24 Agosto 2026

Don Lino, quanto resta della notte?

«Poverino il vescovo, chissà come si sentirà?». È stata questa la frase di mia madre davanti alla notizia della morte di don Lino Zatelli. Una frase che mi è rimasta dentro perché lei ha guardato questa tragedia con gli occhi di una madre. E una madre, quando un figlio sbaglia, quando fallisce, quando si perde, non riesce mai a pensare: «È affare suo». Una parte di quel dolore se la prende addosso. Si domanda se avrebbe potuto accorgersi, fare qualcosa, esserci di più. Non perché sia necessariamente responsabile, ma perché l’amore dei genitori conosce anche questa strana forma di responsabilità: quella che nasce dal legame e non dalla colpa. Così immagino monsignor Lauro Tisi davanti alla morte di don Lino. Non penso a un vescovo sotto processo. Non c’è alcun elemento serio che autorizzi a stabilire una responsabilità morale del vescovo per il gesto del suo sacerdote. E sarebbe profondamente ingiusto trasformare una tragedia così oscura in un’accusa. Don Lino aveva settantacinque anni, aveva alle spalle una lunga vita sacerdotale, venticinque anni nella stessa comunità, migliaia di relazioni, molte responsabilità, una storia che noi conosciamo soltanto in parte.

Sappiamo però che il trasferimento da San Carlo, dove aveva vissuto per un quarto di secolo, gli era costato. I suoi parrocchiani lo avevano capito al punto da raccogliere firme per chiedere che restasse. A novembre avrebbe dovuto iniziare il nuovo servizio pastorale in Rotaliana. Ma questo è un fatto. Il suicidio è un altro fatto. Metterli in un rapporto automatico di causa ed effetto sarebbe una scorciatoia che la realtà non ci consente.

C’è un altro elemento che ha riempito le pagine dei giornali. La cura e l’amicizia che un prete ha bisogno. Chiaramente sono molto d’accordo ma a leggere le testimonianze, non sembrava mancasse la comunità. Don Lino era amato. Aveva costruito relazioni significative. La diocesi stessa lo ricorda come un sacerdote dalla grande capacità comunicativa, capace di annunciare il Vangelo con libertà, creatività e concretezza. La comunità di San Carlo lo ha salutato come una guida, un padre, un amico. L’arcivescovo lo ha ricordato dicendo che aveva saputo stare accanto soprattutto alle persone più fragili. E allora questa morte mi costringe a fare un passo ulteriore. Ci vuole una comunità che si prende cura. Certamente. Ci vuole un presbiterio che non lasci soli i suoi sacerdoti. Ci vogliono vescovi capaci di ascoltare, amici capaci di domandare, fratelli capaci di accorgersi. Dobbiamo imparare a non vergognarci della nostra fragilità e a chiedere aiuto prima che sia troppo tardi.

Ma, onestamente, nel caso di don Lino, non mi pare che mancasse soltanto questo. E allora oso prendere questa tragedia e portarla dentro la mia fede non per giudicare l’anima di un uomo che appartiene ormai alla misericordia di Dio. E nemmeno per fare del suicidio una colpa da scagliare addosso a chi soffre. La prendo per interrogare me stessa. Nella nostra vita non basta la dimensione orizzontale. Non basta sapere che qualcuno ci vuole bene. Non basta avere una comunità. Non basta essere stimati, cercati, necessari. Non basta avere una casa in cui entrare, un telefono che squilla, persone che ci aspettano. Tutto questo è prezioso. Ma viene la notte in cui anche ciò che ci sostiene può non bastare.

Ed è proprio lì che si misura la fede. La fede, in fondo, è fiducia. Fidarsi di Dio quando non capiamo più niente. Fidarsi quando la strada che avevamo immaginato si chiude. Quando perdiamo un ruolo, una casa, una persona, un progetto, una salute, una certezza. Quando non vediamo più il domani e l’oggi è diventato insopportabilmente pesante. La fede non ci risparmia la notte. Ci promette che nella notte non siamo soli. I santi questo lo hanno imparato sulla propria pelle. Non sono stati uomini e donne immuni dalla disperazione, dalla paura, dall’abbandono. Sono stati uomini e donne che, proprio dentro la notte, hanno continuato a dire: «Mi fido di Te».

È una cosa molto più difficile di quanto siamo disposti ad ammettere. E qui mi viene una domanda che forse non è popolare, ma credo sia necessaria soprattutto quando si parla di fede. Che cosa deve frenare un cristiano davanti alla tentazione di farla finita? Non lo chiedo con leggerezza. E non lo chiedo per puntare il dito contro chi arriva a un gesto estremo. La sofferenza psicologica può essere terribile, può deformare la percezione della realtà, può rendere invisibile persino ciò che fino a poco prima appariva luminoso. La Chiesa stessa insegna a non attribuire automaticamente piena responsabilità morale a chi si toglie la vita: la disperazione e i gravi turbamenti possono diminuire la responsabilità della persona.

Ma la domanda sulla fede rimane. Per un cristiano la vita non è semplicemente qualcosa che possiede. È un dono ricevuto. Non gli appartiene in modo assoluto. E il cristiano non si salva da solo: si affida a Qualcuno. A Dio. È questa certezza che dobbiamo custodire, educare, allenare. La  fiducia non si improvvisa nell’ora della prova. Si prepara prima. Si coltiva quando tutto va bene, perché possa diventare un’àncora quando tutto sembra andare male.

«Signore, non capisco, ma mi fido di Te». È forse questa la parola più difficile del cristianesimo. E anche la più bella. Prima o poi arriva per tutti una notte e nella notte non basta sapere che qualcuno ci vuole bene. Abbiamo bisogno di sapere che c’è Qualcuno che non ci lascia. È lì che la fede diventa davvero fede. È lì che la fiducia diventa davvero fiducia. È lì che il cristiano, anche tremando, può continuare a dire: «Tu sei il mio Dio».



Il Caffè sospeso...
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Il caffè sospeso è un’antica usanza a Napoli. C’è chi dice che risale alla Seconda Guerra Mondiale per aiutare chi non poteva permettersi nemmeno un caffè al bar e c’è chi dice che nasce dalle dispute al bar tra chi dovesse pagare. Al di là delle origini, il caffè sospeso resta un gesto di gratuità. Nella nuova rubrica che apre l’anno 2024, vorrei raccontare storie o suggerire riflessioni sull’amore gratuito e disinteressato. Quello nascosto, feriale, quotidiano che nessuno racconta, che non conquisterà mai le prime pagine dei giornali ma è quell’amore che sorregge il mondo, che è capace di rivoluzionare la società dal di dentro. Buon caffè sospeso a tutti!


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Giovanna Abbagnara

Giovanna Abbagnara, è sposata con Gerardo dal 1999 e ha un figlio, Luca. Giornalista e scrittrice, dal 2008 è direttore responsabile di Punto Famiglia, rivista di tematiche familiari. Con Editrice Punto Famiglia ha pubblicato: Il mio Giubileo della Misericordia. (2016), Benvenuti a Casa Martin (2017), Abbiamo visto la Mamma del Cielo (2016), Il mio presepe in famiglia (2017), #Trova la perla preziosa (2018), Vivere la Prima Eucaristia in famiglia (2018), La Prima Comunione di nostro figlio (2018), Voi siete l'adesso di Dio (2019), Ai piedi del suo Amore (2020), Le avventure di Emanuele e del suo amico Gesù (2020), In vacanza con Dio (2022).

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