16 Luglio 2026
La Francia sceglie la morte. Ma la domanda decisiva resta: chi accompagnerà la vita
La Francia ha compiuto un passo destinato a segnare la sua storia civile. Non un passo in avanti, si intende. Con 291 voti favorevoli e 241 contrari, dopo tre anni di un confronto politico e culturale tra i più laceranti degli ultimi decenni, l’Assemblea nazionale ha approvato definitivamente la legge che introduce il cosiddetto «diritto all’aiuto a morire». Emmanuel Macron ottiene così una delle riforme simbolo del suo secondo mandato, dopo l’inserimento della libertà di aborto nella Costituzione. Se allora era stato costituzionalizzato un diritto a interrompere una vita nascente, oggi diventa un diritto chiedere e ottenere la propria morte.
È una svolta antropologica prima ancora che giuridica. La nuova legge consente ai cittadini francesi maggiorenni, affetti da una malattia grave e incurabile o in fase terminale, di ottenere il suicidio assistito. Quando il paziente non sia in grado di autosomministrarsi il farmaco letale, sarà possibile ricorrere all’eutanasia, affidando l’atto finale a un medico o a un infermiere. È prevista l’obiezione di coscienza, ma con un limite significativo: chi rifiuta dovrà comunque indirizzare il paziente a un collega disposto a praticare la procedura.
Il voto non chiude però la vicenda. Il presidente del Senato Gérard Larcher e, con una mossa inattesa, anche il primo ministro Sébastien Lecornu hanno annunciato un ricorso al Consiglio costituzionale affinché venga verificata la compatibilità della legge con il principio della dignità umana. Un fatto che dimostra quanto profonda resti la frattura nella società francese. Questa legge infatti non nasce in un clima di consenso. Al contrario. È stata accompagnata da una mobilitazione ampia e perseverante di associazioni, medici, giuristi, operatori sanitari e realtà ecclesiali che hanno cercato di spostare il dibattito dal diritto a morire al diritto a essere curati.
Alla vigilia del voto i vescovi francesi avevano rivolto un appello ai parlamentari chiedendo di scegliere «il sostegno alla vita con dignità, di tutte le vite e in tutte le loro fasi, fino alla fine, garantendo le cure palliative», ricordando che la decisione avrebbe contribuito a definire il modello di società delle prossime generazioni.
La testimonianza forse più eloquente arriva da una casa silenziosa nel cuore di Parigi, quella delle Piccole Sorelle dei Poveri. Dal 1839 questa congregazione accompagna gli anziani fino all’ultimo respiro. Ottanta ospiti vivono nella Maison Notre-Dame-des-Champs, affidandosi a religiose che hanno consacrato la loro esistenza a rendere meno pesante l’ultima stagione della vita. Per loro la nuova legge non rappresenta semplicemente un cambiamento normativo: mette in discussione il senso stesso della loro vocazione. «Preferisco morire piuttosto che dare la morte», è la frase che sintetizza la loro posizione, raccolta in un reportage pubblicato da La Croix.
È un’affermazione concreta che va al di là delle posizioni ideologiche. È la conseguenza di una vita trascorsa accanto ai malati. Le suore raccontano che il loro compito non è abbreviare l’esistenza, ma renderla abitabile fino all’ultimo istante, facendo sperimentare che nessuno è un peso e nessuna vita perde valore quando diventa fragile. Per loro la dignità non coincide con l’autonomia, ma con l’essere amati e accompagnati fino alla fine.
Questa esperienza mette in luce secondo me il vero nodo della questione. La legge promette libertà individuale. Ma ogni scelta sulla morte avviene sempre dentro una rete di relazioni, aspettative, paure e fragilità. Il rischio è che il “diritto” si trasformi lentamente in una possibilità percepita come dovere, soprattutto per chi teme di essere un peso economico o affettivo per la propria famiglia o per la società. Non è un timore teorico. È il motivo per cui in molti Paesi che hanno legalizzato l’eutanasia il dibattito continua ad allargarsi progressivamente ai criteri di accesso, alle categorie di pazienti e alle condizioni richieste. Una dinamica che alimenta interrogativi sempre nuovi sui confini della tutela della vita e sul ruolo della medicina.
La Francia diventa l’ottavo Paese europeo ad ammettere il suicidio assistito, dopo Svizzera, Paesi Bassi, Belgio, Lussemburgo, Spagna, Portogallo e Austria. Anche in Italia il tema resta aperto. Il Parlamento è fermo, mentre le Regioni procedono in ordine sparso nel tentativo di regolamentare le indicazioni della Corte costituzionale. Sul tavolo del Senato si discute inoltre un disegno di legge che, diversamente dalla normativa francese, arriverebbe a considerare anche la sofferenza esclusivamente psicologica come possibile requisito per accedere al suicidio assistito.
Quello che è accaduto a Parigi riguarda anche noi. Si rafforza infatti la domanda se una società sia disposta a continuare ad investire con la stessa determinazione nel diritto a essere curati, accompagnati, ascoltati. Perché le cure palliative restano ancora oggi insufficienti in molti territori europei, mentre la solitudine rappresenta una delle principali sofferenze degli anziani e dei malati cronici. Le Piccole Sorelle dei Poveri, con la semplicità della loro presenza quotidiana, ricordano invece un’altra possibilità: che la vera alternativa alla sofferenza non sia eliminare chi soffre, ma moltiplicare le ragioni perché nessuno si senta solo mentre attraversa l’ultimo tratto della propria esistenza. È una proposta più impegnativa. Ma forse è anche quella che custodisce meglio l’idea di una società autenticamente umana.
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1 risposta su “La Francia sceglie la morte. Ma la domanda decisiva resta: chi accompagnerà la vita”
Chi ha avuto, come me, un famigliare in un Hospice sa di cosa si parla. Gli Hospice accompagnano con dignità la persona e i medici palliativisti agiscono nel rispetto. Ma agli ideologi dell’eutanasia attiva e passiva non interessano gli Hospice. Sono ideologici e colonizzatori (come diceva Papa Francesco) della cultura e della “falsa pietà” e vogliono imporre a una nazione intera le loro mortifere idee, che sono invece le loro paure, angosce rabbiose e ripiccose. E’ l’aborto la porta che apre tutte le altre porte, ed infatti gli stessi e le stesse che vogliono l’aborto (per le altre) sono quelli/quelle che a tutti costi vogliono l’eutanasia di Stato. Tutto parte dall’aborto. Se si accetta di sopprimere un innocente a maggior ragione si deve accettare chi vuole la propria morte. “In fondo – dicono- non disturbiamo nessuno perchè lo facciamo per noi stessi”. Ancor peggio sono gli adulatori che danno ragione a chi vuole farla finita facendo capire che sono rispettosi dell’autodeterminazione. E’ il “laicisnmo” portato all’estremo. Però le voci dissenzienti ci sono. Di fronte a questa accelerazione si è immediatamente ricompattata una vasta, trasversale e variegata rete di opposizione. Sigle mediche, leader religiosi, associazioni per la tutela dei disabili e movimenti pro-life sono scesi in campo compatti per denunciare i pericoli di una simile legalizzazione in Inghilterra.
In prima linea c’è la British Medical Association (Bma). Pur mantenendo formalmente una posizione di neutralità istituzionale sul principio etico generale, l’Assemblea rappresentativa annuale dei medici britannici ha approvato mozioni durissime che ne smontano l’applicabilità pratica. Come evidenziato dal comunicato ufficiale della Bma, i camici bianchi britannici hanno messo nero su bianco che «il fine vita assistito non è un trattamento medico».