Può capitare che un autore del V secolo finisca, suo malgrado, al centro della cronaca politica del XXI. È accaduto in Spagna, dove una frase di sant’Agostino, pronunciata dal presidente della Conferenza Episcopale, mons. Luis Javier Argüello, ha provocato un’immediata replica del Governo, fino a trasformare una riflessione sulla democrazia in un caso politico. Il passaggio è noto: «Quando uno Stato dimentica l’etica, diventa una banda di ladri». È una delle intuizioni più celebri del vescovo di Ippona, ripresa nel tempo dal magistero della Chiesa e citata anche da Benedetto XVI come monito permanente sul rapporto fra diritto, giustizia e potere.
Eppure è bastata quella frase perché il ministro della Presidenza, Félix Bolaños, si sentisse chiamato in causa. Nella lettera inviata ad Argüello, il ministro ha giudicato le parole offensive e ha rilanciato con un paragone volutamente provocatorio: «Che cosa pensereste se un membro del Governo definisse la Chiesa una banda di pedofili, rimandando ai fatti?». Il tono della risposta ha finito così per oscurare il contenuto della riflessione perché il tema posto dal presidente dell’episcopato non riguardava un governo particolare, ma una questione ben più ampia: che cosa accade alle democrazie quando la politica si emancipa da ogni riferimento etico?
Argüello parlava di relativismo morale, della riduzione della democrazia a semplice esercizio della potestas, della necessità di ricostruire un tessuto civile fondato sulla responsabilità condivisa. E, significativamente, aveva rivolto il giudizio anzitutto ai cittadini. «Sto guardando me stesso e voi», aveva detto, ricordando che chi evade il fisco o aggira le regole non può poi pretendere istituzioni moralmente irreprensibili. Da qui anche la sua replica, tanto semplice quanto disarmante: stavo citando sant’Agostino. E, con una punta di ironia, l’osservazione destinata a riaprire la discussione: se qualcuno si è sentito direttamente interpellato, forse vale la pena domandarsi perché.
La domanda non è marginale. Da tempo, nel dibattito pubblico europeo, ogni richiamo ai fondamenti etici della convivenza civile rischia di essere interpretato come un’interferenza politica. Naturalmente la Chiesa non è estranea alla vita della società. La sua Dottrina sociale le affida il compito di illuminare le coscienze, non di sostituirsi alle istituzioni. Proprio per questo essa continua a ricordare che il bene comune non può essere ridotto all’efficienza amministrativa né il consenso può esaurire il criterio della giustizia. È un linguaggio che può risultare scomodo, ma difficilmente potrebbe essere considerato una novità: appartiene alla tradizione cristiana ben prima della nascita degli Stati moderni.
Del resto, il confronto fra la Chiesa e l’attuale Governo spagnolo non nasce da questa vicenda. Negli ultimi anni l’episcopato è intervenuto più volte su questioni che toccano il nucleo della visione cristiana della persona e della società: dalla legislazione sull’eutanasia, che trasforma in diritto ciò che per la Chiesa rappresenta una sconfitta della cultura della cura e dell’accompagnamento, alle riforme in materia di aborto, fino alle norme sull’identità di genere e sull’educazione, rispetto alle quali i vescovi hanno richiamato il diritto dei genitori a essere i primi educatori dei propri figli e la necessità di tutelare la libertà educativa. Analogamente, non sono mancati richiami alla libertà religiosa e alla salvaguardia di uno spazio pubblico realmente pluralista. Su questi temi la Chiesa non interviene per sostenere una parte politica contro un’altra, ma perché ritiene che siano in gioco la dignità della persona umana e quei principi che nessuna maggioranza può considerare semplicemente disponibili.
Quando la Chiesa prende la parola su questi temi non pretende di indicare programmi di governo né di sostituirsi alla politica. Esercita piuttosto quella responsabilità morale che le è propria: ricordare che esistono valori che precedono l’ordinamento giuridico e costituiscono il fondamento stesso della convivenza democratica.
Non è un caso che, appena un mese fa, nel suo viaggio apostolico in Spagna, Leone XIV abbia affidato ai vescovi un compito particolarmente impegnativo. Pur invitandoli a essere «principio visibile di comunione» in una società attraversata da polarizzazioni sempre più aspre, il Pontefice ha ricordato che essi sono chiamati anche a «custodire con amore la fede ricevuta», a «favorire il dialogo», a «sanare le fratture» e, proprio grazie a una Chiesa riconciliata interiormente, a parlare «alle autorità civili e a tutti gli uomini di buona volontà che lavorano per il bene comune». Non un invito al silenzio, dunque, ma a una parola libera, capace di unire verità e carità.
Letta in questa prospettiva, anche la riflessione di mons. Argüello assume un significato diverso. Il richiamo a sant’Agostino non appare come un’incursione nel terreno della politica partitica, bensì come l’esercizio di quella responsabilità pastorale che il Successore di Pietro ha appena ribadito ai vescovi spagnoli. Se la Chiesa tacesse proprio quando sono in gioco questioni che riguardano la vita, la dignità della persona, la famiglia, la libertà educativa o la qualità etica della democrazia, verrebbe meno a una parte essenziale della propria missione.
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