Perché la famiglia fa paura? Con don Silvio Longobardi verso il summit di Papa Leone XIV
A dieci anni esatti dalla pubblicazione di Amoris Laetitia, Papa Leone XIV ha convocato per l’ottobre 2026 un summit mondiale in Vaticano per interrogarsi sul futuro della famiglia, sui giovani che non si sposano più e su come curare le ferite delle coppie separate. Ma come si è arrivati a questa emergenza antropologica? Ne abbiamo parlato in un’intervista con don Silvio Longobardi, autore del libro La gioia dell’amore in famiglia. Un metodo per leggere Amoris laetitia (Editrice Punto Famiglia, 2021).
Papa Leone XIV ha appena convocato un summit per ottobre ricordando che una famiglia ferita o isolata fa pagare il conto a tutta la società. Perché oggi il progetto familiare sembra essere sotto attacco e fa così tanta paura?
«Perché siamo ormai totalmente assuefatti a un individualismo esasperato che snatura i legami familiari. Oggi l’idea dominante è che ciascuno debba costruirsi da solo, assumendo i propri desideri come un assoluto indiscutibile. In questa logica, la famiglia viene vista come una minaccia alla realizzazione personale. Trasferiamo nelle relazioni umane le stesse dinamiche del consumismo: tutto è scartabile, si sfrutta finché serve e poi si butta via. Trasformiamo la casa in un luogo di passaggio dove si va solo a reclamare diritti, mentre i legami vengono abbandonati alla volubilità delle circostanze. Finché non sradichiamo questo narcisismo cronico, la famiglia farà sempre paura».
Il summit porrà un forte accento sui giovani, che sembrano aver perso del tutto la fiducia nella stabilità del matrimonio. Cosa si è rotto nella loro visione dell’amore?
«Si è radicata in loro la cultura del provvisorio. Le nuove generazioni sono convinte che l’amore funzioni esattamente come le reti sociali: si può connettere o disconnettere a piacimento del consumatore e, al primo ostacolo, si può bloccare velocemente l’altro. C’è il terrore di un impegno permanente e si calcolano i costi e i benefici delle relazioni solo per rimediare alla solitudine. Ma la colpa non è solo loro: spesso presentiamo il matrimonio come un prefabbricato “chiavi in mano”, dimenticando di dire che imparare ad amare non è qualcosa che si improvvisa e che il matrimonio è invece una casa da costruire da cima a fondo, un cammino di permanente crescita».
Tra i temi caldi c’è l’emergenza educativa, con genitori che sembrano aver alzato bandiera bianca di fronte alla sfida educativa. Come se ne esce?
«Uscendo dalla rassegnazione. Oggi il patto educativo si è rotto, c’è una frattura enorme tra la famiglia e la società. I genitori, stritolati da ritmi di lavoro frenetici e disarmati culturalmente, finiscono per delegare tutto alla scuola, scambiando l’istruzione per l’educazione morale. Ma il compito educativo non è solo un peso, è un diritto essenziale e insostituibile che nessuno Stato o media dovrebbe pretendere di togliere a una madre e a un padre. Educare non significa piazzare divieti, ma generare nel figlio la libertà e l’autonomia per sapersi difendere in un mondo complesso. Bisogna che la Chiesa torni a sostenere i genitori in questa trincea, altrimenti si continuerà a sfornare generazioni di analfabeti affettivi».
Papa Leone XIV ha ricordato che i primi anni di matrimonio sono un tempo decisivo, infatti sono tante le coppie che scoppiano proprio all’inizio. La Chiesa deve fare mea culpa?
«In parte sì. Spesso abbiamo presentato alle coppie un ideale teologico del matrimonio troppo astratto, quasi artificiale e lontano dalla situazione concreta delle famiglie reali. Ammettiamolo con onestà: non abbiamo fatto un buon accompagnamento dei nuovi sposi nei loro primi anni. Non abbiamo saputo usare i loro orari, né parlare i loro linguaggi o alle loro preoccupazioni più concrete. Li saturiamo di argomenti nei corsi prematrimoniali, ma poi li abbandoniamo al loro destino proprio quando si scontrano con la disillusione, dimenticando di insegnare loro che la grazia del sacramento va invocata ogni giorno».
Al summit si parlerà dell’accompagnamento a chi vive il dramma della separazione o del divorzio. Come si fa a integrare chi ha fallito senza annacquare il Vangelo?
«L’approccio di Papa Francesco ci consegna dei verbi molto scomodi, sia per i rigoristi che per i lassisti: “comprendere, perdonare, accompagnare, sperare, e soprattutto integrare”. Integrare non significa sminuire la gravità del peccato o distribuire assoluzioni a buon mercato, ma smettere di usare le norme morali come se fossero delle pietre che si lanciano contro la vita delle persone. In fondo, la fragilità non è un’esclusiva dei divorziati: siamo fragili tutti. Il nostro compito come pastori è quello di formare le coscienze, non pretendere di sostituirle. Dobbiamo proporre l’ideale esigente del Vangelo, ma sporcandoci le mani con il fango della strada in cui le persone inciampano. Perché senza la Grazia dello Spirito Santo, nessuna famiglia sta in piedi da sola».
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