CORRISPONDENZA FAMILIARE
Buon viaggio Francesco. Sì, la vita continua…
10 Agosto 2026
Foto derivata da: Francesco Guccini — foto di directorvale, via Wikimedia Commons, licenza Creative Commons Attribution 2.0 (CC BY 2.0).
È la festa mariana più antica quella che ci apprestiamo a celebrare il 15 agosto, giorno del dies natalis della Vergine Maria. La data è stata scelta perché in quel giorno, dopo la libertà di culto concessa dall’imperatore Costantino, la comunità cristiana di Gerusalemme si radunava nella chiesa posta sul Monte degli Ulivi, presso il Getsemani, dove la tradizione aveva individuato il luogo della dormitio Mariae, quello in cui la Santa Vergine ha chiuso gli occhi alla vita terrena.
Di Silvio Longobardi
Fin dall’inizio i cristiani hanno creduto che Colei che aveva portato in grembo la carne del Figlio di Dio non poteva essere soggetta alla corruzione della carne. Per una grazia speciale è stata sottratta al naturale destino che riguarda ogni essere umano, quello che la Bibbia ricorda con parole severe: “polvere tu sei e in polvere ritornerai!” (Gen 3,19). Come il Figlio, dopo la morte “non fu abbandonato negli inferi, né la sua carne subì la corruzione” (At 2,31), così anche la Madre. Un mistero, certo. Ma anche una verità che getta luce su tutta la vicenda umana e apre orizzonti insondabili alla ragione ma non al cuore perché, come diceva saggiamente Blaise Pascal, “il cuore ha delle ragioni che la ragione non conosce”.
Maria è una creatura, appartiene alla condizione umana. Tutto quello che diciamo di Lei ha una immediata ricaduta su quello che diciamo di noi. In Lei si svela il mistero che Dio ha nascosto nella nostra fragile umanità. I Padri del Concilio hanno scritto che la Vergine di Nazaret “brilla quaggiù come segno di sicura speranza e consolazione per il popolo di Dio che è in cammino” (Lumen gentium, 68).
Tra le domande fondamentali che accompagnano l’esistenza, due sono improrogabili: da dove vengo e dove vado? L’origine prima e la destinazione ultima. Due interrogativi che s’intrecciano e spesso sono intimamente legati. Sono domande che hanno a che fare con l’identità dell’uomo. Quando parliamo dell’origine vogliamo sapere perché siamo al mondo, siamo nati per caso oppure qualcuno ci ha voluti. Quando ci riferiamo alla meta ultima del nostro esistere vogliamo capire se siamo soltanto materiale biologico pensante destinato a dissolversi nel nulla oppure se siamo qualcosa di più, se resta qualcosa di noi.
“Buon viaggio”, ha detto Teresa Guccini, in una commovente testimonianza in memoria del papà Francesco, morto lo scorso 6 agosto. Un augurio che ha senso e valore solo se pensiamo e crediamo che ci sia un oltre. Altrimenti, dovremmo prosaicamente dire: “Il viaggio è finito”. Una parola che nessuno pronuncia, anche quelli che fanno professione di ateismo. Le parole della donna non sono una pietosa bugia ma esprimono fedelmente quell’anelito di infinito che accompagna, anche se nascosto, l’avventura di ogni essere umano.
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In un romanzo di Paolo di Paolo – Mandami tanta vita (2013) – c’è una domanda che emerge all’improvviso ma che in realtà è sottesa a tutta la narrazione: “le idee, almeno le idee, ci sopravvivono?”. L’uomo non può accettare l’idea che tutto finisce con la morte e cerca sempre di attraversare quel muro granitico che s’innalza dinanzi a noi, talvolta all’improvviso, e ci impedisce di andare oltre. La ragione non può guardare oltre quel muro ma pone le domande che ci obbligano a cercare, senza arrenderci all’evidenza.
Non è ragionevole bypassare queste domande, anche se sono scomode, non possiamo lasciarle nel cassetto, pensando di poter fare a meno di trovare una risposta. La coscienza del destino ultimo cambia radicalmente il nostro approccio alla vita. La fede accetta la sfida della ragione ed offre una risposta che, se non può essere indagata dalla sola ragione, appare pur sempre la cosa più ragionevole che l’uomo possa fare perché risponde e corrisponde ad un anelito del cuore che è parte integrante della nostra natura.
