Perché oggi le coppie scoppiano (e come smettere di fuggire)

Lo sappiamo: oggi ci si sposa sempre meno e si divorzia sempre prima. La vita a due non è una passeggiata e, non appena si assopiscono le famose “farfalle nello stomaco”, la tentazione di chiamare l’avvocato si fa strada come l’unica via d’uscita logica e rassicurante. Quando la coppia entra in crisi si viene risucchiati in un vortice di rancori, litigi e recriminazioni, seguendo un copione che sembra inesorabilmente già scritto verso un finale tristemente noto. Ma esiste un modo nuovo, e persino sano, di stare nella tempesta senza fuggire? Una crisi può davvero rivelarsi un’opportunità o addirittura una benedizione? È da queste domande provocatorie che nasce “Le notti dell’amore. Come affrontare le crisi di coppia alla luce del Cantico dei Cantici” (Editrice Punto Famiglia, 2017), un saggio che rilegge le fratture coniugali attraverso uno dei testi più intensi delle Sacre Scritture. Ne parliamo con l’autore, don Silvio Longobardi, per capire cosa si è inceppato nelle relazioni moderne e perché l’ostinazione di restare è la vera, grande trasgressione di oggi.

Don Silvio, oggi si crede che l’amore debba essere tutto spontaneo, romantico. Se si fatica, significa che “non è più destino”. Quanto ci ha intossicato questa visione da fiaba?

«Ci ha intossicati al punto da renderci incapaci di amare sul serio. Nel mio percorso di tanti anni di accompagnamento agli sposi mi sono trovato spesso a dover smontare questa idea celestiale dell’amore terreno che priva la coppia di ogni stimolo a crescere. Quando si è giovani si pensa che l’amore sia come una barca che solca le onde a vele spiegate, sembra quasi impossibile che a causa della mancanza di vento lo slancio affettivo possa attenuarsi. È vero che non mancano in questa età le esperienze dolorose e le crisi, talvolta drammatiche. Ma rimane una sostanziale ingenuità. Man mano che si avanza nella vita, si scopre invece che l’amore è una dolorosa conquista.

L’innamoramento iniziale è solo una scintilla emotiva; amare non significa possedere l’altro o galleggiare sui sentimenti, ma incamminarsi su una strada irta di ostacoli, imparando a morire a se stessi. I giovani oggi scappano perché non hanno nessuno che gli dica la verità: la crisi, il dolore e la fatica non sono anomalie, ma passaggi obbligati per far maturare un amore solido».

Spesso i matrimoni non esplodono per grandi tradimenti, ma muoiono di noia. Si vive sotto lo stesso tetto, ma distanti anni luce. Cosa trasforma due innamorati in coinquilini?

«Il nostro inguaribile e ostinato individualismo. Abbiamo trasformato il matrimonio in una sorta di condominio. Si condividono le spese e si rispettano delle regole comuni, ma il cuore non è coinvolto. Ci si sposa ma si resta culturalmente single, pretendendo di imporre i propri schemi e rifiutando di farsi scomodare dalle esigenze dell’altro. È il trionfo dell’ego! La vera rivoluzione coniugale, invece, consiste nello smettere di pensarsi come creature solitarie e iniziare a pensare per due, mettendo il “noi” al di sopra dell’istintivo “io”. Non bisogna dimenticare che il noi coniugale vale più dell’io perché nel noi autentico c’è anche l’io e il tu. Il primato del noi non soffoca la dignità della persona perché in realtà esso educa ciascuno degli sposi a fare attenzione all’altro nella sua irripetibile singolarità. 

Il legame amoroso non è solo un’aggiunta, per quanto significativa e decisiva, che lascia sostanzialmente intatta la persona, ma genera una reale rifondazione della persona. L’essere in due comporta una vera rivoluzione nel modo di pensare e di vivere. Quando ci si rifiuta di fare questo passo, l’abitudine diventa un cancro silenzioso che divora la coppia dall’interno, e l’altro diventa uno sconosciuto».

Ma perché anche le coppie che sembrano partire con le migliori intenzioni rischiano di naufragare?

I dubbi, le stanchezze, le incomprensioni poco alla volta finiscono per dissolvere l’amore: lo slancio iniziale viene raffreddato, la gioia dello stare insieme viene offuscata dai sospetti, il dialogo diventa progressivamente più difficile e limitato alle cose più banali, l’impegno della comunione cede spazi sempre più ampi alle esigenze individuali. Poco alla volta il legame perde la sua compattezza, emergono delle crepe, l’amore assume sempre più una forma condominiale, quasi senza accorgersene gli sposi entrano nella categoria degli ex-innamorati. Spesso, presi da mille occupazioni e preoccupazioni, gli sposi non si rendono conto di questa sottile frattura che si è creata fra di loro e perciò non si impegnano neppure per risanarla. Certo, avvertono la stanchezza ma tutto sommato sembra a loro un fatto fisiologico. 

