Nel dibattito sul fine vita – argomento che ho affrontato altre volte in questa rubrica – credo che manchi una domanda semplice, quasi elementare. Sappiamo tutto degli schieramenti politici. Conosciamo le dichiarazioni dei favorevoli e dei contrari. Ascoltiamo testimonianze commoventi, storie dolorose, appelli alla libertà e all’autodeterminazione. Ma quasi nessuno sembra chiedere una cosa essenziale: come avviene realmente, dal punto di vista medico, una morte procurata? È una domanda che non nasce dalla curiosità morbosa, ma dal rispetto della verità.
Ogni volta che un paziente firma un consenso informato, il medico è tenuto a spiegargli non solo i benefici di un trattamento, ma anche i possibili rischi, gli effetti indesiderati, le complicanze, persino quelle statisticamente poco frequenti. È un principio irrinunciabile della medicina contemporanea: nessuna scelta è davvero libera se non è pienamente informata. Perché questo principio dovrebbe venire meno proprio quando il Parlamento discute una legge destinata a cambiare il modo in cui una società guarda alla morte?
Da anni il dibattito pubblico sembra ruotare attorno a un’immagine rassicurante: quella di una persona che, nel momento scelto, si addormenta serenamente, senza dolore, circondata dai propri cari. Premi il pulsante e si spegne la luce della vita. È un’immagine che parla alle nostre paure più profonde: la sofferenza, la perdita dell’autonomia, il decadimento del corpo. Ed è comprensibile che susciti consenso. Ma una democrazia matura non può fondare le proprie decisioni su un’immagine. Deve fondarle sulla realtà.
La letteratura scientifica internazionale descrive procedure cliniche complesse, differenti tra loro, con protocolli farmacologici diversi e con esiti che, pur nella maggior parte dei casi conformi alle attese, possono presentare difficoltà tecniche, tempi imprevedibili o complicanze. È ciò che riportano gli studi pubblicati e l’esperienza dei Paesi che hanno già introdotto queste pratiche. Perché allora tutto questo fatica a entrare nel racconto pubblico?
A me sembra che su questo aspetto il confronto politico manchi di completezza. Desidererei che la comunità scientifica, le istituzioni e l’informazione raccontino tutto: ciò che accade, ciò che è prevedibile, ciò che è incerto, ciò che può andare bene e ciò che può andare diversamente da come lo si immagina. Anche perché a me è stato insegnato che ogni persona reagisce in un modo a famaci o protocolli medici. Che i farmaci possono far apparire una persona tranquilla quando invece sta morendo per soffocamento (durante il Covid ci siamo scagliati tutti contro questo tipo di morte violenta!), etc etc…
Se vogliamo venderci il miraggio del pulsante che premuto spegne serenamente la persona tra musica e lenzuola profumate di bucato siamo liberi di farlo ma io mi sentirei davvero offesa nella mia intelligenza, quindi qualche domanda in più me la farei.
Il Caffè sospeso...
aneddoti, riflessioni e storie di amore gratuito …quasi sempre nascoste.
Il caffè sospeso è un’antica usanza a Napoli. C’è chi dice che risale alla Seconda Guerra Mondiale per aiutare chi non poteva permettersi nemmeno un caffè al bar e c’è chi dice che nasce dalle dispute al bar tra chi dovesse pagare. Al di là delle origini, il caffè sospeso resta un gesto di gratuità. Nella nuova rubrica che apre l’anno 2024, vorrei raccontare storie o suggerire riflessioni sull’amore gratuito e disinteressato. Quello nascosto, feriale, quotidiano che nessuno racconta, che non conquisterà mai le prime pagine dei giornali ma è quell’amore che sorregge il mondo, che è capace di rivoluzionare la società dal di dentro. Buon caffè sospeso a tutti!
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Cari lettori di Punto Famiglia,
stiamo vivendo un tempo di prova e di preoccupazione riguardo il presente e il futuro. Questo virus è entrato prepotentemente nella nostra quotidianità e ci ha obbligati a rivedere i tempi del lavoro, delle amicizie, delle Celebrazioni. Insomma, ha rivoluzionato tutta la nostra vita e non sappiamo fin dove ci porterà e per quanto tempo. Ci fidiamo delle indicazioni che provengono dal Governo e dagli organi sanitari preposti ma nello stesso tempo manifestiamo con la nostra fede che “il Signore ci guiderà sempre” (cfr Is 58,11).




1 risposta su “Il diritto di sapere come si muore”
Chi ha avuto, come me, un famigliare all’Hospice sa di cosa parliamo. Gli Hospice accompagnano con dignità la persona e i medici palliativisti agiscono nel rispetto. Ma agli ideologi dell’eutanasia attiva e passiva non interessano gli Hospice. Sono ideologici e colonizzatori (come diceva Papa Francesco) della cultura e della “falsa pietà” e vogliono imporre a una nazione intera le loro mortifere idee, che sono invece le loro paure, angosce e ripicche. E’ l’aborto la porta che apre tutte le altre porte, ed infatti gli stessi e le stesse che vogliono l’aborto (per le altre) sono quelli/quelle che a tutti costi vogliono l’eutanasia di Stato. Tutto parte dall’aborto. Se si accetta di sopprimere un innocente a maggior ragione si “deve” accettare chi vuole la propria morte. “In fondo – dicono- non disturbiamo nessuno perché lo facciamo per noi stessi”. Ancor peggio sono gli adulatori che danno ragione a chi vuole farla finita facendo capire che sono rispettosi dell’autodeterminazione. E’ il “laicismo” portato all’estremo. Però le voci dissenzienti ci sono. Di fronte a questa accelerazione si è immediatamente ricompattata una vasta, trasversale e variegata rete di opposizione. Sigle mediche, leader religiosi, associazioni per la tutela dei disabili e movimenti pro-life sono scesi in campo compatti per denunciare i pericoli di una simile legalizzazione in Inghilterra.
In prima linea c’è la British Medical Association (Bma). Pur mantenendo formalmente una posizione di neutralità istituzionale sul principio etico generale, l’Assemblea rappresentativa annuale dei medici britannici ha approvato mozioni durissime che ne smontano l’applicabilità pratica. Come evidenziato dal comunicato ufficiale della Bma, i camici bianchi britannici hanno messo nero su bianco che «il fine vita assistito non è un trattamento medico».