MATRIMONIO CRISTIANO

Perché sposarsi in Cristo? La storia di Antonio e Raffaella

Antonio e Raffaella vivono a Novara, hanno entrambi 52 anni e sono sposati da 27 anni. La loro storia insegna ai giovani l’arte della pazienza e la cura della relazione coniugale. L’amore non si improvvisa, si costruisce; non si subisce, si mette in atto. Ho avuto il piacere di ascoltare la loro testimonianza durante un ritiro sul tema della famiglia, organizzato da Feder Vita Piemonte, a cavallo tra maggio e giugno scorsi. Da qui è nata l’idea di un’intervista: volevo condividere con i lettori di Punto Famiglia la bellezza che mi avevano trasmesso e che era stata donata a tanti giovani presenti in quei giorni. Tra gli spunti offerti, anche delle riflessioni sulla castità prematrimoniale.

Come avere deciso di sposarvi e perché? Come è iniziato tutto?

Antonio e Raffaella: La nostra storia è iniziata in modo un po’ bizzarro, potremmo dire a due velocità, quasi al termine del nostro percorso di studi all’Università. Avevamo entrambi 23 anni e frequentavamo la Facoltà di Lettere e Filosofia presso l’Università Cattolica di Milano. Raffaella aveva preso l’indirizzo in Storia contemporanea a Lettere moderne, mentre Antonio studiava Filosofia. Avevamo frequentato parecchi corsi comuni della facoltà, ma senza mai incontrarci. Raffaella frequentava in quei mesi il corso di Storia contemporanea perché volveva scrivere la tesi in quella disciplina, Antonio per avere gli insegnamenti necessari per avere l’abilitazione in storia e filosofia per i Licei.

Raffaella: Galeotto fu un seminario sugli anni Settanta in Italia, organizzato dal nostro professore di Storia Contemporanea. In quella circostanza, fummo divisi in gruppi di studio e ci trovammo a lavorare insieme. Antonio si prese una cotta pazzesca e, un po’ goffamente, tra una lezione e l’altra, si dichiarò. Io non provavo assolutamente nulla e gli dissi seccamente che non avevo alcuna intenzione di iniziare una storia con lui. Antonio però non si perse d’animo e con una semplicità disarmante mi chiese circa un mese dopo di dargli almeno la possibilità di conoscermi meglio. Da lì, poi è nato tutto…

Antonio: Nonostante la forte infatuazione che, almeno da parte mia, segnava l’esordio della relazione con Raffaella, il nostro rapporto non fu improntato alla sola emotività. Abbiamo costruito un legame che ci ha permesso di condividere le esperienze di fede, i valori, i fini a cui dedicare le nostre vite. Sono stati importanti anche i momenti in cui l’uno ha fatto conoscere all’altro persone adulte particolarmente significative per la propria vita. Alcune di esse, anche negli anni a venire, sono state un sostegno prezioso alla nostra relazione. Il fatto che godessero della fiducia di entrambi ha permesso loro di aiutarci molto, con consigli, suggerimenti, anche con qualche provvidenziale correzione

Finita l’università vivevamo già entrambi fuori casa (io a Milano, Raffaella a Novara). Quindi abbiamo pensato che una volta trovato un lavoro sufficientemente stabile, avremmo potuto prendere insieme una decisione definitiva. Pochi mesi dopo che Raffaella ottenne il posto di insegnante alla scuola primaria, le ho chiesto di sposarmi.

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Matrimonio sacramento… Cosa cambia nella vita di coppia se ci si sposa in Cristo?

