Era un giorno di festa, e mi dissero che non c’eri più. Quando muore un’amica

È stato uno dei momenti più difficili della mia vita, ma ho scelto di condividerlo perché credo di non essere l’unica ad aver dovuto affrontare la perdita e il funerale di una cara amica e incrociare lo sguardo dei suoi genitori. Non entrerò nei dettagli, per rispetto della famiglia. Non farò nomi, né indicherò luoghi o date. La racconto perché sono convinta che, proprio in questo momento, ci siano persone alle prese con l’elaborazione di un lutto e che abbiano bisogno di sapere di non essere sole. Di sentire che qualcun altro ha attraversato lo stesso smarrimento, le stesse domande, lo stesso vuoto e quel doloroso senso di impotenza che sembra togliere il respiro.

È una mattina di festa quando, aprendo il cellulare, leggo il messaggio. Da quell’istante, della festa non rimane più nulla.

A dirmi che Gloria – un nome di fantasia – non c’è più è un’amica comune. Cerca le parole più delicate, ma nessuna parola può rendere meno crudele la morte di una ragazza che non ha ancora compiuto trent’anni.

In quel momento mi manca il respiro. Il corpo si irrigidisce. È quasi ora di pranzo, ma non ho più fame. Tutto dentro di me si ribella a quella notizia.

Quando riesco a ritrovare un po’ di lucidità, il pensiero corre subito a loro. Ai suoi genitori.

Li conosco da tanti anni. I ricordi delle gite trascorse insieme, delle risate, dei dolci preparati in casa riaffiorano uno dopo l’altro, ma hanno improvvisamente un sapore diverso, più amaro.

In camera ardente c’è una fila lunghissima di persone venute a salutarli. Talmente lunga che i parenti e gli amici dei defunti nella sala accanto commentano: “Mi sa che di là è successa una tragedia. Mi sa che era tanto giovane”.

E sì, Gloria era giovane. Ma era anche una persona straordinaria. Metteva anima e cuore in tutto ciò che faceva, e aveva il raro dono di far sentire ogni persona importante. Era difficile non volerle bene.

Poi arriva il momento che temevo di più.

Il mio sguardo incontra quello di sua madre.

È talmente stravolta dal dolore che, per un attimo, non mi riconosce. La stringo in un abbraccio. Solo allora il mio volto ritrova un nome nella sua memoria.

“Oh… sei tu. Che bello vederti. Ma non qui… non dovevamo vederci qui…”.

Quelle parole mi attraversano come un coltello. Racchiudono tutta l’assurdità di quel momento, il dolore di una madre che nessuno dovrebbe mai conoscere.

Mi avvicino a Gloria.

La guardo e il cuore si stringe. Nella mia mente risento la sua voce, rivedo il suo sorriso, il suo modo di esserci. È impossibile pensare che tutto questo possa essere finito.

No, non credo che l’amore finisca con la morte. Credo che la vita si trasformi, che continui in un modo che spesso non riusciamo a comprendere.

Dentro di me le rivolgo una preghiera silenziosa: “Gloria, tu ci sei ancora. Aiutaci a trovare la forza di attraversare questo dolore. Aiuta chi ti ha amata a custodire il tuo sorriso e a continuare a vivere anche quando sembra impossibile farlo”.

Al funerale, la folla è incontenibile e mentre il coro accompagna l’anima di Gloria in cielo, non riesco a non pensare che un giorno in quel coro c’era lei. Quanti canti, quanti sorrisi, quanti bambini accompagnati da Gesù in quella chiesa. 

No, non può finire qui. Non è possibile che la morte abbia vinto. 

“Gesù, non capisco, ma nemmeno tu hai voluto capire subito, davanti alla tomba di Lazzaro. Prima di riportarlo in vita, ha voluto piangere per lui”. 

Le mie lacrime scorrevano, copiose. E in quelle lacrime ritrovavo il bene che le avevo voluto. E le lasciavo andare: doveva essere così.

Ad oggi, sono passati mesi da quel giorno.

Nel cellulare, ho ancora i suoi messaggi vocali. Li custodisco, gelosamente. Perché voglio poter sentire la sua voce in qualsiasi momento. 

Dolore e speranza, adesso, vanno a braccetto: e quando ripenso a Gloria, nella quiete della sera o nel silenzio dell’alba, sento forte dentro di me la potenza della Resurrezione.

So che ci sei, Gloria. Non nel prato, non nel sole, non nel vento. Tu sei nell’abbraccio di Dio.

E quando ricevo l’Eucaristia, spesso ti penso. So che Gesù, che unisce cielo e terra, oggi unisce anche noi, me e te, te e i tuoi genitori. Chi vive da pellegrino e chi ha raggiunto la meta.

Ci rincontreremo: la speranza diventa certezza quando prego per te.

Però tu, Gloria, nel frattempo, non smettere di cantare, non smettere di ridere.

Non dimenticarti di noi.

Io, non ti dimenticherò mai.

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Cecilia Galatolo

Cecilia Galatolo, nata ad Ancona il 17 aprile 1992, è sposata e madre di due bambini. Collabora con l'editore Mimep Docete. È autrice di vari libri, tra cui "Sei nato originale non vivere da fotocopia" (dedicato al Beato Carlo Acutis). In particolare, si occupa di raccontare attraverso dei romanzi le storie dei santi. L'ultimo è "Amando scoprirai la tua strada", in cui emerge la storia della futura beata Sandra Sabattini. Ricercatrice per il gruppo di ricerca internazionale Family and Media, collabora anche con il settimanale della Diocesi di Jesi, col portale Korazym e Radio Giovani Arcobaleno. Attualmente cura per Punto Famiglia una rubrica sulla sessualità innestata nella vocazione cristiana del matrimonio.

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