13 Luglio 2026
Il giorno del “sì”: 85 anni dall’ordinazione sacerdotale di don Enrico Smaldone
Alcune date con il passare degli anni acquistano una luce nuova, perché continuano a parlare non solo di una persona, ma del mistero di Dio che opera nella storia. Il 13 luglio 1941, quando il giovane Enrico Smaldone ricevette l’ordinazione presbiterale, nessuno avrebbe potuto immaginare quanto fecondo sarebbe stato quel gesto antico della Chiesa: l’imposizione delle mani, la preghiera consacratoria, il dono dello Spirito Santo per il ministero sacerdotale. Oggi, a distanza di 85 anni, quella data non appartiene soltanto alla biografia del Servo di Dio don Enrico Smaldone; appartiene alla memoria ecclesiale della nostra Chiesa e di quanti hanno incontrato la sua straordinaria testimonianza di carità.
Eppure, quel giorno così atteso giunse nel segno della croce. Pochi giorni prima dell’ordinazione era morta la sorella Elisabetta, affettuosamente chiamata Bettina. La famiglia Smaldone, che si preparava a vivere la gioia di vedere un figlio consacrato sacerdote, fu improvvisamente raggiunta dal dolore del lutto. Le testimonianze ricordano che la prima Messa solenne di don Enrico non fu una celebrazione di festa, ma una Messa esequiale per la sorella. La Provvidenza volle che il suo ministero iniziasse così, davanti al mistero della morte e della speranza cristiana, quasi a imprimere nel cuore del giovane sacerdote la consapevolezza che il presbitero è chiamato a condividere fino in fondo le lacrime del popolo affidatogli.
Ed è proprio così. Il sacerdote è l’uomo chiamato a stare sulla soglia delle grandi gioie e dei grandi dolori dell’umanità. Benedice i bambini appena nati e accompagna gli anziani nel loro ultimo viaggio; unisce gli sposi davanti all’altare e consola chi piange i propri cari; spezza il Pane della vita e annuncia la speranza della risurrezione. Per questo il giorno dell’ordinazione resta, per ogni presbitero, il vero anniversario della propria vita. Più ancora del compleanno, è il giorno in cui Cristo prende definitivamente possesso della sua esistenza e la rende strumento della sua misericordia.
Ogni anno, tornando spiritualmente a quel momento, il sacerdote rinnova il proprio “eccomi”. Celebra la fedeltà di Dio, che continua a sostenere una chiamata spesso vissuta nella fatica, nel silenzio e nel dono quotidiano di sé. Don Enrico comprese profondamente questa verità. Il suo sacerdozio non rimase confinato entro le mura della chiesa. Si fece strada, casa, scuola, pane condiviso, ascolto, educazione, promozione umana. Vide nei ragazzi abbandonati non un problema sociale, ma il volto stesso di Cristo. La sua risposta alla grazia ricevuta il 13 luglio 1941 prese forma concreta nella scelta preferenziale per gli ultimi, trasformando il ministero sacerdotale in una quotidiana liturgia della carità.
La carità, infatti, non fu per lui un’attività accanto al sacerdozio: ne fu la conseguenza più autentica perché ogni Eucaristia celebrata domanda di diventare pane spezzato nella vita; ogni assoluzione impartita domanda un cuore capace di misericordia; ogni Vangelo annunciato domanda mani pronte a servire. Come Fraternità di Emmaus, nella Cittadella della Carità “don Enrico Smaldone”, custodiamo con profonda venerazione la sua talare e una sua stola. Non sono semplicemente oggetti appartenuti a una persona cara. Sono segni eloquenti di una vocazione vissuta fino in fondo.
La talare racconta una vita totalmente consacrata al Signore, scelta giorno dopo giorno senza riserve. È il segno di un’identità che non si indossa soltanto, ma si vive. La stola, invece, richiama il ministero sacramentale: le confessioni ascoltate con infinita pazienza, le Eucaristie celebrate, le benedizioni impartite, i malati visitati, le mani alzate sul popolo di Dio. Sono tessuti semplici, ma impregnati di una storia di grazia. Custodirli significa assumersi una responsabilità. La memoria cristiana non è nostalgia del passato; è la trasmissione di un’eredità. Una comunità che conserva i segni della santità è chiamata anzitutto a custodirne lo spirito. Non basta ammirare don Enrico; occorre lasciarsi provocare dalla radicalità evangelica della sua vita.
Ottantacinque anni dopo quel 13 luglio 1941, il “sì” pronunciato da don Enrico continua ancora a generare vita. Continua a parlare attraverso i giovani che trovano accoglienza, attraverso i piccoli che incontrano una mano tesa, attraverso quanti imparano che la carità non è assistenzialismo, ma il modo concreto con cui Dio continua ad amare il mondo. È questa la più bella celebrazione del suo anniversario di ordinazione: non fermarsi al ricordo, ma fare in modo che quel “sì” continui a risuonare nella vita della Chiesa. E quando un “sì” viene pronunciato senza riserve, come fece don Enrico Smaldone ottantacinque anni fa, la storia cambia davvero.
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Il caffè sospeso è un’antica usanza a Napoli. C’è chi dice che risale alla Seconda Guerra Mondiale per aiutare chi non poteva permettersi nemmeno un caffè al bar e c’è chi dice che nasce dalle dispute al bar tra chi dovesse pagare. Al di là delle origini, il caffè sospeso resta un gesto di gratuità. Nella nuova rubrica che apre l’anno 2024, vorrei raccontare storie o suggerire riflessioni sull’amore gratuito e disinteressato. Quello nascosto, feriale, quotidiano che nessuno racconta, che non conquisterà mai le prime pagine dei giornali ma è quell’amore che sorregge il mondo, che è capace di rivoluzionare la società dal di dentro. Buon caffè sospeso a tutti!
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