Il tempo della vedovanza: quando l’amore cambia forma
17 Luglio 2026
Per la rubrica “Il Viaggio della Vita”, in questo mese ho incontrato Rossana A. L’ho conosciuta in altre circostanze, anche grazie all’impegno sociale ed ecclesiale suo e del compagno di vita. Splendide persone che ricordano quanto sia decisivo ciò che ha detto Gesù: “chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà” (Mt 16,25b). L’ho poi incontrata da sposa vedova in una giornata di spiritualità promossa dalla Fraternità di Emmaus per tutti coloro che vivono il tempo della vedovanza: lì, ancora una volta, Rossana ha espresso la sua ben nota grinta e ha manifestato con grande decisione l’immutato desiderio di donarsi per la causa del Regno. Ecco la sua testimonianza!
Mi chiamo Rossana A. e sono sposa vedova da quasi cinque anni, dopo venticinque anni di matrimonio e dieci di fidanzamento.
Quando muore il proprio sposo, ci si aspetta che rimanga solo il vuoto. Anch’io ho conosciuto il dolore della perdita e non posso negare che la mia vita non sia più la stessa. Eppure, la mia esperienza mi ha insegnato che la vedovanza non è soltanto un tempo di mancanza: può diventare anche un tempo di grazia.
Io e mio marito abbiamo sempre vissuto il nostro matrimonio come una vera chiamata. Non solo nella vita familiare, ma anche nel servizio alla Chiesa e ai poveri. Insieme abbiamo dedicato lunghissimi anni al volontariato, accompagnando coppie nella conoscenza della regolazione naturale della fertilità attraverso il Metodo Billings, annunciando il percorso delle Dieci Parole e aiutando concretamente chi era nel bisogno. Erano cammini vissuti con gioia, consapevoli che il matrimonio cristiano non è solo una realtà privata, ma una testimonianza viva e concreta.
Quando mio marito è venuto a mancare, il dolore della separazione è stato immenso. Tuttavia, non ho mai attraversato giorni di disperazione. Fin dall’inizio ho percepito che il nostro legame non era spezzato: la sua presenza non è più visibile come prima, ma continua a manifestarsi in modo misterioso e profondo.
La fede mi ha sostenuta in questa esperienza, insegnandomi a vivere il mistero della comunione dei santi. Così, la Messa è diventata per me il luogo dell’incontro con mio marito, il momento in cui sento ancora più intensamente l’amore che ci lega e che ci unisce a Dio.
La vedovanza mi ha fatto comprendere con maggiore profondità due aspetti fondamentali di grazia. Il primo è la consapevolezza che l’amore vero non termina con la morte, ma si trasforma. Quando un legame è costruito nella fede, nella dedizione reciproca e nel dono agli altri, continua a vivere, si trasforma e porta frutti anche oltre la separazione fisica.
Il secondo è la vicinanza di Dio Padre, che ho sperimentato in modo ancora più intenso nei momenti più difficili della mia vita. L’ho sentito come un Padre che mi porta in braccio, che cura le mie ferite e sostiene il mio cammino. È stato Lui a infondermi non solo la speranza che la vita non finisca con la morte, ma la certezza del contrario: la morte non è la fine della vita. La nostra storia d’amore non si è interrotta; continua in una forma diversa, trasformata, ma reale.
Per questo non ho mai perso l’amore per la vita né la gioia. La gratitudine per il dono ricevuto è più forte della tristezza per ciò che non è più. Da sposa vedova ho continuato, fin da subito, a portare avanti ciò che per oltre venti anni abbiamo costruito insieme: testimoniare la bellezza del matrimonio e della vita cristiana, attraverso l’annuncio del percorso delle Dieci Parole, l’insegnamento del Metodo Billings e il servizio ai poveri. Ho continuato a percorrere le strade che avevamo iniziato insieme. Non è solo memoria: è fedeltà.
Fedeltà a un progetto che il Signore aveva avuto sulla nostra coppia e fedeltà al nostro amore, che ancora ho il dovere e il piacere di testimoniare. Continuare a mettermi a disposizione, anche da sola, in ciò che prima vivevamo insieme, è per me anche un modo per mantenere vivo quel legame che ha sempre contraddistinto la nostra coppia. Non ci siamo mai sentiti una coppia chiusa in sé stessa, come qualcosa da vivere solo per noi o che riguardasse soltanto noi. Il nostro amore è sempre stato aperto al servizio, alla condivisione e al dono agli altri. Per questo continuo a camminare su quella strada, con la certezza che ciò che è stato costruito nell’amore non va perduto, ma continua a generare vita anche oltre la morte.
Don Pino Cutolo:
Grazie Rossana cara per la tua bella testimonianza! Ciò che hai detto mi ha ricordato le parole di san Paolo “Siamo tribolati da ogni parte, ma non schiacciati; siamo sconvolti, ma non disperati” (2Cor 4, 8). È proprio vero che quando lo sposo terreno varca la soglia, cambia tutto, ma non tutto allo stesso modo: c’è qualcosa di prezioso e indelebile che muta la forma, ma non la consistenza, il modo di manifestarsi all’esterno ma non l’intensità vissuta nel cuore. Si tratta di quell’amore che ha unito e continua ad unire i due sposi. Solo così può comprendersi ed accogliere il passaggio del testimone che gli sposi vedovi sono chiamati a vivere. Non si tratta dell’abbandono a sé stessi in una vita che, a causa degli eventi nefasti, ora ti presenta il conto, ma di un prezioso progetto di vita che continua, certo un po’ nella fatica e nella memoria dolorosa di quanto vissuto insieme, ma sempre nella gioia di ciò che si è ricevuto e nell’impegno perché quell’amore porti ancora frutto, secondo il cuore di Dio!
Buon cammino, mia cara Rossana! La speranza del definitivo abbraccio ci sostenga nella fatica!
Testimonianze e riflessioni sul tempo della vedovanza
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stiamo vivendo un tempo di prova e di preoccupazione riguardo il presente e il futuro. Questo virus è entrato prepotentemente nella nostra quotidianità e ci ha obbligati a rivedere i tempi del lavoro, delle amicizie, delle Celebrazioni. Insomma, ha rivoluzionato tutta la nostra vita e non sappiamo fin dove ci porterà e per quanto tempo. Ci fidiamo delle indicazioni che provengono dal Governo e dagli organi sanitari preposti ma nello stesso tempo manifestiamo con la nostra fede che “il Signore ci guiderà sempre” (cfr Is 58,11).


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