“Settanta volte sette”. Qualche digressione su perdono e perdonati
Ci sono espressioni della Scrittura che, non so perché, ti restano impresse nell’animo. Scolpite. Magari non te ne rendi conto fino a quando, in un attimo di grazia ricevuta, ti fermi e ci pensi. E ti chiedi: ma cosa significa realmente? E il bambino che è in te, prendendo il sopravvento, si pone quella domandina magica che muove il mondo: «perché?». A che serva sta cosa di perdonare così tanto? Veramente devo farlo sempre?
Qualche giorno fa una ragazza, mentre mi parlava del rapporto di coppia con il suo ragazzo, facendo cenno ad una sua precedente storia, mi dice: «con il mio ex non litigavamo mai». Quanto sia importante un litigio in un rapporto di coppia non lo si capisce fino a quando non ci si rende conto della sua carenza.
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Possibile che non si possa farne a meno? Eh sì, non deve mancare. E non perché facciamo parte del gruppo emo di zaloniana memoria che non possono fare a meno di tagliarsi. Assolutamente no. Il bello, il buono e il vero (che viaggiano sempre insieme) non stanno nel litigare ma in quello che segue. Quello che davvero conta non è il male in sé di una discussione ma la possibilità di fare pace che – attenzione: qui il centro di tutto – non è mai per come vorremmo noi, ma sempre nel declinare quella formuletta iniziale di Matteo. Il bello, il buono e il vero di una discussione sta nel metter fuori quello che si ha dentro, nel ricercare quanto davvero è importante, nel dichiarare nei gesti quanto abbiamo realmente a cuore. E per essere meno criptico, passo alla categoria esempi.
Amici a me cari (e, sia chiaro, non si misura chi, in questo caso, è più o meno amico) hanno litigato e si sono tra loro allontanati. Come buon cristiano (essendo anche prete) cosa faccio? Cerco (imprudentemente, considerato che sarei più d’accordo con Pascal per il quale «…tutta l’infelicità dell’uomo viene da una sola causa: non sapersene star quieto in una stanza») di intervenire per metter pace. Me tapino!
Ad ascoltarli, tutti hanno ragione: anche se, secondo me, tutti hanno torto (ma questo, loro, almeno fino adesso, non lo sanno o non lo vogliono capire).
E come si fa in questi casi?
Se veramente si è cristiani, si ricordano due cose: primo, il Matteo dell’incipit e secondo, quel «rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori» che quotidianamente ripetiamo.
Siamo sinceri, però. Se, siamo immersi in un ambiente saturo di superbia, la nostra posizione sarà sempre quella di “è l’altro ad aver sbagliato!… mi deve chiedere scusa” e non solo non ce ne rendiamo conto, ma anche (e peggio ancora, soprattutto) non ci schiodiamo dal nostro ego ferito, tenuto ben stretto alla nostra posizione.
Il precetto iniziale del perdonare una infinità di volte, comunque, rivela tutta la sua potenza solo nel momento in cui lo si applica. Lo comprendi nel momento in cui, fidandoti, lo applichi, tassativamente.
L’applicazione del principio, però, funziona se si ha la coscienza di due elementi fondamentali. Uno: io non sono un padreterno e, quindi, posso sbagliare. Due: l’altro non è un padreterno e, quindi, può sbagliare. Ma non solo per quello che ha fatto o che avrebbe dovuto fare. Ma anche perché potrebbe – qui il punto più rischioso – farlo nuovamente.
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Perdonare, secondo la visione divina, cristiana, sta nel riconoscere che l’altro vale più di quello che ha fatto e che non mi posso fermare al male che fa. Certo – siamo pratici – ci sono alcuni che il perdono non lo vogliono e continuano a fare del male, incancreniti nella loro posizione.
E confesso che in quanto ho scritto c’è un tornaconto personale. Non posso pensare, infatti, di avere a che fare con chi non ha il desiderio di aprire il cuore dando e ricevendo perdono. Io faccio parte di quella categoria di persone che sono perdonate. So – l’ho appreso nel Vangelo – che perdono non corrisponde a “ti faccio un favore a tenerti nella cerchia dei miei conoscenti perché meriteresti di essere buttato via”. No, no. Io faccio parte di quella categoria di perdonati per i quali Qualcuno ha detto: «portate il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato. E cominciarono a far festa» (Lc 15,23-24). E per me, questa, non sarà mai la scusa per continuare a fare del male ma solo sprone a godere di una gioia che non ha prezzo.
Alcuni non riescono proprio a fare meno di lasciare andare il male ricevuto e aprire la porta al bene. Necessitano, quasi patologicamente, di ricordare il male subito. Mi sa che i veri tapini sono loro.
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stiamo vivendo un tempo di prova e di preoccupazione riguardo il presente e il futuro. Questo virus è entrato prepotentemente nella nostra quotidianità e ci ha obbligati a rivedere i tempi del lavoro, delle amicizie, delle Celebrazioni. Insomma, ha rivoluzionato tutta la nostra vita e non sappiamo fin dove ci porterà e per quanto tempo. Ci fidiamo delle indicazioni che provengono dal Governo e dagli organi sanitari preposti ma nello stesso tempo manifestiamo con la nostra fede che “il Signore ci guiderà sempre” (cfr Is 58,11).











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