Giusy e la vedovanza: “Ho fatto esperienza dell’amore di Dio”

27 Agosto 2026

Per la rubrica “Il Viaggio della Vita”, in cui riportiamo testimonianze sul tempo della vedovanza, in questo mese ci spostiamo nella bella Sicilia, in provincia di Catania con precisione, per incontrare Giusy O., sposa vedova e amica carissima che ho avuto il piacere di conoscere visitando l’Opera di Padre Mauri a Sestri Levante, e in particolare il Movimento di spiritualità vedovile “Speranza e Vita”, di cui lei è attualmente responsabile. Ecco la sua testimonianza.

Giusy O. scrive:

Non sempre è facile raccontarsi, eppure è un’opportunità, perché il racconto consente di cogliere sfumature e dettagli importanti, ma rimasti nascosti, che il Signore ha disseminato nel cuore.

Io sono nata in una famiglia cristiana cattolica praticante; sin da piccola si è delineata quella relazione con Gesù che sicuramente ha condizionato le mie scelte di vita giovanili.

Sono un medico; la scelta di tale professione è stata determinata da un incontro con un amico che viveva su una sedia a rotelle; l’incontro e l’amicizia con lui sono stati la molla per decidere di occuparmi nella mia professione della salute del corpo e mi approcciai con serietà agli studi, perché mi avrebbe permesso di aiutare al meglio il mio prossimo. Cominciai a frequentare l’università dopo il ’68, quando per alcuni miei colleghi parlare di Gesù significava parlare di cose di altri tempi; la mia crisi di fede non mancò. Ho lavorato 33 anni in ospedale, come pediatra in un reparto di pediatria, con passione e dedizione, ma la mia attività lavorativa non fu esente da tentazioni, mentre le dinamiche fra colleghi non sempre furono volte a creare fraternità.

Ancor prima di cominciare a lavorare si affacciò alla mia vita la vocazione al matrimonio. Nel 1984 mi sposai e dal matrimonio nacquero due figlie che abbiamo accolto con gioia e cresciute e accompagnate nei percorsi scolastici e educativi, anche cristiani. 

La nostra fu una famiglia cristiana, che partecipava alla messa domenicale; io e mio marito eravamo molto impegnati nel lavoro, tant’è che non c’era la possibilità di svolgere alcun impegno pastorale; vivevamo le fatiche condivise per conciliare il lavoro e gli impegni familiari, senza trascurare i tempi delle vacanze.

Nel 2005, in piena attività lavorativa, a mio marito fu diagnosticata una malattia neurodegenerativa; dal momento della diagnosi, già sapevo che avrebbe avuto un’evoluzione inesorabile.

Negli anni della malattia (durata dieci anni) ho fatto esperienza della croce. In questo periodo buio, mi ha illuminato la Parola di Dio; Gesù crocifisso è stato il mio riferimento; meditare la croce – che, come dice San Paolo, è vanto, Sapienza, Potenza di Dio – mi ha introdotto nel Mistero dell’Amore del Padre Celeste. Ho imparato ad affidarmi e fidarmi di Lui, come dice il salmo, “come un bambino svezzato in braccio alla sua mamma”.

In quegli anni ho fatto mia l’affermazione di Benedetto XVI: “Accettare la Croce di Cristo significa operare una profonda conversione nel modo di rapportarsi a Dio”. Infatti, durante i dieci anni di malattia di mio marito, nella mia fede, e quindi nella mia vita, si è innescata un profondo processo di conversione.

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Ho così sperimentato la gratuità dell’amore, quell’aspetto dell’amore che è il prendersi cura senza apparentemente avere nulla in cambio, anche se l’amore ti restituisce sempre qualcosa: la gioia.

Anche il rapporto con il mio lavoro ha subito un cambiamento. Non mi era mancata la tentazione della carriera, ma l’esperienza della malattia di mio marito mi ha fatto comprendere che il mio lavoro di medico è solo servizio ai fratelli.

E poi la vedovanza nel 2015; dopo il disorientamento iniziale, a causa dell’assenza fisica della persona a cui davo amore e da cui l’avevo ricevuto, si è posta alla mia mente e al mio cuore la domanda sul senso dell’eternità: fino ad allora ne avevo solo sentito parlare, ma era arrivato il momento in cui bisognava crederci e viverla con consapevolezza; la vocazione all’amore non è venuta meno, anzi il mio desiderio di amare ed essere amata è diventato ancora più grande. Intanto, le mie figlie avevano già deciso la data delle loro nozze e, pur amandole tanto, dovevo lasciarle andare. E così, ancora di più mi sono resa conto che nessun essere umano poteva colmare questo desiderio di amore. L’esperienza della Croce mi aveva fatto fare esperienza dell’Amore di Dio; solo in Chi è Amore Infinito e Relazione, quindi nella Trinità, ho trovato attrazione e significato.

A partire da questo desiderio, senza perdermi in ricerche e speculazioni mentali, mi sono sentita condotta in un nuovo percorso di vita. Incontrai nella nostra Diocesi un gruppo di Spiritualità Vedovile, che faceva riferimento ad un Movimento nazionale, denominato “Speranza e Vita”; il Movimento, che fa parte di una Famiglia Spirituale che comprende, oltre ai vedovi, sposi e oblate, è ispirato al pensiero del venerabile padre Mauri, il cui carisma si racchiude nel “Mistero dell’Amore Nuziale di Cristo e della Chiesa”. Contemplare questo Mistero, proprio quando la mia vocazione di sposa sembrava definitivamente infranta, fu per me una grazia inaspettata.  