Antonio e Raffaella: Il matrimonio sacramento conferisce agli sposi la forza di amarsi come Cristo ama ciascuno dei due, cioè fino a dare la vita per l’altro. Questo dare la vita non si mostra in gesti epici o eclatanti, ma si declina molto più semplicemente in mille sfaccettature nella vita quotidiana: probabilmente nessuno dei due finirà inchiodato su una croce, come accaduto a Gesù Cristo sul Golgota, ma di fatto ciascuno si trova nel quotidiano a vivere occasioni continue in cui può scegliere o meno di «morire» in qualcosa a sé stesso, in favore dell’altro. Una risposta piccata trattenuta, un gesto di attenzione che potrebbe anche non venire colto, il mettere al primo posto, in questa o quella circostanza, ciò che fa piacere all’altro rispetto a quello che vorremmo noi…

Ciascuno può giungere a vette anche alte nel voler bene all’altro, con i propri sforzi e la propria buona volontà. Resta però una parte di inamabilità che ciascuno si porta dietro e che richiede un “surplus” di amore, che “si attiva” solo in virtù del sacramento che si riceve, perché attinge ad una fonte che non è semplicemente la nostra buona volontà. Questo “surplus”, che in gergo si chiama “grazia del sacramento”, va costantemente richiesto, perché è un bene che aumenta, cresce e si moltiplica, come fanno gli interessi su un conto corrente affidato al “Banchiere” più potente che ci sia. Al contrario del conto, però, non cresce per puro calcolo, ma va implorato e richiesto, potremmo quasi dire “rinegoziato” con insistenza, umiltà, fiducia, pazienza.

Quando ci siamo sposati abbiamo desiderato inserire nella celebrazione una preghiera, che abbiamo chiamato “degli sposi”, riprendendo quella composta da Sant’Ignazio di Loyola, la famosa “Suspice Domine”, modulandola sulla nostra coppia. Così abbiamo pregato insieme il 18 luglio 1999:

Prendi e ricevi, o Signore,
tutta la nostra libertà, intelligenza e libertà.
Ciò che abbiamo è dono tuo.
A Te rendiamo tutto, perché lo amministri
secondo la tua volontà.
Dacci il tuo amore e la tua grazia,
e siamo ricchi abbastanza
e nulla più ti domandiamo”.

In questa preghiera è presente, in sintesi chiara e precisa, il nocciolo della questione: la richiesta continua di intercessione al Signore, perché lo Spirito Santo prenda dimora e abiti in noi e possa guidarci ad amare. Continuiamo ad utilizzare questa preghiera, in particolare quando ci si prepara a ricevere la Santa Eucarestia, durante la Messa. La goccia scava la pietra… almeno per l’insistenza il Signore ci ascolterà e agirà!

Siamo stati sempre molto aiutati dalla direzione spirituale di santi sacerdoti e dalla frequentazione dei sacramenti della Confessione e dell’Eucarestia. Potersi mettere davanti al Signore, mediante il sacerdote che raccoglie la nostra confessione, ci ha sempre aiutato a non leggere la realtà a senso unico, che solitamente è il proprio… Inoltre, ricevere perdono permette di guardare l’altro con occhi molto diversi, per mettersi in discussione e perdonarsi davvero, perdonati a nostra volta.

Senza perdono il matrimonio non può fiorire, perché siamo esseri fragili, redenti dal sacrificio di Cristo, certamente, ma pur sempre fallibili, quindi bisognosi di misericordia. Il caso di san Pietro durante la passione ce lo ricorda vivamente!

Antonio ha raccontato che il padre era preoccupato del fatto che vivesse la castità prematrimoniale. In che senso? E che frutti avete visto invece?

Antonio: Non provengo da una famiglia credente, ma l’esperienza di fede che avevo fatto, frequentato i gruppi giovanili della mia parrocchia, mi aveva convinto dell’importanza, della bellezza, del valore della castità prematrimoniale. Mio padre ovviamente mi voleva molto bene, ma non condivideva del tutto la prospettiva della fede sul matrimonio. Temeva che la mia scelta, per quanto nobile «sulla carta», potesse mettermi in una posizione difficile, che avrebbe potuto essere scambiata, dalle ragazze stesse con cui mi mettevo insieme, come una forma di debolezza, come mancanza di convinzione, addirittura come incapacità. Paradossalmente, queste «obiezioni» paterne, invece di mettermi in difficoltà, mi hanno spinto a proseguire su questa strada (forse anche per quello spirito tipicamente adolescenziale di fare il bastian-contrario rispetto a quanto dicono i genitori…). Nonostante, infatti, fossi un adolescente molto «normale», che frequentava non solo la parrocchia, ma anche altri ambienti, avevo maturato una convinzione personale sul fatto che i rapporti veramente belli con le ragazze erano le storie, in cui si dà all’altra persona l’idea di volerle bene, di rispettarla, collocando il sesso dentro una scelta definitiva di vita.

