Ogni volta che si riapre il dibattito sul suicidio medicalmente assistito penso che ci sia un grande paradosso: da una parte corriamo veloci nel cercare nuove procedure per dare la morte, dall’altra siamo lenti nel costruire luoghi, relazioni e percorsi che aiutino a vivere. Dal mondo delle associazioni arriva una presa di posizione significativa. A parlare è il Prof. Aldo Bova, presidente nazionale del Forum delle Associazioni Sociosanitarie, una rete che raccoglie quindici associazioni nazionali del mondo cristiano, cinque Forum regionali e circa 220 realtà territoriali impegnate ogni giorno accanto alle persone più fragili.
Bova parte da un dato giuridico preciso. «A proposito del rincorrersi fra Regioni nel preparare leggi regionali sul suicidio medicalmente assistito – afferma – teniamo a sottolineare che la Corte Costituzionale con la sentenza n. 148 del 2026 ha stabilito che le leggi regionali sul suicidio medicalmente assistito non sono suppletive di una legge statale». È una precisazione importante, perché ricorda che la materia non può essere affrontata come se ogni Regione potesse costruire autonomamente il proprio modello.
Ma è soprattutto il giudizio politico e culturale ad aprire una riflessione più ampia. «Questo rincorrersi delle Regioni per legiferare sul suicidio medicalmente assistito è inopportuno e fuori luogo», osserva Bova. Un’espressione forte, che invita a domandarsi quali siano oggi le vere priorità di una comunità. La Campania ha davvero bisogno di accelerare su una legge che riguarda una casistica limitata e già delimitata dalla Corte costituzionale? Oppure dovrebbe concentrare le proprie energie sulle tante fragilità che ogni giorno attraversano il territorio?
Il presidente del Forum invita ad avere uno sguardo sulla persona che non cambia neppure quando arrivano la malattia, la disabilità, la dipendenza dagli altri perché «la vita è un bene meraviglioso, da riconoscere, promuovere e tutelare sempre, anche in considerazione della dignità della vita che è presente e rimane sempre». Bova aggiunge un’altra osservazione di straordinaria attualità: «Nella nostra epoca, grazie a Dio, la vita si allunga e con questo aumentano molto i fragili e i soli. La solitudine e la fragilità aumentano notevolmente». È forse questa la frase che dovrebbe orientare il dibattito pubblico.
Il problema del nostro tempo non è soltanto il dolore. È la solitudine. È il sentirsi un peso. È la paura di non avere più nessuno accanto. Ed è proprio qui che il presidente del Forum indica una strada molto concreta. «La comunità locale, con le sue persone, con le sue strutture sanitarie territoriali, con le sue realtà territoriali del mondo cristiano, le parrocchie, e con l’Ente Regione deve farsi carico di accompagnare e sostenere le persone fragili e le persone sole». Non propone semplicemente un “no”. Il Forum delle Associazioni socio-sanitarie propone una responsabilità condivisa.
Anzi, va ancora oltre. Avverte che «proprio stando in condizioni di debolezza, lasciate a se stesse, possono portarsi verso condizioni di sofferenze fisiche e psichiche notevoli, da evitare». È un passaggio decisivo. Significa riconoscere che molte sofferenze possono essere prevenute se una comunità sceglie di non abbandonare i più deboli. Dunque, prima ancora di discutere come accompagnare una richiesta di suicidio medicalmente assistito, siamo sicuri di aver fatto tutto il possibile perché quella richiesta non nascesse? Abbiamo investito abbastanza nelle cure palliative? Nell’assistenza domiciliare? Nel sostegno ai caregiver? Nella medicina territoriale? Nella lotta alla solitudine degli anziani? Nella presenza accanto ai malati cronici? Sono interrogativi che non possono essere liquidati come argomenti confessionali. Sono domande di civiltà.
In questi giorni raccontavamo l’esperienza della “Stanza dei Sogni” inaugurata al CTO di Napoli, uno spazio pensato per accompagnare con umanità chi vive la malattia e la fragilità. Ecco la differenza. Da una parte si discute di procedure; dall’altra si costruiscono luoghi di prossimità. Da una parte il rischio è quello di considerare inevitabile la disperazione; dall’altra si sceglie di rispondervi con la relazione, con la cura, con la presenza. Ed è questa la sfida che attende la Campania.
Non essere la Regione che arriva tra le prime ad approvare una legge sul suicidio medicalmente assistito, ma quella che arriva prima nel non lasciare mai nessuno solo. Una comunità davvero umana non si misura dalla velocità con cui disciplina la morte, ma dalla creatività con cui custodisce la vita, soprattutto quando è più fragile, più dipendente e più bisognosa di essere amata.
Il Caffè sospeso...
aneddoti, riflessioni e storie di amore gratuito …quasi sempre nascoste.
Il caffè sospeso è un’antica usanza a Napoli. C’è chi dice che risale alla Seconda Guerra Mondiale per aiutare chi non poteva permettersi nemmeno un caffè al bar e c’è chi dice che nasce dalle dispute al bar tra chi dovesse pagare. Al di là delle origini, il caffè sospeso resta un gesto di gratuità. Nella nuova rubrica che apre l’anno 2024, vorrei raccontare storie o suggerire riflessioni sull’amore gratuito e disinteressato. Quello nascosto, feriale, quotidiano che nessuno racconta, che non conquisterà mai le prime pagine dei giornali ma è quell’amore che sorregge il mondo, che è capace di rivoluzionare la società dal di dentro. Buon caffè sospeso a tutti!
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