Nella mia vedovanza, attraverso l’impegno in Parrocchia e in Diocesi, ma anche il Movimento, ho riscoperto e continuo a scoprire ogni giorno il significato del mio Battesimo, la presenza dello Spirito Santo nella mia vita, il sacramento del Matrimonio, dell’Eucarestia. Tendo a vivere il Mistero Nuziale nell’incontro quotidiano con la Parola di Dio e con il Corpo di Cristo, cioè con la Santa Messa. Questa quotidianità giorno dopo giorno trasforma i miei sentimenti, i miei interessi e mi dà slancio per fare un passo “oltre”. 

Il tema che qualche anno fa la CEI aveva scelto per le giornate vocazionali era “Creare casa”: Si crea casa, intanto, nella famiglia; negli ultimi quattro anni ho accudito e accompagnato personalmente i miei genitori anziani e malati fino al loro passaggio alla Vita Eterna, e questo l’ho fatto giorno e notte negli ultimi mesi di vita; ho condiviso tale accompagnamento con i miei fratelli nel rispetto reciproco dei vari impegni ed esigenze. In questi anni la nostra relazione di fratellanza è diventata più forte.

Nel rapporto con le mie figlie il mio impegno è stato e continua ad essere quello di aiutare a “creare casa” nelle loro giovani famiglie; la Bibbia ricorda più volte che marito e moglie sono chiamati a lasciare i genitori, e io come genitore li ho lasciati andare, a volte non senza dolore, rimanendo però disponibile alle loro richieste di aiuto, comprese quelle relative all’accudimento dei nipotini (ne ho cinque) e alla loro educazione all’amore. 

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La mia professione di medico (anche se in pensione dall’Ospedale, non ho mai smesso di esercitare il mio lavoro di pediatra), ultimamente mi ha condotto a prendermi cura di persone della mia comunità parrocchiale che vivono l’esperienza della malattia, anche anziani. Il primo approccio era legato al problema di salute, ma per molti di essi la sofferenza maggiore era la mancanza di amore da parte della famiglia, l’abbandono, l’indigenza; quindi, mi sono occupata e mi occupo di ogni loro bisogno, anche coinvolgendo altre persone in questo servizio. Forse fino a poco tempo fa non avrei guardato queste persone perché non facevano parte della mia cerchia di amicizie, magari anche del mio modo di pensare perché lontani dalla Chiesa; ma Gesù, attraverso la Sua Parola, l’Eucarestia e soprattutto attraverso la Madre Chiesa, mi ha aperto lo sguardo e il cuore all’attenzione dei poveri. Per me è un’esperienza di grazia e di comunione. Mi rendo conto che il mio piccolo servizio è solo una goccia nell’oceano dell’indifferenza, dell’abbandono e della mancanza di amore che c’è nel mondo; ma chi siamo noi per pretendere altro?

In ultimo, l’appartenenza al Movimento “Speranza e Vita” mi ha accompagnato tanto e mi ha permesso di crescere nella fede.  Da circa tre anni sono stata nominata Responsabile Nazionale del Movimento; la parola “responsabilità” mi ha spesso turbato e interpellato, mi sono chiesta che cosa sia la responsabilità! Certamente, è la risposta ad una chiamata; allora, cerco di vivere questa chiamata come servizio a sorelle e fratelli, nell’unità e nella fraternità, esercitando innanzitutto il ministero della consolazione, ma anche annunciando loro la Speranza che non delude e la bellezza di una nuova Nuzialità.

Il mio servizio lo esercito con la limitatezza e l’imperfezione della mia umanità e la consapevolezza di essere “serva inutile”. Ma per questo, c’è ancora più possibilità che la Grazia risplenda nella mia vita. È ciò che chiedo nella mia preghiera quotidiana.

Grazie, Giusy cara, per la tua bella testimonianza! Sei una donna forte e determinata, lo si legge tra le righe, ma è altrettanto evidente che senza l’incontro con Gesù Cristo e con la fede la tua vita avrebbe potuto prendere tutta un’altra piega.

Mi ha colpito, in particolare, il fatto che nella tua esperienza personale, la professione, l’impegno parrocchiale ed ecclesiale, la famiglia, il volontariato, non sono impegni a sé stanti e slegati tra loro, ma tutto è riconducibile a unità. E ciò che unisce è quella stessa fede in cui hai cercato, e sicuramente trovato, il senso profondo della tua condizione di vedova.

Del resto, in una cornice vocazionale, i più disparati eventi della vita, dall’incontro con l’amico in sedia a rotelle, alla malattia di tuo marito, alla tua vedovanza e agli altri eventi di famiglia ed ecclesiali, non sono più eventi valutabili più o meno positivamente, ma diventano appelli dello Spirito che ti ha guidato per le sue misteriose strade. E tu ti sei lasciata condurre!

La tua esperienza conferma così che la vedova cristiana non è una persona definita da ciò che ha perduto, ma una donna resa disponibile dalla grazia a testimoniare che l’amore ricevuto non muore, perché si trasfigura in dono. Grazie per il dono che tu sei per noi!

Don Pino



Testimonianze e riflessioni sul tempo della vedovanza


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Don Pino Cutolo

Don Giuseppe Cutolo è presbitero della Prelatura Territoriale di Pompei. E' sposo vedovo e padre di due figli. Fa parte della Fraternità di Emmaus quale membro della comunità consacrata. Nella Fraternità è responsabile dell'ambito vedovanza, per il quale promuove incontri, momenti liturgici e giornate di spiritualità.

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