Insomma, per me aspettare non era un segno di paura o una forma di incapacità, ma era una base su cui costruire un legame che potesse anche – chissà… – portare lontano.

Raffaella: Vivere la castità nel fidanzamento è stata una scelta che abbiamo fatto entrambi senza conoscerci, abbiamo avuto la grazia di avere animatori, educatori e sacerdoti che ci hanno, con lealtà e profonda competenza, illuminato e guidato nella riflessione, senza mai sostituirsi al nostro libero arbitrio. Siamo grati a chi ci ha messo davanti, come dice la Didachè e senza troppi fronzoli, la via della vita e la via della morte. Avere rapporti fuori dal matrimonio costituisce un possibile “nucleo di morte”, perché la sessualità, agita fuori da un legame indissolubile, crea menzogna intorno a sé. Eravamo consapevoli che quell’azione è ciò che caratterizza il matrimonio, per cui fare l’amore senza essere sposi voleva dire: vivi da sposato, cioè ti offri in tutto e per tutto all’altro, ma la realtà smentisce ad ogni respiro questa cosa, perché non hai veramente suggellato questa scelta con un atto preciso, che ti custodisce dalla volubilità del cuore umano. Noi possiamo entrambi testimoniare che aver scelto la castità prematrimoniale ci ha letteralmente SALVATO da mille difficoltà e, in primis, ci ha custoditi, consentendoci di vivere il fidanzamento e la scelta matrimoniale da persone libere, senza scheletri o cadaveri nell’armadio. Questo ci ha permesso, per esempio, di godere di una enorme libertà rispetto alle storie vissute con i partners precedenti, che avrebbero potuto fare o agire da “confronto” nella sfera della sessualità se avessimo avuto tale esperienza con loro. Diciamo che non è poco…

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L’atto sessuale ti cambia nel profondo. E cambia nel profondo la persona che lo vive con te. La Bibbia non per niente usa il verbo “conoscere” per esprimere questa azione. Abbiamo dolorosamente visto cosa avviene per chi ha scelto di fare scelte diverse e poi è stato lasciato o si è reso conto di voler lasciare il/la fidanzato/a. La ferita dovuta a questo abbandono è profondissima, può certamente essere sanata, ma a caro prezzo in termini di salute emotiva, psicologica, spirituale.

Qui termina la prima parte dell’intervista realizzata ad Antonio e Raffaella. Prossimamente, condivideremo la seconda parte, dove ci parlano delle sfide che hanno affrontato per conciliare vita famigliare e lavorativa e di educazione dei figli… Continuate a seguirci!




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Cecilia Galatolo

Cecilia Galatolo, nata ad Ancona il 17 aprile 1992, è sposata e madre di due bambini. Collabora con l'editore Mimep Docete. È autrice di vari libri, tra cui "Sei nato originale non vivere da fotocopia" (dedicato al Beato Carlo Acutis). In particolare, si occupa di raccontare attraverso dei romanzi le storie dei santi. L'ultimo è "Amando scoprirai la tua strada", in cui emerge la storia della futura beata Sandra Sabattini. Ricercatrice per il gruppo di ricerca internazionale Family and Media, collabora anche con il settimanale della Diocesi di Jesi, col portale Korazym e Radio Giovani Arcobaleno. Attualmente cura per Punto Famiglia una rubrica sulla sessualità innestata nella vocazione cristiana del matrimonio.

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