E poi, non dimentichiamolo, molto spesso mancano le energie per affrontare la  questione; né c’è qualcuno che interviene con autorità per sollecitare una verifica seria del cammino e una decisa inversione di tendenza. E così accade che quando gli sposi prendono coscienza della frattura che si è creata fra di loro, o quando trovano la forza di guardarla senza ambiguità, o sono costretti a farlo dalle circostanze, la spaccatura è cresciuta fino a porli come su due sponde di un fiume, distanti e incomunicabili fra loro.

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Di fronte al partner che sbaglia o che si chiude, la reazione istintiva è il taglio netto. “Ho diritto a essere felice”. Non è così?

«Oggi sembra naturale, quasi ovvio, che se uno degli sposi viene meno agli impegni coniugali, anche l’altro si senta libero di spezzare o comunque di non coltivare più l’esile filo della comunione. In questi casi tutto viene rimesso in discussione, vi è il rischio di buttare a mare, insieme agli inevitabili errori commessi, anche la bellezza e la sincerità dell’amore. Le tempeste sono inevitabili. Quando arrivano occorre domandarsi: cosa ci ha spinto a stare insieme e a legarci con un patto che ha il sapore della definitività? Possibile che tutto questo sia solo frutto di un’illusione del cuore? 

Nel Cantico dei Cantici, quando l’amato scompare, la donna non si arrende: esce nella notte, affronta le guardie, si fa persino percuotere pur di ritrovarlo. Noi oggi, al contrario, se il partner ci delude, scartiamo la relazione. La virtù più trasgressiva e dimenticata che propongo di recuperare è la pazienza: la nuda virtù del tempo. E badate bene, avere pazienza non è subire passivamente come delle vittime, ma saper attendere che l’altro ritrovi se stesso, rinunciando alla vendetta. La pazienza è l’unica via che permette di guardare con fiducia al domani. È il coraggio di usare il perdono per sanare le ferite, ricordandosi che l’amore nuziale non si fonda sull’assenza di errori, ma sulla disponibilità a farsi carico della debolezza altrui».

Il “per sempre” oggi è visto come una prigione, un ergastolo innaturale. Ma ha davvero senso promettere fedeltà “tutti i giorni della vita” in un’epoca come la nostra?

«È la mentalità mondana a farci credere che la reversibilità sia libertà. Legarsi a tempo determinato significa non amare affatto. L’amore autentico ha in sé un istintivo anelito di eternità, è una fiamma divina “forte come la morte”, dice il Cantico, capace di resistere all’assalto distruttivo delle “grandi acque”, cioè delle tempeste della vita. Amore e fedeltà sono le coordinate essenziali dell’alleanza; e l’amore, come la fede, è per sua natura segnato dalla totalità, cioè dalla disponibilità a dare tutto. 

Chiedere di essere posti “come sigillo sul cuore” non vuol dire mettersi una catena, ma mettere l’amore al riparo dalla volubilità dei nostri umori. Promettere “per sempre” è l’unica garanzia che permette a due persone di affrontare insieme la vita, trasformando la passione degli inizi in una tenerezza indistruttibile».

In questo scenario disastroso, dove l’io trionfa e le separazioni fioccano, la psicologia o la buona volontà possono salvare le coppie?

«Possono aiutare, ma non bastano. Voler costruire e salvare l’amore senza l’aiuto di Dio è come voler appendere un quadro ad un chiodo dipinto sul muro. La nostra umana volontà è una cisterna crepata che perde acqua da tutte le parti. L’amore coniugale è un mistero che nasce da Dio, e senza di Lui ogni nostro sforzo va a sbattere irrimediabilmente contro lo scoglio dell’egoismo. Per resistere alle fatiche, gli sposi devono farsi umili mendicanti e chiedere allo Spirito Santo quell’energia agapica necessaria per imparare la logica della Croce: accettare di morire a se stessi perché la coppia possa risorgere. Non parliamo di romanticismo, ma di sudore e Grazia».




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1 risposta su “Perché oggi le coppie scoppiano (e come smettere di fuggire)”

E’ vero. Chiedere o pretendere al/alla coniuge di esaudire la nostra felicità è il naufragio del matrimonio e dei figli, che accettano più volentieri genitori che litigano e urlano piuttosto che genitori che si separano. Bisogna anche dire che la separazione non è il divorzio e che con la separazione i coniugi sono ancora sposati anche per la legge. Lo psicologo e il terapeuta di coppia devono lavorare per la riunione. Come diceva Papa Francesco bisogna insegnare ai coniugi di fare pace entro sera…..perchè altrimenti dal giorno dopo comincia la “guerra fredda”.

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