Ogni epoca ha le sue parole obbligatorie. Oggi una di queste è diritti. Chiunque osi domandarsi quale idea dell’uomo quei diritti sottintendano viene rapidamente sospinto ai margini della discussione, come se il semplice interrogativo fosse già una forma di ostilità. È accaduto anche in Francia, dove l’approvazione della legge sull’eutanasia e sul suicidio assistito è stata presentata come il naturale approdo di un progresso civile. Quasi che la storia, come sempre più spesso accade, avesse una sola direzione possibile.
In questo clima, sorprende favorevolmente il Comunicato della Conferenza episcopale francese. Non perché contenga argomenti nuovi. La posizione della Chiesa sul fine vita è nota da decenni. Sorprende per un’altra ragione: perché rifiuta il conformismo. Non quello religioso, ma quello laico, oggi infinitamente più potente. Le prime righe bastano a segnare la distanza: «Il 15 luglio 2026 segna una grave rottura nella storia del nostro Paese. Scegliendo di legalizzare l’eutanasia e il suicidio assistito, i deputati hanno iscritto nella legge francese la possibilità di provocare la morte. Questa scelta rompe con la lunga tradizione della cura».
È difficile non notare come la parola decisiva sia “rottura”. Da almeno mezzo secolo l’Occidente racconta se stesso come una successione di conquiste individuali. I vescovi francesi propongono invece una domanda diversa: siamo sicuri che ogni nuovo diritto rappresenti anche un avanzamento della civiltà? Oppure esistono diritti che, una volta riconosciuti, modificano il significato stesso della convivenza? È una domanda politica, nel senso più alto del termine. Per questo stupisce che molti pretendano dalla Chiesa un rispettoso silenzio. La Chiesa cattolica non è un’associazione filantropica chiamata a distribuire conforto spirituale senza interferire nel dibattito pubblico. Da duemila anni essa pretende — e rivendica — di avere qualcosa da dire sull’uomo, sulla libertà, sulla giustizia, sul potere e sulla morte. Sarebbe singolare riconoscerle voce quando parla di migranti, di guerra, di povertà o di ambiente e negargliela quando affronta la questione decisiva della vita umana.
Del resto, non è la prima volta che accade. Nel 1995, quando san Giovanni Paolo II pubblicò Evangelium Vitae, parlò apertamente del rischio che le democrazie occidentali trasformassero la legge da tutela della persona a strumento di legittimazione della sua soppressione. «Una democrazia senza valori si converte facilmente in un totalitarismo aperto oppure subdolo». Una maggioranza parlamentare non può, da sola, decidere il significato del bene e del male.
Negli anni successivi il copione si è ripetuto. In Belgio e nei Paesi Bassi l’eutanasia fu introdotta come misura eccezionale, limitata a casi rigorosamente circoscritti. Oggi l’ambito di applicazione si è progressivamente ampliato, coinvolgendo patologie psichiatriche, forme di sofferenza cronica e, in alcuni ordinamenti, perfino minori. È precisamente questo il timore espresso dai vescovi francesi quando osservano che «l’esperienza di altri Paesi mostra che i criteri di accesso all’aiuto a morire tendono sempre ad ampliarsi».
Ancora più interessante è però ciò che il comunicato non fa. Non invoca guerre culturali. Non delegittima il Parlamento. Non annuncia crociate. Dice semplicemente che, davanti a una legge ritenuta ingiusta, la risposta consiste nel rafforzare la presenza: questo voto «ci chiama a un impegno rinnovato», accanto alle famiglie, ai medici, ai volontari, ai caregiver, «per testimoniare che un’altra strada è possibile». Qui emerge una Chiesa che rifiuta di adeguarsi senza però rinchiudersi nella protesta identitaria. I cattolici continueranno a servire la vita «senza spirito di rassegnazione né di scontro», convinti che «la grandezza di una società non consiste nel dare la morte ai più fragili, o nel permettere loro di darsela, ma nell’accompagnarli, con una fraternità reale, fino alla fine».
I vescovi annunciano anche che seguiranno con attenzione il giudizio del Consiglio costituzionale «affinché sia garantito il rispetto dell’identità etica delle strutture impegnate nell’accompagnamento delle persone al termine della vita e che escludono il ricorso all’eutanasia o al suicidio assistito». In questo scenario, ospedali, case di cura, hospice, opere religiose rischiano di essere considerati non più soggetti dotati di una propria identità morale, ma semplici concessionari di un servizio pubblico, obbligati ad adeguarsi a ciò che la legge consente. E questo costituirebbe una rottura davvero grave.
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Il caffè sospeso è un’antica usanza a Napoli. C’è chi dice che risale alla Seconda Guerra Mondiale per aiutare chi non poteva permettersi nemmeno un caffè al bar e c’è chi dice che nasce dalle dispute al bar tra chi dovesse pagare. Al di là delle origini, il caffè sospeso resta un gesto di gratuità. Nella nuova rubrica che apre l’anno 2024, vorrei raccontare storie o suggerire riflessioni sull’amore gratuito e disinteressato. Quello nascosto, feriale, quotidiano che nessuno racconta, che non conquisterà mai le prime pagine dei giornali ma è quell’amore che sorregge il mondo, che è capace di rivoluzionare la società dal di dentro. Buon caffè sospeso a tutti!
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