26 Agosto 2026

“L’aborto non è un diritto”. Ma la domanda è un’altra: chi abbraccia la madre e il suo bambino?

Non mi interessa difendere Roberto Vannacci. E non mi interessa neppure utilizzare le sue parole sull’aborto per riaprire l’ennesima guerra ideologica. Mi interessa un’altra cosa: che cosa è diventato l’aborto nella coscienza degli italiani? Perché quando Vannacci afferma che l’aborto non è un diritto, la discussione si accende immediatamente? Se vogliamo tornare al testo della legge 194 essa non proclama un generico “diritto all’aborto”. All’articolo 1 afferma che lo Stato riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana fin dal suo inizio; stabilisce inoltre che l’interruzione volontaria della gravidanza non è un mezzo per il controllo delle nascite e impegna le istituzioni a sviluppare servizi e iniziative per evitare che vi si ricorra per questo scopo. Poi la legge disciplina i casi nei quali l’interruzione della gravidanza è consentita.

Questo è il dato giuridico. Ma io vorrei andare oltre la disputa sulle parole perché che l’aborto non sia formulato dalla 194 come un diritto assoluto non significa che la legge sia, per questo, una legge giusta. Per me non lo è. E dirlo oggi non significa voler cancellare la sofferenza delle donne, né ignorare la loro libertà, la loro salute, le loro paure. Significa, al contrario, prendere sul serio entrambe le vite coinvolte. La donna e il bambino. È questo il punto dal quale non voglio arretrare. La legge 194 ha introdotto nel nostro ordinamento la possibilità di interrompere volontariamente una gravidanza entro condizioni determinate. La Corte costituzionale ha riconosciuto che la disciplina coinvolge beni diversi e che il legislatore ha scelto di attribuire alla donna la responsabilità della decisione, anche in ragione dell’incidenza della gravidanza sulla sua salute fisica e psichica. Ma proprio qui nasce la mia domanda. Possiamo chiamare giusta una soluzione che, per proteggere una persona, contempla la soppressione di un’altra? Io non riesco a farlo.

Non perché non veda la donna. La vedo eccome. Vedo la donna che scopre di essere incinta e non sa come dirlo. Vedo quella che viene lasciata sola dal compagno. Vedo quella che teme di perdere il lavoro. Vedo quella che pensa di non poter mantenere un altro figlio. Vedo quella alla quale qualcuno dice che quella gravidanza “rovinerà tutto”. Vedo quella che ha paura. Vedo quella che non si sente abbastanza forte. E proprio perché la vedo, non voglio consegnarla all’aborto come unica risposta alla sua paura. Ma nello stesso tempo vedo anche l’altro. Un figlio che non ha ancora una voce. Un figlio che non può presentarsi davanti a un consultorio, non può raccontare la propria paura, non può chiedere alla madre di aspettare, non può firmare nulla, non può difendersi.

La gravidanza contiene già una relazione. C’è una madre. C’è un figlio. E ci sono due vite che chiedono di essere guardate insieme. Questa è la sfida che continuo a vedere e che vorrei non venisse mai smarrita dentro la contrapposizione ideologica. Per questo desidererei una politica che non scelga tra la donna e il bambino. Una politica che abbia il coraggio di tenere insieme entrambi ma il problema reale è che in Italia continuiamo a parlare molto dell’accesso all’aborto e troppo poco delle condizioni che possono rendere una gravidanza apparentemente insostenibile.

La Corte costituzionale, anche nella sua giurisprudenza più recente, continua a collocare l’IVG dentro la tutela della salute della donna. Ma proprio questo dovrebbe spingerci a una politica della cura molto più esigente: se la salute e il benessere della donna sono davvero al centro, allora dobbiamo occuparci anche di tutto ciò che la porta a vivere la maternità come una minaccia. Non basta garantire una procedura. Bisogna costruire una libertà. Una libertà che non sia quella di scegliere tra due vite, ma quella di poter accogliere entrambe. Per questo continuo a pensare che la vera alternativa all’aborto non sia l’abbandono della donna alla propria solitudine. È l’accoglienza. Non una parola generica. Accoglienza concreta, economica, abitativa, psicologica, familiare, lavorativa. Una rete capace di arrivare prima della decisione, quando ancora la donna sta dicendo a se stessa: non so se ce la posso fare. E lì qualcuno dovrebbe poter rispondere: “Ce la faremo insieme”.



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Giovanna Abbagnara

Giovanna Abbagnara, è sposata con Gerardo dal 1999 e ha un figlio, Luca. Giornalista e scrittrice, dal 2008 è direttore responsabile di Punto Famiglia, rivista di tematiche familiari. Con Editrice Punto Famiglia ha pubblicato: Il mio Giubileo della Misericordia. (2016), Benvenuti a Casa Martin (2017), Abbiamo visto la Mamma del Cielo (2016), Il mio presepe in famiglia (2017), #Trova la perla preziosa (2018), Vivere la Prima Eucaristia in famiglia (2018), La Prima Comunione di nostro figlio (2018), Voi siete l'adesso di Dio (2019), Ai piedi del suo Amore (2020), Le avventure di Emanuele e del suo amico Gesù (2020), In vacanza con Dio (2022).

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1 risposta su ““L’aborto non è un diritto”. Ma la domanda è un’altra: chi abbraccia la madre e il suo bambino?”

La Conferenza episcopale italiana ha definito la legge 194 “integralmente iniqua”. L’incoerenza fra “la tutele della maternità” e la possibilità assoluta data alla donna(e non al compagno) di eliminare il frutto del suo grembo è palese. L’Evangelium vitae” definisce l’aborto un “abominevole delitto”. Per un cattolico, ma non solo, i concetti e la realtà dovrebbero essere chiari. La “cultura” (!) pro choice e abortista si è così diffusa che anche tante persone “per bene” sono indifferente o approvano l’interruzione di gravidanza. E questo è un mistero.

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