La confessione dell’ex fidanzato di Aurora Tila, la tredicenne morta precipitando dal tetto di un palazzo nell’ottobre del 2024 a Piacenza, aggiunge dolore a una vicenda che già ne conteneva troppo. Sarà la giustizia a fare il suo corso e non spetta a noi commentare una sentenza o un processo ancora aperto. C’è però un dettaglio che continua a ronzarmi nella mente. Prima di morire, Aurora aveva cercato aiuto su ChatGPT per capire i comportamenti ossessivi e morbosi del suo fidanzato. Una bambina di tredici anni che affida a un’intelligenza artificiale le sue paure. Non a un adulto. Non ai genitori. Non a un insegnante. Non a un sacerdote. A una macchina.
È un dettaglio che racconta molto più della cronaca. Da anni ci ripetiamo che servono corsi di educazione affettiva e sessuale ma li derubrichiamo essenzialmente a inculcare la cultura gender nei nostri figli. Nessuno sembra avere il coraggio di chiedersi quale educazione sentimentale stiano già ricevendo i nostri figli, ogni giorno, per ore, attraverso ciò che consumano senza filtri.
Se un adolescente cresce immerso in canzoni in cui amare significa possedere, dominare, usare; se trascorre serate davanti a programmi come Temptation Island – ascoltavo un gruppo di ragazzi in spiaggia che organizzavano pizzate per restare a casa a vedere la trasmissione –, costruiti scientificamente per esasperare la gelosia, l’umiliazione, il tradimento e gli istinti più primitivi dell’uomo; se i social trasformano ogni relazione in uno spettacolo e ogni emozione in un contenuto da monetizzare, davvero ci stupiamo se poi qualcuno confonde il controllo con l’amore?
Non è questione di fare la guerra a un programma televisivo o a un genere musicale. Sarebbe troppo semplice. Il problema è molto più profondo perché abbiamo smesso di raccontare ai ragazzi che amare significa desiderare il bene dell’altro, anche quando costa. Abbiamo sostituito il linguaggio del dono con quello del possesso, quello della fedeltà con quello dell’emozione del momento, quello della responsabilità con quello dell’istinto.
La cultura dominante ripete che bisogna seguire il cuore. Ma nessuno aggiunge che il cuore va educato. Perché un cuore lasciato a se stesso non diventa automaticamente buono. Diventa semplicemente schiavo dell’impulso più forte. Da cristiani lo sappiamo da sempre. La libertà non consiste nel fare ciò che si sente, ma nel diventare capaci di scegliere il bene. Anche quando costa. Anche quando significa rinunciare. E invece stiamo crescendo una generazione alla quale diciamo che ogni desiderio ha diritto di essere soddisfatto, che ogni emozione va assecondata, che ogni frustrazione è insopportabile. Poi restiamo sconvolti quando qualcuno non accetta un rifiuto.
Non basta introdurre qualche ora di educazione affettiva a scuola se poi il resto del tempo i nostri figli viene educato da TikTok, da reality costruiti per alimentare il conflitto, da influencer che chiamano “amore” ciò che spesso è solo dipendenza emotiva, da testi musicali in cui la donna è un oggetto e il maschio è tanto più forte quanto più domina. Le immagini, le parole, le storie non sono mai neutre. Educano. Plasmano il modo di guardare il mondo. Formano l’immaginazione morale prima ancora delle idee.
Prima di chiedere nuove leggi o nuovi progetti scolastici, dovremmo domandarci quale pane stiamo dando ai nostri figli perché ci preoccupiamo giustamente di ciò che mangiano, ma sembriamo indifferenti a ciò di cui si nutrono gli occhi, le orecchie e il cuore. L’educazione affettiva non comincia in un’aula. Comincia in famiglia. Comincia da ciò che scegliamo di guardare insieme. Dalle parole che usiamo. Dall’esempio che diamo. Dalla capacità di mostrare che un amore autentico non umilia, non controlla, non manipola e, soprattutto, non fa paura.
Se Aurora a 13 anni ha pensato che il luogo più sicuro per chiedere aiuto fosse un’intelligenza artificiale, la domanda non è soltanto che cosa abbia fatto quel ragazzo. La domanda è che cosa non siamo stati capaci di fare noi adulti. E forse è questa la confessione che, come società, continuiamo a rimandare.
Il Caffè sospeso...
aneddoti, riflessioni e storie di amore gratuito …quasi sempre nascoste.
Il caffè sospeso è un’antica usanza a Napoli. C’è chi dice che risale alla Seconda Guerra Mondiale per aiutare chi non poteva permettersi nemmeno un caffè al bar e c’è chi dice che nasce dalle dispute al bar tra chi dovesse pagare. Al di là delle origini, il caffè sospeso resta un gesto di gratuità. Nella nuova rubrica che apre l’anno 2024, vorrei raccontare storie o suggerire riflessioni sull’amore gratuito e disinteressato. Quello nascosto, feriale, quotidiano che nessuno racconta, che non conquisterà mai le prime pagine dei giornali ma è quell’amore che sorregge il mondo, che è capace di rivoluzionare la società dal di dentro. Buon caffè sospeso a tutti!
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