Il rapporto tra fede e ragione è uno dei grandi temi della ricerca teologica di Joseph Ratzinger. Un tema che attraversa anche il suo magistero pontificio:
“I grandi successi della tecnica e della scienza, che hanno notevolmente migliorato la condizione dell’umanità, lasciano però senza soluzione i quesiti più profondi dell’animo umano. Solo l’apertura al mistero di Dio, che è Amore, può colmare la sete di verità e di felicità del nostro cuore; solo la prospettiva dell’eternità può dare valore autentico agli eventi storici e soprattutto al mistero della fragilità umana, della sofferenza e della morte” (Benedetto XVI, 16 agosto 2006).
La fede c’invita a guardare a Maria di Nazaret con la certezza che nella sua vita troviamo la risposta a tutte le grandi questioni che accompagnano l’esistenza dell’uomo sulla terra. Il mistero dell’Assunzione appartiene a questa categoria. Questa luce riguarda anche noi perché svela il destino di gloria al quale Dio chiama ogni creatura e, in particolare, coloro che sono rinati a vita nuova per mezzo del battesimo.
L’Assunzione ricorda che c’è un oltre. La morte non è il muro invalicabile. In quel muro Gesù ha aperto una breccia, Lui vi è entrato per primo e vi entrano tutti coloro che lo seguono. Nell’umanità vi sono due categorie: quelli che vivono come se non dovessero mai morire e credono di poter gestire la propria vita sempre e in ogni caso; e quelli che non danno abbastanza valore alla vita e finiscono per sciuparla nella banalità. Sapere che c’è un destino di gloria invita a vivere con una coscienza più acuta di responsabilità.
La vita è un pellegrinaggio che ha come suo punto di arrivo un futuro pieno di luce. Come una luce all’orizzonte, la Vergine Assunta ricorda il punto omega dell’umana avventura: non il mantello della morte che tutto ricopre e nasconde, ma lo splendore della luce che tutto vivifica.
L’immagine del sole che s’immerge nel mare richiama la morte, la luce si spegne poco alla volta fino a scomparire. Lo splendore del creato è nascosto ai nostri occhi, le tenebre avvolgono ogni cosa nel mantello dell’oscurità. L’Assunzione invece ci invita a contemplare il sole che esce dal mare, e risplende di nuovo di luce intensissima. Morte e vita si sono incontrate, si sono guardate negli occhi. La morte appare vincitrice, il corpo di Maria si addormenta, la vita sembra annientata, seguendo così il destino comune ad ogni uomo. È solo un attimo, un tempo breve, la vita di Colei che ha generato la Vita non poteva essere annientata, risorge subito e risplende in tutta la sua pienezza. Il giorno della morte diventa così il giorno della resurrezione gloriosa.
L’Assunzione di Maria è un annuncio di ciò che siamo, di quella gloria nascosta nella carne che un giorno sarà pienamente manifesta. È invito a non sciupar questi giorni terreni nella stupida rincorsa di beni effimeri. Solo chi cerca l’eternità dà valore al tempo, solo chi cerca ciò che è duraturo può valorizzare quello che passa.
Guardando l’Assunta in Cielo comprendiamo meglio che la nostra vita di ogni giorno, pur segnata da prove e difficoltà, scorre come un fiume verso il mare, verso la pienezza della gioia e della pace. Il nostro morire non è la fine ma l’ingresso nella vita che non conosce la morte. Il nostro tramontare all’orizzonte di questo mondo è un risorgere all’aurora del mondo nuovo.
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stiamo vivendo un tempo di prova e di preoccupazione riguardo il presente e il futuro. Questo virus è entrato prepotentemente nella nostra quotidianità e ci ha obbligati a rivedere i tempi del lavoro, delle amicizie, delle Celebrazioni. Insomma, ha rivoluzionato tutta la nostra vita e non sappiamo fin dove ci porterà e per quanto tempo. Ci fidiamo delle indicazioni che provengono dal Governo e dagli organi sanitari preposti ma nello stesso tempo manifestiamo con la nostra fede che “il Signore ci guiderà sempre” (cfr Is 58,11).


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