Intimità tra sposi. Perché i nostri atti, anche più nascosti, non sono indifferenti

26 Agosto 2026

Parlare di intimità non è cosa semplice, non c’è dubbio, ma il primo a parlarne è stato proprio il Signore: «chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel proprio cuore» (Mt 5,28). Con queste parole non fa altro che richiamarci all’attenzione e alla cura di quanto accade dentro di noi come a qualcosa di non indifferente.

Un articolo di qualche settimana fa ha suscitato un certo “clamore” al punto che qualcuno mi diceva che forse era il caso di non scriverlo. Confesso che il pensiero di aver consegnato all’editore un testo un pochino troppo “delicato” l’ho avuto e ricordo, al riguardo, il commento di un caro amico, appena l’ha ricevuto: «un tema “bollente” per questo tuo nuovo articolo». E, in effetti, non sbagliava: di tema caldo, si tratta, e non in senso meteorologico.

Comunque, se da una parte non mi giustifica il fatto che stavo rispondendo ad una domanda sull’intimità coniugale, resta la questione più importante: perché – scusate la voluta ripetizione – è importante parlare di aspetti così intimi?

Per farlo mi faccio assistere da chi ne sa più di me: «Tutti gli esseri soggetti al divenire non restano mai identici a se stessi, ma passano continuamente da uno stato ad un altro mediante un cambiamento che opera sempre, in bene o in male… Ora, essere soggetto a cambiamento è nascere continuamente… Ma qui la nascita non avviene per un intervento estraneo, com’è il caso degli esseri corporei… Essa è il risultato di una scelta libera e noi siamo così, in certo modo, i nostri stessi genitori, creandoci come vogliamo, e con la nostra scelta dandoci la forma che vogliamo».

Sono parole di san Gregorio Nisseno usate da un altro santo (Giovanni Paolo II) in uno dei documenti più importanti del Magistero recente: l’enciclica Veritatis Splendor (71). Il Papa polacco – che tanto ha scritto sull’amore umano – usa questo testo per dare fondamento ad una massima che, probabilmente, noi tutti abbiamo, almeno una volta, sentito: «Siamo figli delle nostre azioni».

Inoltre, usando le ancor più esplicite parole di G. Faro possiamo dire che ogni azione, ogni gesto, ogni pensiero e/o desiderio da noi cercato e assecondato ha un effetto retroattivo che permette a «San Gregorio di Nissa di affermare anche che “siamo figli dei nostri atti”, nel senso che l’azione compiuta ci avvicina o ci allontana dal fine ultimo; e ciò nella misura in cui la “seconda natura” che costruiamo con i nostri atti, e di cui siamo responsabili, sia viziosa o virtuosa in relazione a tal fine» (Anatomia del fine ultimo in Robert Spaemann, in Acta Philosophica, 9/1 (2000) 130).

Alla Chiesa (e agli uomini di Chiesa!) non interessa ciò che accade all’interno della camera da letto: anzi. Di più. Nella preparazione al matrimonio dei nubendi si ribadisce che quanto accade nell’intimità è solo “affar loro”.

Leggi anche: “Tu sei la mia missione”: cosa accade a sposi e fidanzati che ne sono consapevoli?

Purtroppo, nella realtà ipersessualizzata in cui siamo immersi succede sovente che ci si senta liberi di trattarne quasi fosse una conquista di libertà: e non solo!

Sono sempre più diffuse forme di depravazione che tendono a spettacolarizzare ciò che invece, per l’appunto, dovrebbe essere intimo, cioè che deve restar nascosto, che appartiene alla parte più interna e profonda di un rapporto interpersonale; è, detto in altri termini, quanto dovrebbe essere riservato a coloro che lo vivono… e stiamo parlando della sessualità vissuta.

Il paradosso, come per ogni situazione che ha il sapere dell’assurdo, è che mentre da un lato ci si sente liberi di mettere in piazza la propria intimità senza veli (o, forse, bisogna dire “senza filtri” considerato l’uso di telecamere e affini) ci si disponga alla crociata nel momento in cui si fa notare che certe cose non “fanno” bene.

Il motivo del perché non fanno bene – nel senso che non ci rendono più buoni – sta nelle parole tanto antiche quanto vere del Nisseno: noi diventiamo più buoni o più cattivi a seconda se facciamo azioni più buone o più cattive.

E, sia chiaro a tutti, nessuno ne è esente. L’affermare che certi gesti, certe situazioni, certi scambi di affetto e amore devono essere sempre “onorevoli e degni” non è perché dobbiamo rispettare una sorta di galateo dell’intimità. Assolutamente no! Si tratta qui di ricordare, sempre e comunque, che le persone che vivono queste realtà, che vivono l’intimità sessuale (e, si alzino pure gli scudi, restiamo fermi sul fatto che l’esercizio della sessualità è solo per coloro che sono sposati) hanno una dignità tale che mai e poi mai deve essere macchiata seppur loro stessi consenzienti.

Ogni volta che tocchiamo l’intimità della persona, tocchiamo la sua essenza.

Parlare di intimità non è cosa semplice, non c’è dubbio, ma il primo a parlarne è stato proprio il Signore: «chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel proprio cuore» (Mt 5,28). Con queste parole non fa altro che richiamarci all’attenzione e alla cura di quanto accade dentro di noi come a qualcosa di non indifferente.

In ogni caso, quando si parla di intimità (coniugale o no) non dimentichiamoci che stiamo parlando del cuore umano, di ciò a cui quel cuore aspira; e la pace tanto anelata – considerato che è creato per l’infinito – si avrà solo quando sarà ripieno di Dio. Sant’Agostino docet!




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Enzo Vitale

Enzo Vitale è sacerdote e religioso dei Servi del Cuore Immacolato di Maria. Dottorando in Teologia Morale presso la Pontificia Università della Santa Croce, svolge attività di ricerca e divulgazione su temi di bioetica, teologia morale e vita cristiana. Ospite frequente della trasmissione Cristianità (RAI Italia), ha già pubblicato: Dammi dei figli, se no io ne muoio (Gen 30,1). Dal desiderio di maternità alla maternità surrogata (Tau Editrice, 2022) e L’assistente sessuale per le persone disabili. Analisi dei profili bioetici (Armando Editore, 2021).

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ULTIMI COMMENTI

1 risposta su “Intimità tra sposi. Perché i nostri atti, anche più nascosti, non sono indifferenti”

Mi sembra che la sottolineatura di Gesù sia “per desiderarla” e quindi si distingue da “chiunque guarda una donna”. “Desiderarla” diventa una azione elaborata fantasiosamente nell’intimo dei pensieri volitivi. Una giovane studentessa riportava quello che sua mamma le ripeteva spesso: “Ricordati che essere desiderata non vuol dire essere amata”. Una bella lezione pratica sulle speciali parole di Gesù viste con occhio femminile. San Giovanni Paolo II in “Amore e responsabilità” diceva che è impossibile impedire che certe emozioni sensuali nascano nell’intimo della libera coscienza, ma poi devono essere collocate. Se trasformano la persona in “oggetto” per me allora sono da scartare. Questa visione della “persona” aiuta pian piano a costruire nell’intimo della coscienza il valore non manipolabile della persona, fosse anche la moglie (o il marito). Distinguere “guardare” da “guardare per desiderare” libera la coscienza, permette una buona conoscenza di se stessi e porta una gioia che sviluppa il vero concetto del pudore come atto che impedisce di “usare” una persona e di “essere usata”.

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