva permettersi nemmeno un caffè al bar e c’è chi dice che nasce dalle dispute al bar tra chi dovesse pagare. Al di là delle origini, il caffè sospeso resta un gesto di gratuità. Nella nuova rubrica che apre l’anno 2024, vorrei raccontare storie o suggerire riflessioni sull’amore gratuito e disinteressato. Quello nascosto, feriale, quotidiano che nessuno racconta, che non conquisterà mai le prime pagine dei giornali ma è quell’amore che sorregge il mondo, che è capace di rivoluzionare la società dal di dentro. Buon caffè sospeso a tutti!


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Giovanna Abbagnara

Giovanna Abbagnara, è sposata con Gerardo dal 1999 e ha un figlio, Luca. Giornalista e scrittrice, dal 2008 è direttore responsabile di Punto Famiglia, rivista di tematiche familiari. Con Editrice Punto Famiglia ha pubblicato: Il mio Giubileo della Misericordia. (2016), Benvenuti a Casa Martin (2017), Abbiamo visto la Mamma del Cielo (2016), Il mio presepe in famiglia (2017), #Trova la perla preziosa (2018), Vivere la Prima Eucaristia in famiglia (2018), La Prima Comunione di nostro figlio (2018), Voi siete l'adesso di Dio (2019), Ai piedi del suo Amore (2020), Le avventure di Emanuele e del suo amico Gesù (2020), In vacanza con Dio (2022).

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