Per sette ore ha suonato il pianoforte. Non per un concerto. Non per un pubblico. Non per raccogliere applausi. Ha suonato per sua moglie che stava partorendo. È accaduto all’ospedale di Oristano, dove Andrea Scano, professore di musica, ha scelto di accompagnare la nascita del figlio trasformando una sala parto in una stanza piena di note, di tenerezza, di attesa condivisa. Per sette ore la musica è diventata una carezza, il modo concreto di dire: “Sono qui. Ogni tua fatica è anche la mia”.
Questa notizia mi ha profondamente commossa. Tutti, in fondo, desideriamo un amore così: uno che non fugga davanti al dolore, che non si distragga, che non chieda di essere protagonista, ma semplicemente resti. L’amore ha mille linguaggi. A volte parla con una sonata di Chopin. Altre volte con un bicchiere d’acqua portato senza essere chiesto. Con una mano stretta nel momento della paura. Con un silenzio che vale più di cento discorsi.
L’ho pensato anche in questi giorni al mare. C’è un canale televisivo che non compare nei palinsesti e che, forse, dovremmo imparare a guardare più spesso. È il canale degli occhi. Basta sedersi qualche minuto sulla spiaggia e osservare. Ho visto coppie che probabilmente festeggiano quarant’anni, cinquanta, sessanta anni di matrimonio. Entrare lentamente in acqua tenendosi per mano, come due ragazzi. Lui aspettare lei perché il fondale è scivoloso. Lei spalmargli con cura la crema sulle spalle ormai segnate dal tempo. Lui sbucciarle una pesca e porgergliela già tagliata. Piccoli gesti. Quasi invisibili. Eppure dentro quei gesti c’è una storia intera. Ci sono le malattie attraversate insieme, i figli cresciuti, i lutti, le preoccupazioni economiche, le riconciliazioni, le promesse mantenute quando mantenerle costava fatica.
Mi sono sorpresa a guardarli con una sorta di gratitudine perché senza saperlo stavano facendo scuola. Stavano raccontando che l’amore non è quello che grida di più, ma quello che rimane. Non è quello che si mette in scena, ma quello che continua quando il sipario è già calato da tempo. Negli stessi giorni, milioni di italiani sono rimasti incollati davanti alle tre serate di Temptation Island – l’unica nota positiva è che con mio marito abbiamo potuto fare delle passeggiate bellissime quasi in solitudine perché la gente era incollata alla tv.
Ognuno è libero di scegliere cosa guardare, naturalmente. Ma non posso evitare di chiedermi: quale idea dell’amore stiamo consegnando? Quella che vive di sospetti, provocazioni, tradimenti annunciati, emozioni consumate davanti alle telecamere? O quella che cresce lentamente fino a diventare cura quotidiana? Da una parte il cuore trasformato in spettacolo; dall’altra il cuore custodito nel pudore dei gesti semplici. Certi programmi andrebbero banditi perché finiscono per trasmettere specie ai più giovani che l’amore sia soprattutto adrenalina, tentazione, possesso, ricerca continua di emozioni nuove. È una narrazione seducente, ma fragile perché le emozioni passano. La bellezza del corpo cambia. La novità si consuma. Se l’amore poggia soltanto su questo, prima o poi crolla.L’amore vero, invece, cambia volto senza perdere la sua sostanza. Ha il volto di un marito che suona il pianoforte mentre sua moglie mette al mondo il loro bambino. Ha il volto di due anziani che entrano in mare stringendosi ancora la mano. Ha il volto di chi conosce ormai ogni ruga dell’altro e continua a guardarla come fosse una scoperta. Ha il volto di chi, dopo una vita insieme, sa ancora dire “prima tu”. La fedeltà – questa sconosciuta! – non è la ripetizione stanca degli stessi gesti. È la capacità di reinventare ogni giorno il modo di volersi bene.Io, se devo scegliere un canale, scelgo questo. Quello che non fa ascolti record, che non diventa virale, che raramente conquista le prime pagine. Il canale degli occhi. Quello dove due persone continuano a entrare in mare tenendosi per mano. Perché lì, senza sceneggiature e senza telecamere, va in onda ogni giorno lo spettacolo più bello del mondo: l’amore che diventa casa.
Il Caffè sospeso...
aneddoti, riflessioni e storie di amore gratuito …quasi sempre nascoste.
Il caffè sospeso è un’antica usanza a Napoli. C’è chi dice che risale alla Seconda Guerra Mondiale per aiutare chi non poteva permettersi nemmeno un caffè al bar e c’è chi dice che nasce dalle dispute al bar tra chi dovesse pagare. Al di là delle origini, il caffè sospeso resta un gesto di gratuità. Nella nuova rubrica che apre l’anno 2024, vorrei raccontare storie o suggerire riflessioni sull’amore gratuito e disinteressato. Quello nascosto, feriale, quotidiano che nessuno racconta, che non conquisterà mai le prime pagine dei giornali ma è quell’amore che sorregge il mondo, che è capace di rivoluzionare la società dal di dentro. Buon caffè sospeso a tutti!
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