Mentre in Campania prosegue l’iter della proposta di legge regionale che intende disciplinare le modalità organizzative per l’accesso al suicidio medicalmente assistito, attualmente all’esame della Commissione Sanità del Consiglio regionale, un ospedale della stessa regione ha scelto di investire in un’altra direzione. Non una stanza dove si organizza la morte, ma una stanza dove si custodisce la vita fino al suo ultimo respiro. Si chiama “La Stanza dei Sogni”. È nata al CTO di Napoli.
Da dicembre scorso ha accolto ventitré persone nei loro ultimi giorni. Non promette guarigioni impossibili. Non allunga artificialmente la vita. Non alimenta accanimenti terapeutici. Fa quello che andrebbe sempre assicurato: impedire che qualcuno muoia da solo. Ci vuole poco per restituire umanità. Una luce diversa. Una poltrona dove un figlio possa trascorrere la notte. Un libro. Una tisana. Uno spazio dove le macchine smettano, almeno per qualche istante, di essere il centro della scena e tornino ad esserlo gli sguardi, le mani che si stringono, le parole che forse non erano mai state dette. È medicina anche questa. Anzi, è probabilmente la medicina più difficile: quella che sa riconoscere che, quando non si può più guarire, resta ancora moltissimo da curare.
Da anni il dibattito sul fine vita sembra muoversi dentro una logica quasi esclusivamente giuridica. Procedure. Requisiti. Tempi. Commissioni. Dispositivi. Tutto necessario, forse. Ma sempre più raramente ci chiediamo quale sia la domanda nascosta dietro la richiesta di morire. Perché un uomo, una donna, arriva a desiderare la morte? È sempre il dolore fisico? O molto più spesso è la paura di essere un peso, la solitudine, l’impressione di essere ormai un problema da risolvere? “La Stanza dei Sogni” sembra rispondere proprio a questa domanda perché dice semplicemente: tu non sei un peso. Noi restiamo qui con te.
È difficile non vedere il contrasto. Da una parte una Regione che discute come organizzare il percorso che conduce alla morte medicalmente assistita. Dall’altra un ospedale pubblico che organizza la vicinanza, la presenza, la tenerezza. Da una parte la preoccupazione di rendere efficiente una procedura. Dall’altra la scelta di rendere più umano un accompagnamento. La vera alternativa al suicidio assistito non è l’accanimento terapeutico, che nessuno invoca. È la cura palliativa. È la terapia del dolore. È la presenza competente di medici e infermieri. È una famiglia che possa restare accanto senza sentirsi di troppo. È una sanità che non considera concluso il proprio compito quando la guarigione non è più possibile come hanno ben ribadito in questi giorni i vescovi della Campania in una Nota in pieno accordo con il Forum delle Associazioni Familiari Campania.
Per questo la notizia del CTO interpella tutta la Regione. Se davvero vogliamo parlare di dignità, allora la prima domanda non dovrebbe essere quante procedure servano per aiutare qualcuno a morire. Dovremmo chiederci, piuttosto, perché una “Stanza dei Sogni” esista in un solo ospedale. Perché ogni reparto che accompagna pazienti nella fase terminale non abbia uno spazio simile? Perché le cure palliative continuino a essere disomogenee, spesso insufficienti e ancora troppo poco conosciute? Perché ci si affretti a discutere di come rendere accessibile la morte, mentre si procede con molta più lentezza nel garantire a tutti un accompagnamento realmente umano?
“La Stanza dei Sogni” porta un nome bellissimo perché i sogni non finiscono quando una vita volge al termine. L’ultimo sogno di ogni uomo è poter lasciare questo mondo sapendo di essere stato amato fino all’ultimo istante. Se la politica vuole davvero parlare di dignità nel fine vita, venga prima a visitare quella stanza del CTO. Scoprirà che esiste una risposta infinitamente più umana della scorciatoia legislativa: prendersi cura. Sempre. Fino alla fine.
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Il caffè sospeso è un’antica usanza a Napoli. C’è chi dice che risale alla Seconda Guerra Mondiale per aiutare chi non poteva permettersi nemmeno un caffè al bar e c’è chi dice che nasce dalle dispute al bar tra chi dovesse pagare. Al di là delle origini, il caffè sospeso resta un gesto di gratuità. Nella nuova rubrica che apre l’anno 2024, vorrei raccontare storie o suggerire riflessioni sull’amore gratuito e disinteressato. Quello nascosto, feriale, quotidiano che nessuno racconta, che non conquisterà mai le prime pagine dei giornali ma è quell’amore che sorregge il mondo, che è capace di rivoluzionare la società dal di dentro. Buon caffè sospeso a tutti!
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1 risposta su “In Campania la stanza che smentisce il suicidio assistito”
Chi ha avuto come me un famigliare in un Hospice dell’Emila sa
bene di cosa si tratta. E’ un presidio fondamentale. Però costa alla comunità perché ci vogliono la struttura adatta con camera singola con bagno e il letto per il famigliare, gli infermieri preparati e con i turni h24, il medico, il palliativista, lo psicologo, le persone per la pulizia, gli amministrativi….Il cittadino che paga le tasse in una nazione civile e avanzata ha diritto a terminare la vita terrena in questi luoghi e in questo modo. Chi vuole il suicidio assistito e l’eutanasia sono gli stessi che vogliono l’aborto sempre e per tutte e questo dovrebbe interrogare le persone, soprattutto i cristiani, per “combattere la buona battaglia”.