I figli ereditano di solito una casa, un mestiere, un cognome importante. Lucia Borsellino ha ereditato molto di più. Ha ereditato un’assenza. Da trentaquattro anni il suo cognome richiama immediatamente una delle pagine più drammatiche della storia italiana. Eppure, ascoltando le parole pronunciate davanti alla Corte d’Appello nel ricordo dell’anniversario della strage di via D’Amelio – 19 luglio 1992 – in cui perse la vita il padre Paolo, colpisce soprattutto ciò che non c’è. Non c’è rabbia, non c’è retorica, non c’è il rifugio, sempre facile, dell’eroismo.
C’è una figlia. Una figlia che, ancora oggi, quando pensa ai cinquantadue anni del padre, prova «un’angoscia indescrivibile», perché quella non è l’età in cui un uomo dovrebbe morire. È l’età in cui un padre continua a vedere crescere i figli, conosce i nipoti, invecchia accanto alla persona amata. Lucia non piange soltanto il magistrato assassinato dalla mafia. Piange tutto quello che la sua famiglia non ha potuto vivere.
È una prospettiva che troppo spesso dimentichiamo. La memoria pubblica trasforma le persone in simboli. Ma prima di essere un simbolo, Paolo Borsellino era un marito, un padre, un uomo che amava il profumo del caffè, il mare calmo, uno scherzo, un fiore che sboccia. Aveva paura della morte, come tutti, ma imparava perfino a sorriderne con quell’ironia che, racconta Lucia, era uno dei suoi tratti più autentici. Restituire umanità agli eroi è forse il modo migliore per onorarli.
Lucia ricorda suo padre come «un cristiano esemplare». La sua fede non lo rendeva estraneo al mondo, ma ancora più immerso nelle sue contraddizioni. Era la ragione per cui amava profondamente la vita, tanto da non volerla perdere. Non cercava il martirio, non aveva alcuna attrazione per l’eroismo. Sapeva di essere in pericolo, aveva paura, eppure continuava a fare il proprio dovere. Da cristiano distingueva il sacrificio dalla ricerca del sacrificio. Non desiderava morire: desiderava vivere, perché la vita era un dono. Se ha accettato il rischio fino in fondo è stato perché sapeva che esistono valori per i quali vale la pena spendere la propria esistenza, mai perché la morte fosse un destino da inseguire.
È qui che la fede incontra la giustizia. Lucia racconta infatti un padre capace di guardare oltre il reato, oltre il colpevole, per cercare ciò che di umano poteva ancora essere salvato con lo sguardo di chi crede che nessuno possa essere identificato definitivamente con il male che ha compiuto. La sua grande cultura umanistica gli consentiva di leggere l’animo umano, di interpretarne i silenzi, di riconoscere perfino in chi aveva scelto il male una possibilità di riscatto. È difficile immaginare una concezione della giustizia più alta di questa.
Sono colpita anche dalla forza di questa donna. Lucia Borsellino e i suoi fratelli avrebbe avuto tutte le ragioni del mondo per sottrarsi alla vita pubblica, per custodire il suo lutto nel silenzio, per lasciare che fossero altri a cercare risposte. Invece no. «Non possiamo né intendiamo sottrarci dal fare la nostra parte», dice. È qui che si comprende quale sia stata la vera eredità lasciata da Paolo Borsellino ai suoi figli. Non il peso di un cognome. Non la nostalgia di un padre. Ma una responsabilità. La responsabilità di non permettere che la memoria diventi un rito perché la memoria senza ricerca della verità è soltanto commemorazione. E le commemorazioni, da sole, rischiano di tranquillizzare le coscienze più che risvegliarle. Ascoltando Lucia Borsellino si comprende che il padre non le ha lasciato soltanto un ricordo. Le ha lasciato una coscienza. E quella, a differenza di qualsiasi bene materiale, non si consuma con il tempo. Anzi, cresce.
Il Caffè sospeso...
aneddoti, riflessioni e storie di amore gratuito …quasi sempre nascoste.
Il caffè sospeso è un’antica usanza a Napoli. C’è chi dice che risale alla Seconda Guerra Mondiale per aiutare chi non poteva permettersi nemmeno un caffè al bar e c’è chi dice che nasce dalle dispute al bar tra chi dovesse pagare. Al di là delle origini, il caffè sospeso resta un gesto di gratuità. Nella nuova rubrica che apre l’anno 2024, vorrei raccontare storie o suggerire riflessioni sull’amore gratuito e disinteressato. Quello nascosto, feriale, quotidiano che nessuno racconta, che non conquisterà mai le prime pagine dei giornali ma è quell’amore che sorregge il mondo, che è capace di rivoluzionare la società dal di dentro. Buon caffè sospeso a tutti!
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