6 Agosto 2026

La strage di Ceuta, quella parola che nessuno osa pronunciare

Perché nessuno la chiama strage? Perché le prime pagine non aprono con quel titolo che abbiamo letto tante altre volte davanti a tragedie diverse? Perché non ci sono gli speciali televisivi, le dirette interminabili, i volti, i nomi, le storie raccontate una ad una? Ottantaquattro giovani marocchini sono morti a Ceuta. Ottantaquattro ragazzi dai 16 ai 20 anni o poco più. Corpi uno accanto all’altro, raccolti in un obitorio che non riesce quasi più a contenerli. Ottantaquattro famiglie che aspettano una telefonata che nessuna madre dovrebbe ricevere. Eppure continuiamo a parlare di “incidente”, di “tragedia dell’immigrazione”, di “dramma al confine”, di “accordi internazionali”. Parole che sembrano fatte apposta per allontanare il dolore, per renderlo anonimo. Se fossero stati ottantaquattro ragazzi europei, avremmo esitato a parlare di strage? I loro amici connazionali sbarcati hanno cominciato a comportarsi da barbari, cinquantamila persone giunte a Ceuta. Ci pensate? Tutte rispedite a casa. Tranne i morti.

Io, se potessi, partirei per Ceuta. Non per fare la giornalista. Non per cercare dichiarazioni o immagini esclusive. Partirei da madre. Vorrei entrare in quell’obitorio dove sono allineate le salme di quei ragazzi. Vorrei portare un fiore a ciascuno di loro. Vorrei accarezzare quei volti che forse nessuno accarezzerà più prima della sepoltura. Vorrei dare a ciascuno il bacio che le loro madri, troppo lontane, non potranno dare. Li guarderei uno ad uno. E direi loro che erano preziosi.

Direi loro che erano amati, anche se forse non lo hanno creduto abbastanza. Direi loro che avevano diritto a sognare una vita migliore, perché nessuno può condannare un giovane che desidera lavoro, dignità e futuro. Direi che sono stati infinitamente coraggiosi ma anche infinitamente ingenui perché qualcuno li ha convinti che la libertà fosse oltre una barriera. Che bastasse superare un confine per trovare la felicità. Che l’Europa fosse il luogo dove ogni sofferenza finisce e ogni desiderio si realizza.

Hanno creduto a quel racconto. Lo hanno pagato con la vita. Ogni trafficante di esseri umani vive di questa menzogna. Ma essa continua ad essere alimentata anche da chi, comodamente seduto nei palazzi della politica o negli studi televisivi, descrive l’Occidente come un approdo garantito, quasi un paradiso terrestre. Nessuno racconta abbastanza il prezzo, i fallimenti, gli sfruttamenti, le umiliazioni, i corpi che il mare restituisce o che i confini inghiottono. Il sogno è diventato un mercato. E quei ragazzi ne sono stati le vittime.

Mi domando cosa stiano vivendo, in queste ore, le loro madri. Forse qualcuna continua a sperare che ci sia stato un errore. Forse qualcuna stringe ancora il telefono aspettando una chiamata. Forse qualcuna sta ripensando all’ultimo abbraccio, all’ultimo piatto preparato prima della partenza, alle raccomandazioni dette piangendo. Una madre non smette mai di aspettare un figlio. Neppure quando sa che non tornerà. Ed è forse questo che più mi ferisce: quei ragazzi rischiano di diventare numeri. Ottantaquattro. Dietro ciascuno c’era un nome, un sorriso, una fidanzata, un fratello minore, un padre che aveva venduto qualcosa per pagare il viaggio, una madre che aveva cucito in fretta una camicia nella speranza di rivederla sporca di lavoro e non di morte.

Per questo continuo a chiedermi perché nessuno abbia avuto il coraggio di scrivere quella parola. Strage. Come quella di Crans Montana. Una strage non cambia colore della pelle. Non cambia nazionalità. Non cambia religione. Una strage è una strage quando decine di giovani perdono la vita insieme. E noi abbiamo il dovere di piangerli tutti allo stesso modo perché ogni volta che scegliamo parole diverse per morti diverse, stiamo già dicendo che esistono vite che pesano meno di altre. E questa, forse, è la ferita più profonda.



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Giovanna Abbagnara

Giovanna Abbagnara, è sposata con Gerardo dal 1999 e ha un figlio, Luca. Giornalista e scrittrice, dal 2008 è direttore responsabile di Punto Famiglia, rivista di tematiche familiari. Con Editrice Punto Famiglia ha pubblicato: Il mio Giubileo della Misericordia. (2016), Benvenuti a Casa Martin (2017), Abbiamo visto la Mamma del Cielo (2016), Il mio presepe in famiglia (2017), #Trova la perla preziosa (2018), Vivere la Prima Eucaristia in famiglia (2018), La Prima Comunione di nostro figlio (2018), Voi siete l'adesso di Dio (2019), Ai piedi del suo Amore (2020), Le avventure di Emanuele e del suo amico Gesù (2020), In vacanza con Dio (2022).

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